Capitolo 11

Capitolo 11

**POV: Sofia**

La macchina nera di Damien mi riportò a casa in un silenzio tombale. L’autista, l’uomo impassibile dalla cinquantina, non disse una parola, non mi guardò nemmeno. Io fissavo il vetro oscurato, vedendo riflessa una donna con gli occhi vuoti, il corpo ancora scosso dai brividi di un piacere che ora mi sembrava una condanna.

Era successo di nuovo. Ero andata da lui convocata come una serva, avevo subito la sua punizione, e avevo ceduto con una ferocia che mi faceva vergognare. Ma non era più solo quello. Mentre il SUV scivolava nel traffico notturno di Milano, una verità mi si piantò nel petto come un coltello a serramanico.

Non lo desideravo solo. Lo volevo. Tutto. Il suo odio, la sua crudeltà, quei rari lampi di qualcosa che assomigliava a umanità. Volevo essere l’unica a vederli. Volevo essere la ragione per cui la sua maschera di ghiaccio si incrinava. Volevo che quella mano che stringeva fino a far male, si aprisse per accarezzare.

Mi ero innamorata di Damien Blackwood.

La consapevolezza mi tolse il respiro. Mi appoggiai alla fredda superficie del vetro, chiudendo gli occhi. Era la cosa più stupida, pericolosa e autodistruttiva che potessi fare. Era come dichiarare guerra a me stessa. Eppure, era lì, reale e pulsante, un tumore al centro del mio essere che non potevo più ignorare.

La settimana che seguì fu un esercizio di dissociazione. In ufficio, continuai il teatrino della freddezza. Rispondevo ai suoi ordini con monosillabi, evitavo il suo sguardo durante le riunioni, fingevo di non sentire il peso della sua attenzione su di me come un mantello di piombo. Ma ogni notte all’Hotel Principe di Savoia, nella suite 512, il muro crollava. E ogni volta che crollava, l’amore si insinuava più in profondità, nutrito dalla sua possessività, dalla intensità animalesca con cui mi prendeva, da quei silenzi carichi dopo, quando le sue dita tracciavano pattern senza senso sulla mia pelle sudata.

Venerdì, mentre fingevo di ascoltare il direttore marketing illustrare grafici noiosi, il telefono vibrò sul mio grembo.

**Damien:** Domenica. L’intera giornata. L’attico. Le 10.

Il cuore fece un balzo folle. Non era una convocazione d’urgenza, non era una punizione. Era un invito. Per la prima volta, non era la suite di un hotel, non erano poche ore rubate. Era la sua casa. La sua vera casa.

**Io:** Perché?

**Damien:** Non è una domanda. È un dato di fatto.

Non risposi. Ma il lunedì successivo, quando Livia Conti, la fioraia gentile, depositò come al solito le rose bianche di Marco sulla mia scrivania, le guardai con un distacco nuovo. Erano solo fiori. Non erano la promessa grezza e pericolosa contenuta in quel messaggio di quattro parole.

La domenica mattina mi presentai davanti al portone settecentesco di Brera con il cuore in gola. Indossavo jeans e un maglione di cashmere, i capelli sciolti. Volevo sembrare casual, non come se stessi andando a un appuntamento. Lui aprì personalmente. Camicia bianca, pantaloni di lino scuro, piedi nudi. Sembrava… diverso. Meno CEO, più uomo. Il che era in qualche modo più pericoloso.

«Entra,» disse, la voce più bassa del solito.

L’attico era immerso nella luce dorata del mattino. Non c’era traccia del disordine della nostra prima notte. Tutto era perfetto, sterile, come un’opera d’arte abitabile. Passammo ore in un silenzio stranamente non ostile. Leggemmo i giornali. Lui lavorò al laptop sul divano di pelle nera, io sfogliai un libro d’arte che trovai su uno scaffale. Ci servimmo il caffè. Era normale. Eppure, ogni mio nervo era all’erta, consapevole di ogni suo respiro, di ogni suo movimento.

Dopo pranzo, che fece arrivare da un ristorante giapponese stellato, lui si alzò. «Devo prendere un documento dallo studio.»

Lo guardai mentre si allontanava verso una porta che non avevo mai visto aperta, in fondo al lungo corridoio rivestito di cemento levigato. La aprì con un codice digitale e vi scomparve dentro.

La curiosità fu più forte di me. Mi alzai, avvicinandomi in punta di piedi. La porta non era chiusa del tutto. Spinsi leggermente.

Non era uno studio. Era uno spazio più piccolo, intimo. Una poltrona di pelle consumata. Una libreria. E sulla scrivania, in bella vista, diverse cornici d’argento.

Mi avvicinai, il cuore che batteva forte per un motivo che non capivo. Le fotografie ritraevano la stessa donna. Capelli ramati lunghi fino alla vita, occhi verdi che ridevano, un sorriso radioso e spontaneo. In una era sulla spiaggia, il vento che le sollevava i capelli. In un’altra, abbracciava Damien. Lui, nella foto, era irriconoscibile. Sorrideva. Un sorriso vero, che gli illuminava gli occhi grigi, rendendoli caldi. Aveva il braccio intorno a lei, e la guardava come se fosse l’unica cosa al mondo.

Un gelo mi scese lungo la schiena.

«Che ci fai qui?»

La sua voce, glaciale e tagliente, mi fece sobbalzare. Mi voltai. Era sulla soglia, il volto una maschera di pietra. Gli occhi, però, bruciavano di una rabbia ferina.

«Mi… mi sono persa,» balbettai, indicando stupidamente la porta.

«Mentri. Esci. Ora.»

«Chi è?» La domanda mi uscì prima che potessi fermarla.

«Esci, Sofia.»

«Damien, chi è?»

Lui attraversò la stanza in due passi, afferrandomi il braccio. La sua presa era brutale. «Non è affar tuo. Questo spazio non è affar tuo. Hai capito?»

«È la tua ex, vero?» insistetti, il dolore al braccio nulla in confronto al dolore che si stava aprendo nel mio petto. «Isabelle?»

Il suo respiro si bloccò. Il nome, pronunciato da me, sembrò colpirlo come un pugno. La sua presa si allentò di un millimetro. Vidi qualcosa spezzarsi nella sua maschera. Non era più rabbia. Era dolore. Puro, incontrollabile, antico dolore.

«Sì,» sibilò, la voce roca. «Isabelle. È morta. Tre anni fa. Incidente stradale.»

Mi liberai, non perché lui mi lasciasse, ma perché lui sembrò perdere ogni forza. Si appoggiò alla scrivania, le spalle curve, la testa china. Per la prima volta, Damien Blackwood mi sembrò piccolo. Vulnerabile. Distrutto.

«Non l’hai mai superata,» mormorai, non come un’accusa, ma come una constatazione.

Lui scosse la testa, senza guardarmi. «Come si fa? Come si supera il sole?» La sua voce era un filo di suono. «Era… luce. Pura, semplice luce. E io l’ho spenta.»

«Non è stato colpa tua.»

«Io dovevo essere al telefono con lei quella sera. Ero arrabbiato per una sciocchezza lavorativa. Non ho risposto. Lei era distratta, mi stava cercando, ha perso il controllo dell’auto.» Alzò lo sguardo verso di me. I suoi occhi erano pozzi di una sofferenza infinita. «Quindi sì, Sofia. È colpa mia. Tutto è sempre colpa mia. Ecco perché non posso…»

«Non puoi cosa?»

«Non posso permettermi di avere un’altra luce. Perché la spegnerei. La distruggerei. Come faccio con tutto.»

La sua confessione mi trafisse. In quel momento, vidi finalmente l’uomo dietro il tiranno. Un uomo che si puniva da tre anni, che si era costruito una prigione di ghiaccio e controllo perché era l’unico modo per non fare male a nessun altro. Per non perdere nessun altro.

L’amore che provavo per lui, in quel momento, diventò una cosa tremenda e tenera. Mi avvicinai, lentamente, e posai una mano sulla sua guancia. Lui trasalì, come se il contatto lo bruciasse.

«Damien,» sussurrai. «Io non sono Isabelle. Non sono luce pura. Sono piena di ombre, di rabbia, di paura. E forse… forse sono abbastanza forte da non spegnermi.»

Lui chiuse gli occhi, come se le mie parole fossero troppo dolorose da sentire.

«Io… io non ti voglio solo,» continuai, la voce che mi tremava. «Ti voglio. E mi sto innamorando di te. Contro ogni buonsenso, contro ogni mia difesa. Mi sto innamorando dell’uomo che sei, non solo del CEO, non solo dell’amante. Dell’uomo che fa male, che ha paura, che si porta addosso questa colpa.»

Aprì gli occhi. E nei suoi occhi vidi il panico. Il terrore puro.

«No,» disse, scostando bruscamente la mia mano. Si raddrizzò, e la maschera ricadde sul suo volto, ma era incrinata, tremula. «No, Sofia. Non puoi. Non *devi*.»

«Perché?»

«Perché io non posso amarti!» urlò, e la sua voce ruppe il silenzio della stanza come un vetro. «Non so come si fa! Non ho più le parti per farlo! Lei se le è portate via tutte! Quello che provo per te… è ossessione. È possesso. È bisogno malato. Non è amore. Non sarà mai amore. E tu meriti l’amore, non questa… questa rovina che sono io.»

Le sue parole mi colpirono con la forza di un uragano. Ma invece di spezzarmi, mi resero furiosa. «Smettila di decidere per me! Smettila di punirti e di punire me! Io so cosa provo. E so cosa vedo in te, anche quando cerchi di nasconderlo!»

Lui scosse la testa, un movimento meccanico. «È finita, Sofia.»

«Cosa?»

«Questo. Noi. È finita.» Le parole uscirono piatte, definitive. «La suite all’Hotel Principe sarà disdetta. In ufficio, sarò il tuo CEO. Nient’altro. Non cercarmi. Non guardarmi. Dimenticami.»

Sentii il mondo spaccarsi in due. «Stai scappando,» sussurrai, le lacrime che finalmente mi salivano agli occhi, brucianti. «Stai scappando perché hai paura.»

«Sì,» ammise, senza vergogna. «Ho una paura fottutamente paralizzante. Ed è l’unica cosa sensata che mi resti da fare. Ora vattene, per favore.»

Non ci furono altre parole. Non ci fu un ultimo bacio, un ultimo tocco. Lui rimase immobile, voltato verso la fotografia di Isabelle, mentre io uscivo dalla stanza, dallo studio, dall’attico.

La discesa nell’ascensore privato fu un vuoto di suoni e sensazioni. Uscii nel pomeriggio morente di Brera, le lacrime che ora scendevano libere, silenziose, implacabili.

Non andai a casa subito. Camminai senza meta, finché le gambe non mi portarono automaticamente alla porta di Elena.

Lei aprì, e un solo sguardo al mio viso devastato le bastò. Senza dire una parola, mi tirò dentro, mi chiuse in un abbraccio stretto mentre io crollavo, singhiozzando contro la sua spalla tutto il dolore, la rabbia, la vergogna, l’amore disperato.

«L’ho cacciato via,» singhiozzai, quando riuscii a parlare. «L’ho spinto a mostrarsi… e mi ha cacciato.»

Elena mi accarezzò i capelli, il suo silenzio più eloquente di qualsiasi discorso. Mi fece sedere sul divano, mi portò una coperta, un bicchiere d’acqua.

«Mi sono innamorata di lui, Elena,» confessai, la voce rotta. «E lui… lui ama ancora una fantasma.»

Elena sospirò, sedendosi accanto a me. «Lo sapevo che sarebbe finita così, Sofia. Damien Blackwood è un uomo che vive in una tomba che si è costruito da solo. Nessuno può tirarlo fuori, se non lui. E lui non vuole uscire.»

«Cosa devo fare?» mormorai, esausta.

Mi guardò, gli occhi verdi pieni di una tenerezza dolorosa. «Devi sopravvivere. Domani andrai in ufficio, terrai la testa alta, e farai finta che non esista. E lentamente, forse, smetterai di amarlo. O forse no. Ma almeno sarai viva. Con lui…» Scosse la testa. «Con lui, stavi solo imparando a morire un po’ ogni giorno.»

Passò la notte sul divano accanto a me, a farmi compagnia nel buio. Ma le sue parole, per quanto vere, non riuscivano a spegnere la fiamma disperata che Damien aveva acceso in me. Lui poteva chiudere la porta. Poteva dire che era finita.

Ma il mio cuore, stupido e testardo, non sapeva come obbedire.