Capitolo 15

Capitolo 15

**POV: Sofia**

Lo portai dentro.

Non perché lo volessi, ma perché non potevo lasciarlo lì, in quel vicolo milanese alle due di notte, con le spalle curve e il viso devastato. L’odore di whisky lo precedeva, denso e acre, mescolato alla pioggia che gli aveva inzuppato i capelli neri, facendoli aderire alla fronte. Non sembrava più Damien Blackwood, il tiranno del trentesimo piano. Sembrava un uomo che aveva perso tutto.

Lo feci sedere sul divano, quello stesso divano dove Elena mi aveva tenuto la mano per due settimane. Andai in cucina, preparai il caffè con mani che tremavano appena. Il silenzio dell’appartamento era rotto solo dal gorgoglio della moka e dal suo respiro affannoso, irregolare.

Quando tornai, aveva la testa tra le mani. Le spalle gli tremavano. Non piangeva più, o forse lo faceva in silenzio. Misi la tazzina sul tavolino di fronte a lui.

«Bevi.»

Alzò lo sguardo. I suoi occhi grigio acciaio erano opachi, arrossati, pieni di una sofferenza così nuda che mi trafisse il petto contro ogni mia volontà. Non disse nulla. Prese la tazzina, le dita che la stringevano erano bianche per la forza. Bevve un sorso, fece una smorfia.

«È forte,» mormorò, voce roca.

«Ne hai bisogno.»

Bevve il resto in silenzio. Io rimasi in piedi, dall’altra parte del salotto, le braccia incrociate. Una barriera fisica tra noi. La stessa che avevo costruito dentro di me.

«Sofia,» disse dopo un tempo che sembrò infinito. La voce era ancora spezzata, ma più controllata. «Devo dirti delle cose.»

«Non devi dirmi niente, Damien. Dovresti andartene.»

«Non posso. Non prima di…» Inspirò profondamente. «Sono andato in terapia.»

Le parole mi colsero di sorpresa. Lo fissai, cercando una traccia di menzogna in quel viso distrutto. Non ne trovai.

«Dopo Isabelle,» continuò, guardando il fondo della tazzina vuota. «Dopo che se n’è andata. Mi sono chiuso in una prigione. Pensavo che il controllo, la durezza, fossero la punizione che meritavo. E poi sei arrivata tu.» Alzò gli occhi su di me. «E all’inizio… sì, ti ho usata. Volevo possederti, controllarti, perché eri l’unica cosa che riusciva a farmi sentire qualcosa oltre al vuoto. Ma poi…»

La sua voce si incrinò. Si passò una mano sul viso.

«Poi mi sono innamorato di te. Veramente. E non sapevo cosa fare con quell’amore. L’ho trasformato in ossessione. L’ho avvelenato. Ti ho ferita perché era l’unico modo in cui sapevo stare con qualcuno. Ferire, possedere, controllare.»

Le parole cadevano tra noi come pietre in uno stagno immobile. Sentivo il mio cuore battere forte, dolorosamente, contro le costole.

«Quell’ossessione ha distrutto tutto, Damien,» dissi, e la mia voce era più ferma di quanto mi sentissi. «Ha distrutto la mia carriera, la mia autostima, la mia pace. Mi ha fatto sentire come una cosa. La tua cosa.»

«Lo so.» Chinò il capo. «Dio, Sofia, lo so. E ti chiedo… ti supplico… una seconda possibilità. Non come prima. Non così. Ti prometto che cambierò. Che amerò nel modo giusto, o… o imparerò a farlo.»

«Come posso crederti?» La domanda uscì come un sospiro strappato. «Dopo tutto?»

Si alzò dal divano. Esitò, come se temesse di avvicinarsi. Poi fece un passo, poi un altro, fino a fermarsi a un metro da me. Abbastanza vicino da sentire il calore del suo corpo, l’odore di pioggia e disperazione. Abbastanza lontano da non toccarmi.

«Non chiederti di credermi ora,» disse, guardandomi dritto negli occhi. «Chiediti solo… se puso darmi la possibilità di dimostrartelo. Un giorno alla volta. Un passo alla volta. Con regole. Con confini. I tuoi.»

«E se non ci riesci?»

«Allora me ne andrò. Per sempre. Ti lascerò libera, come mi hai chiesto. Perché se ti amo davvero… il tuo bene deve venire prima del mio desiderio di averti.»

Era la cosa più umana che avesse mai detto. La più vulnerabile. Vidi la paura nei suoi occhi, la paura di essere respinto, la paura di fallire ancora. E in quel momento, contro ogni logica, contro ogni istinto di sopravvivenza, sentii qualcosa dentro di me cedere. Non la resistenza, ma la paura cieca. Restava la cautela, il dubbio, la ferita ancora aperta… ma la paura di provarci si fece più piccola della paura di guardarmi indietro tra vent’anni e chiedermi “e se?”

«Non qui,» dissi, la voce un filo di suono. «Non in queste quattro mura che sanno solo di dolore. Se dobbiamo parlare… parliamo da qualche parte dove l’aria è pulita.»

***

**POV: Damien**

La portai sulla terrazza del Duomo.

Era ancora notte fonda, ma l’alba non era lontana. Avevo chiamato, usato il mio nome, fatto aprire i cancelli normalmente chiusi. Il custode ci aveva lanciato uno sguardo incuriosito, poi si era ritirato in discreto silenzio. Salimmo gli scalini di pietra consumata, emergendo sotto il cielo di velluto nero punteggiato dalle ultime stelle.

Milano dormiva ai nostri piedi. Un tappeto di luci basse, di ombre lunghe, di silenzio urbano. L’aria era fresca, pulita dalla pioggia della notte, e portava con sé il profumo lontano della città e della primavera imminente.

Sofia si avvicinò alla balaustra, appoggiando le mani sulla pietra secolare. Indossava solo un cardigan sopra i pantaloni del pigiama, i capelli sciolti sulle spalle. Sembrava fragile, eppure immensamente forte. La forza di chi ha deciso di sopravvivere.

Mi avvicinai, stando a una distanza di rispetto. Il mio cuore batteva a martello nel petto. Questa era la mia ultima possibilità. L’ultimo appello.

«Qui,» dissi, la voce che risuonava nel silenzio. «Nessuna trappola. Nessuna porta che si chiude. Solo noi, e la città, e la verità.»

Lei non si voltò, ma inclinò appena la testa, ascoltando.

«Ti ho detto che ti amo, Sofia. Ma l’ho detto come un uomo che non sapeva cosa significasse. Ora… ora lo so. Amare non è possedere. Non è controllare. Non è bruciare l’altro per riscaldarsi.» Inspirai, cercando le parole giuste, le parole vere. «Amare è scegliere, ogni giorno, il bene dell’altra persona. Anche quando quel bene significa stare lontani. Anche quando fa male.»

Lei si voltò lentamente. I suoi occhi nocciola catturarono la prima, flebile luce dell’alba che iniziava a tingere l’orizzonte di grigio perla.

«E se il mio bene fosse non averti più nella mia vita?» chiese, senza sfida, solo con genuina curiosità.

Il dolore fu acuto, viscerale. Ma annuii. «Allora me ne andrei. Oggi. Senza voltarmi indietro. Ti lascerei vivere la tua vita, brillare con la tua luce, senza la mia ombra sopra di te.»

«E potresti farlo? Davvero?»

«Dovrei farlo,» sussurrai. «Perché questo sarebbe amarti. Non il modo in cui ho fatto finora.»

Tacque a lungo. Guardò la città che iniziava a svegliarsi. Le prime luci nei palazzi, una macchina solitaria che attraversava Piazza Duomo, il profilo delle guglie che si stagliavano contro il cielo sempre più chiaro.

Poi, lentamente, tornò a guardarmi.

«Non posso tornare indietro, Damien. Non posso dimenticare. La ferita c’è, e resterà una cicatrice.»

«Lo so. Non ti chiedo di dimenticare. Ti chiedo solo… di permettermi di costruire qualcosa di nuovo accanto a quella cicatrice. Qualcosa di pulito.»

«Con regole,» disse, e fu una dichiarazione, non una domanda.

«Con regole. I tuoi confini. La tua velocità. Niente più segreti. Niente più giochi di potere. Io… e tu. Due persone che provano, e che se sbagliano, parlano.»

L’alba esplose allora, timidamente. Una striscia d’oro all’orizzonte, poi arancione, poi rosa, che si rifletteva sulle vetrate dei grattacieli lontani, accendendo la città di una luce nuova, tenera, piena di promesse.

Sofia guardò quella luce, poi guardò me. Nei suoi occhi vidi la battaglia finale: la paura contro la speranza, la memoria del dolore contro la possibilità di una guarigione diversa.

«Un giorno alla volta,» disse infine, la voce così bassa che quasi si perse nel vento dell’alba. «Un passo alla volta. E se ricadi… se torni a voler possedere, a controllare…»

«Me ne vado,» completai io, con assoluta certezza. «Senza discussioni. Senza ultimatum. Me ne vado perché avrò rotto la promessa.»

Fece un cenno di assenso. Poi, con un movimento che mi spezzò il respiro, tese una mano verso di me. Non per toccarmi. Per offrirmi la sua.

La presi. La sua mano era fredda, le dita sottili tra le mie. Non strinsi, non la trattenni. La cullai semplicemente nel mio palmo, come si fa con qualcosa di prezioso e fragile.

«Allora cominciamo da qui,» sussurrò. «Da questa stretta di mano. Da questa promessa all’alba.»

E io, guardandola mentre la prima luce del sole le illuminava il viso, le dissi le parole che avevo preparato nel cuore, le uniche che contavano:

«Ti amerò nel modo giusto, Sofia Martelli. O ti lascerò libera. Questo è il mio giuramento. Su questa città, su questa nuova luce.»

Lei non sorrise. Ma nei suoi occhi, per la prima volta da quando mi conosceva, non vidi più paura. Vidi una cauta, tremenda, meravigliosa speranza.

E fu abbastanza. Fu tutto.

***

**Sei mesi dopo**

**POV: Elena**

Il messaggio arrivò mentre ero in ufficio, durante una noiosa riunione di budget. Il mio telefono vibrò sul tavolo di vetro. Una notifica di Sofia.

Sorrassi tra me e me. Lei era a Parigi per un weekend. Un regalo di Damien, mi aveva detto, per festeggiare i suoi primi sei mesi nel nuovo lavoro. Lavorava per una startup innovativa nel fintech, ed era più radiosa, più sicura di sé, di quanto l’avessi mai vista.

Aprii il messaggio. Non c’era testo, solo una foto.

Era scattata sul Pont des Arts, al tramonto. La Senna rifletteva il cielo arancione e viola. In primo piano, Sofia, con i capelli al vento e un sorriso così genuino, così libero, che mi si strinse il cuore di gioia. Accanto a lei, Damien. Non la stava stringendo, non la possedeva con lo sguardo. Le aveva semplicemente un braccio intorno alle spalle, in un gesto protettivo ma non costrittivo. E guardava lei, non la macchina fotografica. E sul suo viso… sul viso di quell’uomo che avevo temuto e disprezzato… c’era un’espressione di tale, pura, incontaminata adorazione che per un attimo mi mancò il respiro.

Non sembravano due persone consumate da un’ossessione tossica. Sembravano due persone innamorate. Due persone che avevano attraversato l’inferno e ne erano uscite, non illese, ma più forti, più sagge, insieme.

Sotto la foto, finalmente, arrivò il messaggio di Sofia:

*“Un passo alla volta. E questo passo è bellissimo. Grazie per non aver mai smesso di credere che potessi essere felice. Ti voglio bene. S.”*

Guardai fuori dalla vetrata del mio ufficio, sul grattacielo di Blackwood Industries che si stagliava in lontananza. Non ci lavorava più nessuno dei tre. Marco Santini era stato trasferito in sede estera dopo alcune “irregolarità” finanziarie scoperte da un audit interno. Damien aveva venduto la sua quota di maggioranza dell’azienda, dicendo di voler investire in progetti più piccoli, più umani. Sofia aveva trovato la sua strada, lontano dalla sua ombra.

Eppure, in qualche modo, si erano trovati di nuovo. Diversi. Cambiati.

Chiusi il telefono, un sorriso sulle labbra. La riunione continuava, con grafici e numeri, ma io non ascoltavo più. Guardavo quella foto nella mia mente, il ponte, il fiume, i loro sorrisi.

Avevano trovato il loro modo. Non era perfetto. Non era una favola. Era reale, era imperfetto, era umano.

Ed era, finalmente, abbastanza.

**FINE**