**POV: Sofia**
La Maserati nera si allontanò nel buio del parcheggio sotterraneo, lasciandomi sola accanto alla colonna di cemento. Il motore ruggì un’ultima volta prima di sparire nella rampa, e io rimasi lì, tremante, con le gambe che ancora non mi reggevano del tutto. L’odore di lui – sandalo, bergamotto, sudore e sesso – mi avvolgeva come un secondo strato di pelle. Mi portai una mano al collo, dove la sua bocca aveva lasciato un segno che sapevo sarebbe diventato viola entro domani.
Dovevo tornare su. Dovevo attraversare l’atrio deserto, prendere l’ascensore, tornare alla mia scrivania, fingere che niente fosse successo. Ma ogni cellula del mio corpo urlava il contrario. Ogni cosa era cambiata.
La settimana successiva fu un esercizio di schizofrenia perfetta.
Lunedì mattina, alle 9:05, entrai nell’open space del ventesimo piano con il mio solito tailleur grigio, i capelli raccolti in uno chignon così stretto che mi faceva male il cuoio capelluto. Sulla mia scrivania, accanto al monitor, c’era un mazzo di rose bianche. Nessun biglietto.
“Le ha portate la signorina Livia, della fioraia sotto,” mi sussurrò Elena, avvicinandosi con la tazza di caffè in mano. I suoi occhi verdi erano due interrogativi viventi. “Ha detto che sono state ordinate telefonicamente da un ‘signor Santini’. Ogni lunedì, stessa ora.”
Guardai le rose. Erano perfette, innaturali. Come tutto ciò che riguardava Marco. “Le butterò.”
“No, non lo farai,” disse Elena con un sospiro. “Perché se le butterai, attirerai l’attenzione. Mettile in quel vaso di vetro, sembreranno un regalo di un cliente soddisfatto.”
Aveva ragione. Ogni gesto fuori posto sarebbe stato notato. Appoggiai il mazzo sul ripiano vicino alla finestra, dove la luce le rendeva quasi trasparenti. Mentre mi sedevo, il telefono sulla scrivania vibrò. Un messaggio su un numero che non era salvato in rubrica, ma che ormai conoscevo a memoria.
**Sera. 21:00. Stessa stanza. Non fare tardi.**
Non risposi. Misi giù il telefono e aprii la prima email della giornata, le dita leggermente tremanti. Alle 10:30, durante la riunione di pianificazione settimanale, mentre il direttore marketing illustrava dati noiosi su un grafico, lo stesso telefono vibrò di nuovo nella tasca della mia giacca.
**Sto pensando a come ti muovevi ieri. A come ti stringevo. Mi stai ascoltando?**
Alzai lo sguardo. Attraverso le vetrate dell’open space, nel corridoio dei dirigenti al trentesimo piano, una figura alta e scura era immobile. Damien. Non stava guardando la riunione. Guardava me. Anche da quella distanza, sentii il peso di quello sguardo come una mano sulla nuca. Arrossii, maledicendo me stessa, e fissai di nuovo il grafico senza vedere nulla.
La nostra nuova routine era claustrofobica e elettrica. Tre volte a settimana – lunedì, mercoledì, venerdì – io lasciavo gli uffici all’orario normale. Prendevo la metro, scendevo a San Babila, camminavo fino all’Hotel Principe di Savoia. Non entravo dalla reception. Usavo un ingresso laterale, un ascensore discreto che portava direttamente al quinto piano, alla suite 512.
Il portiere notturno, Fabrizio, mi consegnava la chiave elettronica con un cenno del capo. “Buonasera, signorina.” Non un sorriso, non una domanda. Era pagato per non vedere, per non ricordare.
La suite era sempre uguale: enormi, silenziosa, impersonale come una cella di lusso. Profumata di fiori freschi che arrivavano ogni giorno. Una bottiglia di champagne ghiacciata sul tavolo. Damien non c’era mai quando arrivavo. Appariva venti, trenta minuti dopo, come se volesse darmi il tempo di sentire il peso della mia scelta, di quella stanza che aspettava solo noi.
I nostri incontri non erano dolci. Erano esplosioni. Erano il rilascio di tutta la tensione accumulata in ore di sguardi carichi di odio e desiderio attraverso l’open space. Poche parole. Molte mani. Molta bocca. Molta pelle. Lui era sempre dominante, possessivo, come se volesse cancellare dalla mia carne ogni altro pensiero, ogni altro nome. E io… io cedevo. Combattevo, a volte, per principio, ma cedevo sempre, perché il bisogno che mi divorava era più forte di ogni orgoglio.
Poi, alle 23:00 precise, lui se ne andava. “A domani in ufficio,” diceva, dandomi un ultimo bacio che sapeva più di marchio che di addio. E io restavo lì, in quel letto enorme, ascoltando la porta chiudersi, il mio corpo ancora scosso da lui, la mia mente già invasa dalla colpa.
“Sei diversa,” mi disse Elena giovedì, mentre pranzavamo nella sala break. “Più… viva. Ma anche come se stessi camminando su una lama di rasoio. Che sta succedendo, Sofia?”
“Niente. Solo stress per il progetto Orion,” mentii, spostando l’insalata nel piatto.
“Il progetto Orion è finito due settimane fa. E le rose di Marco? Lui si sta facendo più insistente. Ieri ti ha invitato a cena di nuovo.”
“So.”
“E?”
“E ho accettato.”
Elena posò la forchetta. “Hai fatto cosa?”
“Stasera. Al Savini. È solo un pranzo di lavoro, Elena. Se rifiuto ancora, inizierà a fare domande. E non possiamo permettercelo.” *Non posso permettermelo*, pensai. Damien non lo sopporterebbe.
Il pranzo al Ristorante Savini fu elegante, leggero, perfettamente innocuo. Marco fu affascinante, divertente, professionale. Parlammo di mercati asiatici, di strategie di espansione. Ridemmo per una battuta su un cliente parigino. Fu normale. Piacevole, persino.
Non vidi l’uomo con la macchina fotografica. Non potevo sapere che era lì, appostato sotto il portico di fronte, con un teleobiettivo che catturava ogni mio sorriso, ogni mio gesto.
Mentre uscivamo dal ristorante, Marco mi sfiorò la schiena per guidarmi tra i tavoli. Un gesto cavalleresco, nulla di più. Decidemmo di fare due passi in Galleria Vittorio Emanuele. L’aria era fresca, la luce del tardo pomeriggio dorata sul mosaico del toro. Marco disse qualcosa, io risi, una risata vera, libera dalla tensione costante che mi serrava lo stomaco.
Non alzai mai gli occhi verso il grattacielo Blackwood, che si stagliava a pochi isolati di distanza. Non vidi la figura immobile alla finestra del trentesimo piano. Non vidi le mani di Damien stringersi a pugno sul vetro.
Alle 18:30, mentre ero a casa a cambiarmi per l’incontro alla suite, il mio telefono vibrò. Non era il solito messaggio.
**Vieni ora. Non alle 21. Ora.**
Il tono non ammetteva repliche. Una fitta di ansia mi trafisse. Cosa sapeva? Cosa aveva visto?
Arrivai all’hotel alle 19:15. Fabrizio, per la prima volta, mi guardò con un’ombra di preoccupazione negli occhi prima di consegnarmi la chiave. “Il signore è già sopra, signorina.”
Salii con il cuore in gola. La porta della suite 512 era socchiusa. La spinsi ed entrai.
Damien era in piedi davanti alle finestre, di spalle. Indossava solo i pantaloni del completo, la schiena nuda, tesa, i muscoli in rilievo. La luce morente della città gli scolpiva i contorni. Sulla console di marmo, accanto alla bottiglia di champagne ancora sigillata, c’era una fotografia stampata.
Mi avvicinai. Era io. In Galleria. Stavo ridendo, la testa leggermente inclinata verso Marco, la sua mano appena visibile sulla mia schiena. Sembravamo una coppia. Felice.
“Damien…” iniziai.
Si voltò. Il suo volto era una maschera di ghiaccio controllato, ma i suoi occhi… i suoi occhi bruciavano di un fuoco nero, pericoloso. Non disse una parola. Attraversò la stanza con due passi lunghi e mi afferrò il viso tra le mani, non per baciarmi, per guardarmi dentro.
“Ti sei divertita oggi?” La sua voce era un sibilo basso, carico di una rabbia che mi gelò il sangue.
“Era un pranzo di lavoro. Niente di più.”
“Ridevi.” La sua presa si strinse. “Gli sorridevi come non sorridi mai a me.”
“Perché con te non c’è mai niente da ridere!” sbottai, la paura che si trasformava in rabbia. “Con te ci sono solo questo! Segreti, possesso, punizioni!”
“Punizioni,” ripeté lui, e un sorriso spietato gli incurvò le labbra. “Hai ragione. Non hai ancora imparato la lezione, vero?”
Mi spinse all’indietro. Non verso il letto. Verso il grande tavolo di legno scuro vicino alla finestra. Con un braccio, spazzò via tutto ciò che c’era sopra – una lampada, alcuni documenti, un portacenere di cristallo – che andarono in frantumi sul tappeto.
“Damien, no…”
“Sì,” tagliò corto. Mi sollevò e mi appoggiò sul tavolo, il legno freddo e duro contro le mie cosce nude sotto il vestito. Le sue mani afferrarono la stoffa del mio abito e la strapparono, un suono secco e violento che echeggiò nella stanza silenziosa. “Questa è la punizione per il tuo sorriso. Per la tua risata. Per ogni secondo in cui hai dimenticato a chi appartieni.”
Non ci fu preludio. Non ci fu delicatezza. Fu un’affermazione brutale di possesso, un’espiazione fisica per un tradimento che esisteva solo nella sua mente malata. Io combattevo, ma era una lotta inutile, perché il mio corpo, maledetto, rispondeva a quella violenza con un’ondata di desidero ancora più vergognosa. Piangevo, ma non di dolore. Di rabbia, di frustrazione, di una passione che mi consumava e mi umiliava.
Quando fu finito, restammo lì, lui ancora sopra di me, il suo respiro affannoso contro il mio collo. Il crepuscolo era diventato notte, e Milano brillava, indifferente, oltre le finestre.
“Non lo fare mai più,” mormorò, la voce finalmente roca, priva della furia di prima, piena di qualcosa che suonava quasi come vulnerabilità.
“Non posso vivere così,” sussurrai, le lacrime che mi scendevano calde sulle tempie. “In attesa della tua prossima punizione.”
Lui si sollevò, mi guardò. Nel buio, i suoi occhi grigi erano pozze d’argento liquido. “Non è una punizione. È un promemoria.” Si chinò, le sue labbra sfiorarono le mie, in un bacio che questa volta era stranamente tenero. “Tu sei mia, Sofia. E io… io sono malato di te. Questo è l’unico modo in cui so tenerti.”
Era la verità più spaventosa di tutte. E mentre lui mi prendeva in braccio per portarmi verso il bagno, per pulire via le tracce della sua rabbia, io sapevo che aveva ragione. Ero sua. E non c’era via d’uscita che potessi percorrere senza portarmi lui dentro, come una malattia, come un’ossessione. Come l’unica cosa, ormai, che mi faceva sentire viva.