Capitolo 12

Capitolo 12

**POV: Sofia**

La settimana successiva fu un esercizio di disciplina militare.

Ogni mattina, alle 8:55 precise, varcavo l’atrio di marmo del grattacielo Blackwood con lo sguardo fisso davanti a me. Salivo nell’ascensore di vetro senza alzare gli occhi verso l’alto, dove sapevo che l’ufficio angolare dominava come un nido d’aquila. Al ventesimo piano, mi chiudevo nella mia postazione, rispondevo alle email, partecipavo alle riunioni con un sorriso professionale stampato in faccia. E ignoravo completamente la presenza che gravava su di me come una tempesta in arrivo.

Non rispondevo alle chiamate dalla linea diretta. Se il suo assistente personale mi cercava, rispondevo via chat. Se c’era un documento da firmare, lo lasciavo al banco della reception del trentesimo piano. Se incrociavo il suo sguardo attraverso le vetrate durante una riunione, distoglievo immediatamente gli occhi, concentrandomi sul relatore come se la mia vita dipendesse da quelle slide noiose.

Era una guerra di logoramento. E io stavo vincendo, a costo di sentirmi svuotata, fragile come vetro sottile.

«Stai morendo,» mi disse Elena giovedì, mentre mangiavamo insalate tristi nella sala break. «Hai gli occhi da panda. E non mangi.»

«Sto lavorando,» risposi meccanicamente, infilzando un pomodorino.

«Stai morendo,» ripeté, più gentile. «Sofia, lo so cosa è successo domenica. Lo so che ti ha fatto male. Ma non puoi continuare così. Devi… voltare pagina. Attivamente.»

«Sto voltando pagina. Lo sto ignorando.»

«Non è abbastanza. Lui è ancora lì. Tu sei ancora qui. L’aria è ancora satura di… lui. Devi fare qualcosa di concreto. Uscire. Conoscere qualcuno. Ricordarti che esistono altri uomini sul pianeta.»

In quel preciso momento, come se il destino avesse un senso dell’umorismo perverso, Marco Santini attraversò il corridoio dei dirigenti. La sua camicia azzurra era impeccabile, il sorriso affabile. I suoi occhi azzurri incontrarono i miei attraverso il vetro. Sorrise. Un sorriso che non era solo professionale.

«Vedi?» sussurrò Elena. «Un altro uomo. Bellissimo, tra l’altro. E sembra genuinamente interessato.»

«È solo una strategia per ferire Damien,» mormorai, ma la mia voce mancava di convinzione.

«E allora?» Elena alzò una spalla. «Usalo. Fatti una serata piacevole. Fai qualcosa che non abbia l’odore del sandalo e del disastro.»

Quel venerdì, alle 17:03, mentre preparavo la borsa per uscire, il telefono sulla mia scrivania vibrò. Non era la linea diretta. Era il mio cellulare personale.

Un messaggio da un numero non in rubrica, ma che riconobbi immediatamente.

*Marco: Sofia, so che è molto improvvisato. Ma se stasera non hai impegni, mi piacerebbe portarti a cena. Terrazza Triennale. 20:30. Niente lavoro, solo buon cibo e, spero, buona compagnia.*

Il cuore mi fece un balzo strano. Non era l’elettrico, pericoloso sussulto che provavo con Damien. Era un battito più calmo, più umano. Un’offerta di normalità. Di qualcosa che non bruciasse.

Guardai verso l’alto, verso le vetrate dell’ufficio di Damien. La luce era accesa. Lui era lì.

Respirai profondamente. E risposi.

*Sofia: Va bene. 20:30. Grazie.*

***

**POV: Sofia**

«Sì!» esclamò Elena, battendo le mani quando le raccontai. Era nel mio appartamento dei Navigli, armata di cosmetici e abiti. «Finalmente! La Terrazza Triennale, Sofia. È romantico, è chic, è perfetto per voltare pagina con stile.»

Mi stava pettinando i capelli, che avevo deciso di lasciare sciolti per una volta. «Non è una dichiarazione, Elena. È solo una cena.»

«È un inizio. E tu hai bisogno di un inizio.» Mi fece voltare verso di lei. I suoi occhi verdi erano seri. «Damien ti ha detto che non può amarti. Ha scelto un fantasma. Tu devi scegliere te stessa. E se per farlo devi uscire con un bellissimo CFO che ti guarda come se fossi l’unica donna nella stanza, ben venga.»

Mi aiutò a infilare un vestito che non avevo mai osato indossare: un tubino color vino, semplice, elegante, che mi cadeva morbidamente sulle curve e mi scopriva le spalle. Niente tacco dodici, solo dei sandali con un piccolo tacco. Mi sentivo bella. Mi sentivo diversa. Mi sentivo come se potessi davvero lasciarmi tutto alle spalle.

«Ricordati di respirare,» mi disse Elena dandomi un bacio sulla guancia. «E di divertirti. Meriti di divertirti.»

Alle 20:25, un taxi mi lasciò davanti alla Triennale. La Terrazza era magica, come sempre: le luci di Milano si stendevano sotto di noi in un tappeto dorato, il cielo era un velluto viola, l’aria tiepida della sera primaverile profumava di fiori e di promessa.

Marco era già al tavolo, con vista mozzafiato. Si alzò quando mi vide, e il suo sorriso fu sincero, ammirato.

«Sofia,» disse, prendendomi la mano e sfiorandola con le labbra in un gesto vecchio stile che, inaspettatamente, non mi dispiacque. «Sei splendida.»

«Grazie, Marco. Il posto è incredibile.»

La cena fu piacevole. Facile. Lui parlava di viaggi, di vini, di un aneddoto divertente su un cliente difficile. Ascoltavo, ridevo nei momenti giusti, assaggiavo il cibo squisito. Era normale. Era sano. Eppure, in un angolo remoto della mia mente, una voce sussurrava che mancava qualcosa. Manca la tensione che ti spezza in due, manca l’elettricità che fa vibrare l’aria, manca il pericolo.

Stavo zittendo quella voce con un sorso di Vermentino quando lo vidi.

Non so come seppi che era lì. Forse fu un brivido che mi corse lungo la spina dorsale. Forse fu il modo in cui l’atmosfera intorno al nostro tavolo cambiò, diventando più densa, più carica. Alzai lo sguardo dal bicchiere, e il mio cuore si fermò.

Damien era in piedi all’ingresso della terrazza.

Non era vestito per una cena. Indossava i soliti pantaloni scuri e una camicia bianca con le maniche arrotolate, come se fosse uscito dall’ufficio e fosse venuto direttamente qui. I capelli erano leggermente scomposti, come se si fosse passato le mani tra i capelli più volte. I suoi occhi grigio acciaio scansionarono la terrazza con una precisione chirurgica, e quando si posarono su di me, fu come essere colpita da un proiettile.

Il mondo rallentò. Vidi il suo sguardo scendere sul mio vestito, sulle mie spalle scoperte, su Marco che mi sorrideva dall’altro lato del tavolo. Vidi la sua mascella contrarsi. Vidi le sue mani stringersi a pugno.

Poi si mosse.

Non camminò. Avanzò. Tagliò la terrazza con una determinazione che fece ammutolire le conversazioni intorno. I camerieri si scansarono. Una coppia all’altro tavolo smise di parlare, ipnotizzata.

Marco si accorse della sua presenza solo quando Damien era già a un metro dal nostro tavolo. Si voltò, e il suo sorriso affabile si gelò.

«Damien,» disse, la voce tesa ma controllata. «Che sorpresa. Non sapevo che frequentassi questo locale.»

Damien lo ignorò. I suoi occhi erano inchiodati ai miei. Nel loro grigio vedevo un turbine di rabbia, di possesso, di qualcosa che somigliava alla disperazione.

«Alzati,» disse. La sua voce era bassa, roca, un ordine che vibrava nell’aria tiepida.

«Damien, cosa credi di—» iniziò Marco, alzandosi a sua volta.

«Non parlavo con te,» lo interruppe Damien, senza neppure guardarlo. Il suo sguardo continuava a trafiggermi. «Sofia. Alzati. Adesso.»

Il sangue mi ruggiva nelle orecchie. L’umiliazione mi bruciava le guance. Sentivo gli sguardi di tutti i presenti su di me. Ero il trofeo conteso in una lotta di maschi alfa in un ristorante di lusso. La rabbia, pura e incandescente, sostituì la paura.

«No,» dissi, la voce più ferma di quanto mi sentissi. «Non sono una bambina che obbedisce agli ordini. E tu non sei il mio capo, qui.»

Un lampo di qualcosa di feroce attraversò i suoi occhi. Si chinò leggermente, appoggiando le mani sul nostro tavolo, invadendo lo spazio, riempiendolo della sua presenza opprimente. L’odore di sandalo e bergamotto mi raggiunse, un pugno nello stomaco.

«Hai finito di giocare,» sibilò, solo per me. «Ti stai mettendo in mostra con lui per farmi impazzire? Ci sei riuscita. Ora basta.»

«Non sto giocando a niente, Damien,» sussurrai, furiosa. «Sto cenando. Vattene.»

Marco mise una mano sul braccio di Damien. «Hai sentito la signorina, Damien. È meglio che te ne vai.»

Damien, finalmente, distolse lo sguardo da me e lo puntò su Marco. Ciò che Marco vide in quel volto lo fece indietreggiare di un passo.

«Togliti la mano di dosso,» ringhiò Damien, la voce un suono animalesco. «Prima che te la stacchi.»

«Minacci me? Davanti a tutti?» la voce di Marco si alzò, attirando ancora più attenzione. «Credi di poter controllare tutto e tutti, vero? Anche lei? Non è tua, Damien. Non lo sarà mai.»

Fu allora che Damien perse il controllo.

Con un movimento fulmineo, afferrò il colletto della camicia di Marco, tirandolo verso di sé fino a che i loro nasi non si sfiorarono. Il tavolo traballò, un bicchiere cadde e si frantumò sul pavimento.

«Ascoltami bene, Santini,» la voce di Damien era un ghiaccio tagliente, ma carica di una violenza trattenuta a stento. «Lei. È. Mia. L’hai capita? Mia. E se metti di nuovo le tue mani sporche di ambizione su ciò che è mio, ti distruggo. Non solo in azienda. Dappertutto. Ora sparisci dalla mia vista.»

La scena era surreale. Il ristorante di lusso, il silenzio tombale, i due uomini che si fronteggiavano, uno con gli occhi pieni di sfida e paura, l’altro con gli occhi pieni di omicidio.

E io, nel mezzo. Umiliata. Ridotta a un oggetto.

La rabbia esplose. Mi alzai di scatto, facendo cadere la sedia all’indietro con un fracasso che echeggiò nella terrazza silenziosa.

«BASTA!»

La mia voce squarciò l’aria. Sia Damien che Marco si voltarono verso di me, sorpresi.

«Basta tutti e due!» Gli occhi mi bruciavano, ma non avrei pianto. Non lì. «Non sono un premio da contendervi. Non sono una proprietà.» Puntai il dito contro Damien, la mano che tremava di furia. «Tu. Mi hai detto che non puoi amarmi. Hai scelto il tuo dolore. Bene. Tientelo. Io scelgo me stessa. E tu,» mi girai verso Marco, «non sono un’arma da usare contro di lui. Siete due bambini viziati che giocano alla guerra, e io ne ho abbastanza.»

Presi la borsa. Il mio corpo tremava tutto.

«Sofia,» la voce di Damien era cambiata, ora era una richiesta, quasi un appello.

Mi voltai per l’ultima volta. Lo guardai dritto negli occhi, versando in quello sguardo tutta la delusione, il dolore, la rabbia della settimana passata, di quella notte di domenica, di tutto.

«Non voglio più vederti, Damien,» dissi, ogni parola un chiodo nella bara di ciò che poteva essere. «Hai distrutto tutto. Lasciami in pace.»

E senza aspettare una risposta, senza guardare indietro, attraversai la terrazza in silenzio, sotto gli sguardi di pietra degli altri clienti, e scomparsi nell’ascensore, lasciandomi alle spalle i resti fumanti della mia vita.