**POV: SOFIA**
Le due settimane che seguirono il mio addio alla Blackwood Industries furono un unico, interminabile giorno grigio.
Il mio appartamento in zona Navigli, un tempo rifugio, si trasformò in una cella. Le persiane rimasero abbassate, sigillando fuori la Milano primaverile e il suo odore di caffè e speranza. Il tempo si dilatò in un limbo appiccicoso, scandito solo dal ticchettio dell’orologio sul comodino e dal mio respiro, troppo lento, troppo pesante. Non risposi a nessuna chiamata, non controllai le email, non cercai lavoro. Mi limitai a esistere, a trascinarmi dal letto al divano e viceversa, avvolta nello stesso pigiama di pile, mentre il silenzio diventava un’entità fisica, un vuoto acido che occupava ogni spazio.
Elena fu la mia ancora. Appariva ogni giorno alle sette di sera, puntuale come un orologio svizzero, con buste di cibo che non toccavo e uno sguardo che oscillava tra la preoccupazione e una rabbia silenziosa verso di me.
«Sofia, devi mangiare qualcosa.»
«Non ho fame.»
«Devi uscire. Fare due passi.»
«Non voglio.»
«Devi almeno farti una doccia, amore.»
«Dopo.»
La sua pazienza era un miracolo. Mi sedevo accanto sul divano, a volte in silenzio, a volte raccontandomi le chiacchiere d’ufficio che ormai mi scivolavano addosso come acqua. Mi teneva la mano, una presenza calda e solida in mezzo al gelo che mi aveva invaso le ossa.
Fu lei, il decimo giorno, a portarmi la prima crepa in quella nebbia.
«Hai ricevuto una chiamata», disse, posando il mio telefono spento sul tavolino. «Da una headhunter. La Lombardi & Associati. Cercano un senior executive assistant per la filiale milanese di una multinazionale tedesca. Hanno sentito parlare di te.»
Alzai lo sguardo dal vuoto che stavo fissando sul tappeto. «Hanno sentito parlare di me? Di cosa, esattamente? Della ragazza che si è fatta… che è stata…»
«Della professionista brillante che ha gestito il mostro sacro Damien Blackwood per due mesi senza farsi sbranare viva», tagliò corto Elena, la voce dura. «Quella è la tua storia, Sofia. Non l’altra. L’altra la raccontano gli stronzi. Tu racconta questa.»
Mi fissai le mani in grembo. Un barlume di qualcosa – non era speranza, era troppo fragile – si accese da qualche parte nel petto. Un’offerta. Un riconoscimento. Fuori dalla sua ombra.
«Hanno fissato un colloquio per giovedì», aggiunse Elena, e nella sua voce c’era una sfida. «Ti ci porto io.»
Annui, appena. Era un movimento. Il primo.
Ma il mondo fuori non era solo lavoro. Era anche lui.
La prima sera che lo vidi, pensai di avere le allucinazioni. Ero alla finestra della camera, nascosta dietro la tenda, a guardare la via sottostante bagnata da una pioggia fine. Le luci dei lampioni si specchiavano nelle pozze. E poi, come materializzandosi dall’ombra tra due macchine parcheggiate, apparve lui.
Damien.
Stava in piedi sotto la pioggia, senza cappotto, la camicia bianca incollata al torso. Non guardava in su. Fissava semplicemente il portone del mio palazzo, immobile come una statua di dolore. Il cuore mi si bloccò in gola. Lo osservai per dieci minuti interminabili, finché non si voltò e sparì nella notte, lasciandomi con un tremito alle ginocchia e il sapore amaro della paura – e di qualcos’altro, qualcosa di viscerale e indecente che mi fece odiare me stessa – in bocca.
Ricominciò la notte dopo. E quella dopo ancora. Sempre alla stessa ora, sempre per lo stesso tempo, sempre con quella stessa, straziante immobilità. Il mio telefono, che avevo finalmente riacceso per la questione del colloquio, cominciò a illuminarsi di notifiche silenziose. Chiamate perse da un numero privato. Messaggi vuoti, solo notifiche di chiamata. Non risposi mai. Non aprii mai.
Poi, arrivarono le lettere.
Bianche, pesanti, senza mittente. Semplicemente «Sofia» scritto a mano con una calligrafia precisa e potente che riconobbi immediatamente. Le trovavo nella cassetta della posta ogni due giorni. Elena ne portò una dentro, il quarto giorno.
«Sofia, questa è follia», disse, tenendo la busta come se potesse scottare. «Lo sta diventando. L’ho visto ieri sera. Sembra… distrutto.»
«Non mi interessa», mentii, la voce secca come una foglia morta. «Buttala.»
«Non dovresti almeno leggerla? Sentire cosa ha da dire?»
«Cosa potrebbe mai dire che cambi qualcosa?» La rabbia mi salì, improvvisa e benefica. «Scuse? Giustificazioni? Che mi vuole? Lo so che mi vuole. Lo ha sempre voluto come si vuole un oggetto. Ora basta.»
Presi la busta dalle sue mani. E quella sera, mentre Elena mi guardava con occhi pieni di una pietà che non sopportavo, le bruciai tutte, una dopo l’altra, nel piccolo camino del soggiorno che non avevo mai usato. Le guardai arricciarsi, annerirsi, diventare cenere. Le parole che non avrei mai letso svanirono in fumo. Era un atto di purificazione. Di sopravvivenza.
Ma Damien Blackwood non era un uomo che accettava un rifiuto.
La crisi arrivò alle due e sette del mattino di una notte di domenica. Un suono insistente, furioso, straziante squarciò il sonno che finalmente, stremata, avevo trovato. Il citofono.
*Bzzzzzzzzzzzt. Bzzzzzzzzzzzt.*
Mi alzai, il cuore in gola. Alla finestra, la strada era deserta. Ma lui era lì, lo sentivo. Il suono continuò, un lamento elettronico che non accennava a fermarsi. Avrebbe svegliato tutto il palazzo. La paura si mescolò a una rabbia cocente. Doveva finirla. *Doveva.*
Afferrai il vestaglia e corsi giù per le scale, il cuore che batteva a martello contro le costole. Spalancai il portone di legno massiccio.
L’odore mi colpì per primo: whisky e pioggia e disperazione.
Damien era seduto sui gradini di pietra, la schiena contro la ringhiera di ferro, la testa tra le mani. Era inzuppato, i capelli neri appiccicati alla fronte, la camicia strappata su una spalla. Al rumore della porta, si voltò.
Il suo volto mi tolse il respiro.
Gli occhi grigio acciaio, sempre così impenetrabili, erano due pozze rosse, gonfie, devastate. Le lacrime gli avevano tracciato solchi sporchi sulle guance. La sua maschera di controllo perfetto, la sua armatura di ghiaccio, era in frantumi. Davanti a me non c’era il CEO spietato, il tiranno. C’era un uomo spezzato.
«Sofia», raspò, la voce un rottame. Tentò di alzarsi, barcollò, e ricadde sui gradini. «Sofia, per favore.»
«Sei ubriaco», dissi, la voce tremante nonostante il mio tentativo di renderla dura. «Vattene. Ora.»
«Non posso», singhiozzò, e il suono era così primitivo, così umano, che mi fece un passo indietro. «Non posso più. Ti prego. Ho sbagliato tutto. Tutto.»
Guardò le sue mani, come se non le riconoscesse. «Ti ho offerto dei soldi. Come se fossi… come se quello che c’è stato tra noi potesse essere pagato. Come se tu fossi una transazione.» Alzò lo sguardo verso di me, e il dolore che vi leggevo era quasi insopportabile. «Ti ho ferita. Ti ho umiliata. Ti ho trattata come una delle mie proprietà. E poi ti ho lasciata andare. È stata la cosa più stupida… la cosa più vile che abbia mai fatto.»
«Damien…»
«No, ascoltami!» La sua voce si spezzò. «Per una volta nella mia maledetta vita, ascoltami! Ho passato gli ultimi quindici giorni a guardare il tuo posto vuoto. Quel maledetto spazio vuoto nell’open space. È come se avessero spento il sole. Sofia, tu… tu non sei Isabelle.»
Il nome della sua defunta fidanzata scese tra noi come un coltello.
«Isabelle era la luce», continuò, le parole che uscivano a fatica, macerate dal dolore e dall’alcol. «E io ho spento quella luce. Con te… con te è diverso. Tu sei il fuoco. Mi bruci. Mi consumi. Mi fai sentire *vivo*, anche quando quel sentire è straziante. Anche quando è ossessione. Anche quando è terrore. Senza di te, torno ad essere quello che ero dopo che lei se n’è andata. Una tomba. Una tomba che cammina.»
Si chinò in avanti, i gomiti sulle ginocchia, il corpo scosso da un tremito incontrollabile. «Non ti chiedo di perdonarmi. So di non meritarlo. Ti chiedo solo… non mi condannare a questo buio. Ti prego.»
Stava piangendo. Damien Blackwood stava piangendo, seduto sui gradini bagnati del mio palazzo, distrutto e vulnerabile come non l’avevo mai visto, come non avrei mai creduto possibile.
Tutto l’odio, il risentimento, la ferita orgogliosa che mi aveva tenuta in piedi per due settimane, vacillò. Davanti a me non c’era l’uomo che mi aveva umiliata, che aveva trasformato il nostro segreto in pettegolezzo aziendale, che mi aveva offerto un assegno per cancellarmi. C’era l’uomo che mi aveva guardata mentre andavo in pezzi tra le sue braccia, e che si era spezzato con me. C’era l’uomo dei sussurri nell’oscurità della suite 512, la cui ossessione era speculare alla mia.
La pioggia leggera aveva cominciato a cadere di nuovo, imprigionando noi due in una bolla di luce del lampione e di silenzio frantumato.
Feci un passo avanti. Poi un altro. Mi inginocchiai sul gradino bagnato di fronte a lui, la vestaglia che si inzuppava immediatamente.
Lui alzò lo sguardo, gli occhi pieni di uno smarrimento così totale che mi trafisse.
Non dissi nulla. Non c’erano parole che potessero contenere il vortice di quello che provavo. Allungai una mano. Esitai un attimo, poi appoggiai le dita sulla sua guancia, fredda e bagnata di pioggia e lacrime.
Damien chiuse gli occhi, un singhiozzo soffocato gli uscì dalla gola, e piegò la testa nel mio palmo come un naufrago che avesse trovato terra.
In quel gesto, in quella resa totale, capii che la partita non era finita. Stava solo entrando nel round finale. E per la prima volta, non avevo paura di giocare.