**POV: Sofia**
Le dita tremavano leggermente quando premetti il pulsante dell’ascensore per il trentesimo piano. Le 18:03. Tre minuti di ritardo voluti, un’inezia di ribellione che sapevo non sarebbe passata inosservata. L’ascensore di vetro salì in silenzio, Milano che si abbassava sotto di me in un tappeto di luci dorate nel crepuscolo. Il mio riflesso nel vetro era quello di una straniera: labbra ancora leggermente gonfie, occhi cerchiati da una notte insonne, il vestito di seta nera della sera prima, ora sgualcito e impregnato del ricordo di lui. Di *noi*.
La porta di quercia scura dell’ufficio di Damien era socchiusa. Spinsi.
Lui era in piedi davanti alle vetrate, di spalle, il profilo tagliente contro il cielo morente. Indossava ancora la giacca del completo, ma la cravatta era allentata, il primo bottone della camicia bianca slacciato. Un’immagine di controllo appena incrinato. Non si voltò.
«Chiudi la porta.»
La voce era piatta, metallica. Un ordine, non un invito.
La feci scivolare dietro di me con un *clic* secco che risuonò nel silenzio tombale della stanza. L’odore mi colpì immediatamente: sandalo, bergamotto, quella nota terrosa e animale che ormai riconoscevo come sua, mescolata all’aria condizionata troppo fredda.
«Sono qui,» dissi, fermandomi a pochi metri dalla scrivania di vetro. La mia voce non tremò. Ne fui quasi sorpresa.
Lui si voltò lentamente. Gli occhi grigio acciaio mi scrutarono, scendendo dal mio viso al vestito, ai miei piedi nudi dentro le scarpe con tacco che mi facevano male. Uno sguardo che era un’inventario, una rivendicazione. Non c’era traccia dell’uomo che mi aveva tenuta stretta fino all’alba. C’era solo il CEO.
«No,» disse. Una sola parola, tagliente come un bisturi. «Non andrai a Roma con lui.»
Il fuoco che avevo tenuto a bada tutto il giorno divampò. «Non è una sua decisione. Marco mi ha invitato, io ho accettato. È una conferenza di lavoro.»
«Santini non ti vuole per il lavoro.» Un sorriso freddo, senza umorismo. «Ti vuole per punirmi. E tu lo sai.»
«E a lei cosa importa?» La sfida mi uscì dalle labbra prima che potessi fermarla. «Ieri notte non è cambiato nulla, non ha detto così? Un biglietto e una macchina. La solita routine, immagino. Usa e getta.»
Qualcosa guizzò nei suoi occhi. Qualcosa di pericoloso e oscuro. Fece un passo verso di me, poi un altro, fino a che non fui costretta a indietreggiare, la schiena che urtò contro la porta di quercia. Mi bloccò lì, una mano su ciascun lato della mia testa, appoggiata al legno. Il suo corpo non mi toccava, ma sentivo il calore che emanava, l’elettricità statica che faceva rizzare i peli sulle mie braccia.
«Usa e getta,» ripeté, la voce un sussurro roco. «Credi davvero che sia questo?»
«Cosa altro potrebbe essere?» Sussurrai a mia volta, il cuore che martellava così forte da credere potesse sentirlo. «Mi ignora in riunione, mi umilia davanti a tutti, poi mi porta a letto. È un gioco per lei. Un gioco di potere.»
«Se fosse un gioco,» disse, avvicinando il viso al mio fino a che non sentii il suo respiero caldo sulle labbra, «sarebbe il gioco più stupido e autodistruttivo che abbia mai giocato.»
«Cosa vuole da me, Damien?» Il suo nome mi uscì come una supplica, una resa che detestai immediatamente. «Cosa vuole *esattamente*?»
Lui chiuse gli occhi per un istante, un fremito quasi impercettibile gli attraversò la mascella. Quando li riaprì, l’acciaio si era incrinato, lasciando intravedere un abisso di fatica, di qualcosa che somigliava a disperazione.
«Ti ossessiona,» ammise, la voce rotta da una rara, tremenda sincerità. «Da settimane. Ogni tuo respiro in quella dannata open space, ogni volta che mordi quella penna mentre pensi, ogni volta che ridi con la Rossini con quel suono che non riesco a scacciare dalla testa. Mi ossessioni. E io odio essere ossessionato. Odio non avere controllo.»
Le parole mi colpirono come pugni. Erano la confessione che non mi aspettavo, la verità che faceva più male della menzogna.
«Allora che propone?» Chiesi, la voce strozzata. «Mi licenzia? Mi trasferisce a Catanzaro come ha fatto con Chiara?»
«No.» La sua mano sinistra si staccò dalla porta e mi afferrò il mento, costringendomi a guardarlo. La presa era ferma, ma non crudele. «Ti propongo un accordo.»
«Quale accordo?»
«Sarai mia. Esclusivamente. In segreto.»
Il mondo sembrò inclinarsi. «La sua amante nascosta,» sibilai. «La sua puttana d’ufficio.»
«Mia,» corresse lui, gli occhi che bruciavano di un possesso primitivo, spaventoso. «Nient’altro esisterà. Niente Santini, niente cene, niente sguardi di altri uomini. Sarai mia quando io lo vorrò, dove io lo vorrò. E in cambio…»
«In cambio cosa?» Lo interruppi, una risata amara mi salì in gola. «Un posto fisso? Una promozione?»
«In cambio,» disse, ignorando il mio sarcasmo, «avrai me. Per quanto possa valere.»
Per un attimo, solo un attimo, fui tentata. Dall’oscurità, dalla proibizione, da lui. Poi vidi il riflesso della mia immagine nella vetrata dietro di lui: una donna con il vestito sgualcito di un’altra, intrappolata contro una porta, che trattava la sua autonomia come merce di scambio.
«No.»
La parola cadde tra noi come una lama.
«No,» ripetei, più forte, spingendo contro il suo petto. Lui non si mosse di un millimetro. «Non sarò il suo segreto sporco. Non mi nasconderò. Se vuole qualcosa da me, dovrà guardarmi in faccia, davanti a tutti. Non nelle ombre.»
Vidi qualcosa spezzarsi nel suo sguardo. Rabbia, sì, ma anche qualcosa che somigliava al panico. Alla perdita.
«Allora non avrai nulla,» ringhiò, ritirando le mani. «E Santini non ti toccherà comunque.»
«Provi a fermarmi,» sfidai, la mano che cercò la maniglia dietro la schiena. «Provi.»
Mi voltai per aprire la porta. La maniglia era fredda sotto le mie dita.
Non la raggiunsi mai.
Le sue braccia mi circondarono la vita da dietro, sollevandomi da terra con una forza bruta. Un grido mi soffocò in gola mentre mi girava contro di lui, schiacciandomi di nuovo contro la porta, il suo corpo un muro di muscoli e volontà incrollabile.
«Allora sarò io il tuo segreto,» mormorò contro la mia bocca, il respiro affannoso. «Sarò io la cosa che nascondi. Ma non lo lascerai andare. Non lo lascerai *toccare*.»
E poi la sua bocca fu sulla mia.
Non fu un bacio. Fu un’appropriazione. Una dichiarazione di guerra fatta di labbra, denti e lingua. Disperato, rabbioso, pieno di tutto il veleno e la brama che avevamo accumulato in settimane. Mi aggrappai a lui, le dita che affondarono nei suoi capelli perfetti, rovistandoli, le unghie che graffiarono il cuoio capelluto. Gli mordetti il labbro inferiore, assaggiando il ferro del sangue. Lui ringhiò, una vibrazione profonda che mi attraversò il petto, e affondò una mano nei miei capelli, tirando indietro la testa per esporre il collo. I suoi denti serrarono il punto dove il livido della notte prima stava già ingiallendo, e un gemito mi strappò dalle viscere.
«Maledetto,» ansimai quando riuscimmo a separarci per un secondo, i polmoni in fiamme.
«Sì,» concordò lui, senza fiato, gli occhi selvaggi. «E tu sei mia. Anche se devo diventare il fantasma sotto il tuo letto per dimostrartelo.»
Non mi chiese se volevo. Non aspettò un consenso. Mi sollevò di nuovo, le mie gambe che si chiusero intorno ai suoi fianchi per istinto, e aprì la porta. Il corridoio deserto del trentesimo piano risuonò dei suoi passi rapidi mentre mi portava via, verso l’ascensore esecutivo privato.
«Dove… dove mi porta?» Riuscii a dire, il viso sepolto nel suo collo, inalando il suo odore che ora era anche il mio.
«Dove nessuno ci vedrà,» fu la risposta grezza.
L’ascensore scese rapidamente, non verso il piano terra, ma verso i livelli sotterranei. P, -1, -2. Il parcheggio riservato ai dirigenti. Quando le porte si aprirono, l’aria era più fresca, impregnata dell’odore di cemento, benzina e silenzio.
Ci illuminava solo la luce fioca dei faretti a LED. La sua Maserati Levante nera era parcheggiata in un angolo, isolata, sotto una colonna. Si avvicinò, mi posò a terra solo il tempo di estrarre il telecomando. Il clacson emise un breve *bip* e le luci interne si accesero, illuminando l’interno in pelle nera.
Mi spinse contro il fianco dell’auto, il metallo freddo attraverso il tessuto del vestito. Le sue mani trovarono la cerniera laterale, la tirarono giù con uno strappo netto. La seta cedette.
«Damien…» Il suo nome era un avvertimento, una preghiera.
«Di’ di no,» sussurrò, le labbra contro il mio orecchio mentre le sue mani scivolavano sotto il tessuto strappato. «Dimmi di fermarmi. Fallo ora.»
Guardai oltre la sua spalla, nel parcheggio deserto e buio. Pensai a Roma. A Marco. Alla conferenza. Alla possibilità di una vita normale, lontana da questa ossessione che mi stava consumando viva.
Poi guardai lui. I suoi occhi grigi, fissi sui miei, pieni di una verità oscena e innegabile. Lo volevo. Lo odiavo. Lo temevo. Era mio.
Non dissi di no.
Un suono basso, quasi animale, gli uscì dalla gola. Aprì la portiera posteriore, ampia, e mi fece scivolare dentro. Lo seguì, il suo corpo che riempì lo spazio angusto, la porta che si chiuse con un tonfo sordo che ci isolò dal mondo.
Nella semioscurità, illuminati solo dalla luce fioca del cruscotto, non c’era spazio per le parole. Solo per le mani che strappavano ciò che restava dei vestiti, per la pelle che incontrava la pelle con un sospiro di resa, per il calore che diventava incandescente. Il sedile in pelle era freddo sotto la schiena, poi rapidamente scaldata dal nostro corpo. Lui era sopra di me, intorno a me, dentro di me, ogni movimento una punizione e una promessa, ogni respiro spezzato un giuramento non detto.
Era diverso dalla notte prima. Più urgente, più disperato, più rabbioso. Come se entrambi cercassimo di stampare l’uno sull’altro un marchio che nessuno, mai, avrebbe potuto cancellare. Le sue dita si intrecciarono alle mie, schiacciandole contro il sedile. I suoi denti sul mio collo, sulla spalla, ovunque potesse raggiungere. Il vetro dei finestrini si appannò, nascondendoci ancora di più.
Quando il mondo esplose, fu con un silenzio assordante, rotto solo dai nostri respiri affannosi che riempivano l’abitacolo.
Rimanemmo così per lunghi minuti, corpi intrecciati, sudore e respiro mescolati. La sua fronte era appoggiata contro la mia, gli occhi chiusi.
Nell’oscurità del parcheggio, con il suo peso che mi ancorava alla realtà, la verità mi colpì con la forza di un pugno.
«Accetto,» sussurrai, la voce roca per i gridi soffocati.
Lui aprì gli occhi. Nel buio, brillavano come quelli di un predatore.
«Accetto l’accordo,» ripetei, guardandolo dritto negli occhi, accettando il mio destino, la mia dannazione, la mia ossessione. «Sarò tua. In segreto.»
Un lento, pericoloso sorriso gli incurvò le labbra. Non era un sorriso di trionfo. Era qualcosa di più oscuro. Di più possessivo.
«Lo sei già stata,» mormorò, baciandomi con una lentezza che fece tremare tutto il mio corpo. «Da quel primo giorno, quando mi hai guardato come se fossi l’unica cosa in quella stanza che valeva la pena odiare. Sei sempre stata mia. Ora lo sai anche tu.»
E seppi, con un brivido che mi percorse la spina dorsale, che aveva ragione. E che, nonostante tutto il pericolo, non avevo più intenzione di scappare.