Capitolo 13

Capitolo 13

**POV: Sofia**

Il silenzio dell’appartamento era una coperta troppo pesante. Dopo aver sbattuto la porta in faccia a Damien, dopo aver urlato quelle parole che bruciavano la gola – *Non voglio più vederti, hai distrutto tutto* – non c’era stato sollievo. Solo un vuoto acido che occupava ogni spazio, persino quello tra un respiro e l’altro.

Passai la domenica come un fantasma. Non risposi alle chiamate di Elena. Ignorai i tre messaggi di Marco, il primo preoccupato, il secondo insistente, il terzo già freddo. Damien non tentò di contattarmi. Quel silenzio era forse la cosa più spaventosa di tutte. Era il silenzio di chi sta già calcolando la prossima mossa.

Lunedì mattina, varcai l’atrio di Blackwood Industries con le spalle dritte e lo sguardo fisso davanti a me. Il marmo bianco rifletteva la mia immagine: una donna in un tailleur grigio perla, capelli raccolti in uno chignon così stretto da farmi male alle tempie, labbra serrate. Una maschera perfetta. Dentro, tutto tremava.

L’atmosfera cambiò non appena l’ascensore di vetro si aprì al ventesimo piano. Il brusio abituale dell’open space si spense a ondate, come se qualcuno stesse staccando spine. Occhi che si alzavano dalle scrivanie, si posavano su di me, si abbassavano rapidamente. Sussurri soffocati dietro schermi di computer. Un collega del marketing che stava andando verso la sala break fece un’improvvisa inversione a U.

Il mio stomaco si contorse in un nodo di ghiaccio.

Elena era già alla sua postazione. Mi vide e il suo volto, solitamente così controllato, si incrinò in un’espressione di pura angoscia. Si alzò in fretta, avvicinandosi.

“Sofia,” sussurrò, afferrandomi un braccio. “Dio, dove sei stata ieri? Ho sentito… tutti hanno sentito.”

“Sentito cosa, esattamente?” La mia voce suonò stranamente piatta.

“Della scena al ristorante. Marco… ha parlato. Con qualcuno. E quel qualcuno ha parlato con tutti.” I suoi occhi verdi erano lucidi di preoccupazione. “Dicono che Damien ti abbia reclamata come una proprietà. Che tu e lui… che c’è una relazione. Da mesi.”

Il pavimento sembrò inclinarsi sotto i miei piedi. *Da mesi*. Era vero. E ora era pubblico. L’umiliazione che avevo provato alla Terrazza Triennale si moltiplicò per cento, diventando un fuoco vivo su pelle nuda. Ero la favola del gossip aziendale. L’assistente che si era fatta il CEO.

“Sofia Martelli?”

Ci voltammo entrambe. Una donna che non avevo mai visto prima, in un severo tailleur blu notte, ci fissava dall’ingresso dell’open space. Portava un badge di plastica appeso a un cordino: **RISORSE UMANE - DIPARTIMENTO INTERNO**.

“Sono la dottoressa Valenti,” disse, con una voce neutra e professionale che non prometteva nulla di buono. “Avrei bisogno di parlare con lei. Subito. Mi segua, per favore.”

Elena mi strinse il braccio più forte. “Non andare da sola. Chiedi un rappresentante sindacale, o…”

“Va tutto bene, Elena,” mentii, staccando dolcemente la sua presa. Seguii la donna in tailleur blu attraverso l’open space, sentendo il peso di decine di occhi sulla mia schiena.

L’ufficio della dottoressa Valenti era piccolo, anonimo, senza finestre. L’aria sapeva di pulito e di carta. Mi fece sedere su una sedia di fronte alla sua scrivania.

“Signorina Martelli,” iniziò, posando le mani piatte sul tavolo. “Siamo qui a seguito di un reclamo formale presentato ieri sera dal signor Marco Santini, CFO dell’azienda. Il reclamo accusa il signor Damien Blackwood, CEO, di aver instaurato una relazione sentimentale e sessuale con una sua subordinata diretta – lei – creando un grave conflitto di interessi, un ambiente di lavoro ostile e pratiche di favore che ledono la meritocrazia aziendale.”

Ogni parola era un chiodo. Sentii il sangue ritirarsi dal mio viso.

“Lei nega che ci sia stata una relazione con il signor Blackwood?” chiese, osservandomi attentamente.

Respirai a fondo. La menzogna mi si incollava in gola. Ma la verità era peggio. “No. Non lo nego.”

La dottoressa Valenti annuì lentamente, come se si aspettasse quella risposta. “Quando è iniziata questa relazione?”

“Dopo la mia assunzione. Di alcuni mesi.”

“Il signor Blackwood ha usato la sua posizione per esercitare pressioni su di lei? Per ottenere favori sessuali in cambio di vantaggi professionali?”

La domanda mi fece rabbrividire. “No,” dissi, e la parola suonò stranamente vera. Damien non mi aveva mai promesso promozioni. Mi aveva offerto solo ossessione, possesso e una suite d’hotel. “È stata… consensuale. E privata.”

“Fino a ieri sera,” precisò lei. “La signorina Rossini, che abbiamo sentito questa mattina presto, ha confermato la timeline e il carattere consensuale, per quanto… complesso.”

Elena. Aveva testimoniato per me. Un nodo di gratitudine mi serrò la gola.

“Tuttavia,” continuò la dottoressa Valenti, “la presenza di una relazione tra un CEO e una sua assistente diretta è una violazione gravissima del codice etico aziendale e delle policy contro i conflitti di interesse. Indipendentemente dal consenso, crea una percezione di favoreitismo che mina l’integrità di tutta la struttura.”

Sapevo cosa stava per arrivare. Lo sentivo nell’aria, freddo e inevitabile.

“Il signor Blackwood,” disse lei, abbassando leggermente la voce, “ha già preso contatto con noi. Ha offerto, come soluzione per evitare un’indagine più ampia e danni di immagine all’azienda, di versare a lei un’indennità di buonuscita di centomila euro, a patto che lei presenti le sue dimissioni con effetto immediato.”

Centomila euro. La cifra rimbombò nel silenzio dell’ufficio senza finestre. Era più di quanto avrei guadagnato in due anni. Era la via d’uscita pulita, dorata. Il silenzio comprato.

Guardai le mie mani appoggiate sulle ginocchia. Vidi le nocche bianche. Vidi i due mesi di fatica, le notti insonni, le umiliazioni, il desiderio che mi aveva consumata viva. Vidi Damien che mi diceva *Sei mia* in un ristorante pieno di gente. Vidi il suo silenzio dopo le mie urla.

Alzai lo sguardo. “No.”

La dottoressa Valenti batté le palpebre, sorpresa per la prima volta. “Mi scusi?”

“Dica al signor Blackwood che rifiuto la sua buonuscita.” La mia voce era chiara, ferma, finalmente mia. “Mi dimetto. Oggi. Senza un euro. Per mia dignità personale.”

Per un lungo momento, la donna mi studiò. Poi annuì, una sola volta. “Come desidera. Le procedure di dimissione volontaria saranno avviate immediatamente. Può tornare alla sua postazione a raccogliere gli effetti personali. Un addetto della sicurezza l’accompagnerà all’uscita una volta terminato.”

Uscii dall’ufficio con le gambe che tremavano, ma la testa stranamente leggera. L’open space era un teatro di sguardi rapidi e imbarazzati. Marco era in piedi vicino alla sala break, il volto tirato. Fece un passo verso di me.

“Sofia, per favore, lascia che mi spieghi. Il reclamo… era necessario. Per proteggere l’azienda, per fermarlo…”

“Non voglio sentire le sue spiegazioni, signor Santini,” lo interruppi, senza fermarmi. “Non voglio più parlarle.”

Il suo volto si oscurò, ma non insisté.

Alla mia postazione, trovai una scatola di cartone già posata sulla sedia. Elena era lì, gli occhi rossi. Senza parlare, cominciammo a riempirla insieme: la tazza con la scritta “World’s Okayest Assistant”, il portafoto vuoto, il piccolo cactus che non era mai fiorito, i pochi fascicoli personali. Le rose bianche del lunedì erano già sul ripiano vicino alla finestra, ancora avvolte nella carta. Le lasciai lì.

Mentre chiudevo il coperchio della scatola, alzai involontariamente lo sguardo. In alto, dietro le immense vetrate del trentesimo piano, una figura era immobile nell’ufficio angolare. Damien. Stava guardando giù. La distanza era troppa per vedere la sua espressione, ma sentii il peso di quello sguardo come una mano sulla nuca. Non chinò il capo. Non fece un cenno. Semplicemente osservò, dalla sua torre di vetro, mentre la sua ossessione se ne andava.

Elena mi accompagnò fino all’ascensore, ignorando il protocollo che voleva un addetto alla sicurezza. “Mi chiamerai stasera?” chiese, la voce roca. “Ti porto del vino. Tanto. Tutto il vino.”

“Sì,” promisi, abbracciandola forte.

L’ascensore scese. Attraversai l’atrio glaciale per l’ultima volta, la scatola tra le braccia. La receptionist dietro il banco di quercia non alzò lo sguardo dal suo schermo.

Varcai le porte scorrevoli in vetro ed entrai nella luce pallida del mattino milanese. L’aria era fresca, carica dell’odore del traffico e del caffè di un bar vicino. Non mi voltai a guardare il grattacielo che si stagliava alle mie spalle.

Avevo perso il lavoro. Avevo perso la mia reputazione. Forse avevo perso me stessa, da qualche parte in quelle notti d’hotel.

Ma per la prima volta dopo mesi, respirai.