**POV: Sofia**
La luce del mattino mi colpì gli occhi come una lama. Mi svegliai di soprassalto, il cuore già in gola, le dita che affondarono nel lino fresco di lenzuola che non erano le mie.
Il letto era enorme, vuoto dall'altro lato. Il cuscino accanto al mio mostrava solo la leggera impronta di una testa, già fredda. L'attico era immerso in un silenzio tombale, rotto solo dal lontano brusio del traffico che saliva da Milano, ancora addormentata di domenica mattina.
Mi alzai, le gambe tremanti, il corpo che protestava in ogni muscolo con un dolore dolce e accusatorio. Indossai la camicia di Damien che giaceva abbandonata su una sedia, troppo grande per me, le manche che mi coprivano le mani. L'odore di lui – sandalo, bergamotto, e sotto, quel calore maschile che ormai conoscevo sulla mia pelle – mi avvolse come un abbrazzo fantasma.
Cercai tracce di lui. Niente. L'attico minimalista era perfetto, immacolato, come se la notte prima non fosse mai accaduta. Come se io non fossi mai stata lì.
Poi la vidi. Sul piano della console di vetro che fungeva da bar, accanto alla bottiglia di Yamazaki ormai mezza vuota, un foglio di carta bianca, piegato a metà. Il mio nome scritto a mano con una calligrafia precisa, spigolosa.
*A Sofia.*
Le dita mi tremavano quando lo aprii.
*La macchina ti aspetta sotto. Ti porterà a casa.*
*Questo non cambia nulla.*
Nessuna firma. Solo quelle sei parole che mi trafissero il petto più di qualsiasi rifiuto verbale.
*Questo non cambia nulla.*
Il messaggio era chiaro. La notte era stata un incidente, uno scivolone, un momento di debolezza che non avrebbe intaccato l'equilibrio di potere tra noi. Io restavo la sua dipendente. Lui restava il mio tiranno.
Una risata amara mi sfuggì, strozzata. Avevo creduto, nella follia di quelle ore, di aver visto crepe nella sua armatura. Di aver sentito, nel modo in cui mi aveva tenuta dopo, qualcosa che assomigliava a vulnerabilità. Stupida. Romantica e stupida.
Mi vestii con il vestito nero di seta della sera prima, ormai sgualcito, impregnato dell'odore del Bar Basso, della sua pelle, di noi. Senza fare la docera. Volevo portare con me le prove della mia caduta, come un monito.
La macchina nera e silenziosa mi aspettava davanti al portone settecentesco. L'autista – un uomo sulla cinquantina dal viso impassibile – non disse una parola, non mi guardò nemmeno. Mi fece salire e partì, scivolando attraverso le strade deserte di Brera verso i Navigli.
A casa, davanti allo specchio dell'ingresso, mi osservai. Occhi cerchiati, labbra ancora leggermente gonfie, e lì, sul lato del collo, proprio dove la pelle era più fine, un livido violaceo a forma di bocca. Il segno dei suoi denti. Arrossii violentemente, un'ondata di vergogna e, Dio mi perdoni, di eccitazione ricordata.
Alle 9:30 ero davanti al grattacielo di vetro della Blackwood Industries. Di domenica. Con lo stesso vestito della sera prima. Camminavo come un'automa, le suole che scricchiolavano sul marmo dell'atrio desertissimo. La reception era vuota, il banco di quercia scura sembrava un relitto.
L'ascensore di vetro mi portò al ventesimo piano. L'open space era immerso in una penombra irreale, le scrivanie come lapidi allineate, le piante artificiali che sembravano più sinistre che mai nel silenzio. La mia postazione mi aspettava, innocente, con la sua vista mozzafiato sui tetti di Milano.
"Santa Madonna."
La voce di Elena mi fece sobbalzare. Era seduta alla sua scrivania, una tazza di caffè fumante tra le mani, e mi stava fissando con occhi sgranati.
"Sofia... che cosa...?"
Mi avvicinai, cercando di mantenere un'espressione neutra. "Buongiorno. Non pensavo ci fossi anche tu oggi."
"Non farmi il caffè del cazzo, ti prego." Si alzò di scatto, la sedia che stridette sul pavimento. I suoi occhi verdi scorrevano sul mio viso, sul mio collo, sul vestito sgualcito. "Dio. Dio. Vieni."
Mi afferrò per il polso con una presa che non ammetteva repliche e mi trascinò verso i bagni femminili. Il lucchetto scattò con un clic secco.
"Parla." Si appoggiò al lavandino, incrociando le braccia. "Adesso. Tutto."
Le parole mi si bloccarono in gola. Guardai il mio riflesso nello specchio senza strisce – pallida, disfatta, marchiata. E poi crollai. La storia uscì a frammenti, tra singhiozzi repressi e pause cariche di vergogna: il Bar Basso, il bacio violento nell'insenatura buia, l'ascensore privato, l'attico, la sua confessione sussurrata, la scrivania di vetro fredda contro la mia pelle nuda...
Elena non interruppe mai. Ascoltò, il viso che gradualmente si induriva in una maschera di preoccupazione e rabbia.
Quando tacqui, esausta, lei scosse lentamente la testa. "Sofia... Sofia, no."
"Lo so," mormorai, guardando le mie mani. "So cosa stai per dire."
"Non credo proprio." Si spinte via dal lavandino. "Sai la storia di Chiara, te l'ho raccontata. Ma Chiara era la quarta. O la quinta. Ho perso il conto."
Un gelo mi scese lungo la schiena. "Cosa vuoi dire?"
"Damien Blackwood ha una routine." La voce di Elena era piatta, professionale, come se stesse elencando dati di mercato. "Si ossessiona. Diventa possessivo, quasi violentemente attento. Fa credere alla donna di turno di essere speciale, di aver visto qualcosa che nessun altro ha visto. La porta nel suo mondo di lusso e potere. E poi, quando si è convinta di averlo 'conquistato', quando è completamente vulnerabile... schiocca le dita. E lei sparisce. Trasferita. Licenziata con un accordo di riservatezza. Sostituita."
"Non è stato così," protestai, ma la mia voce suonava fioca, infantile.
"Ti ha già detto che nulla è cambiato, no?" I suoi occhi erano pieni di una pietà che mi ferì più di qualsiasi accusa. "È la prima fase del distacco. Ti sta preparando. Tu sei la nuova ossessione, Sofia. E quando si sarà stancato del gioco, tu diventerai la nuova Chiara."
"Non mi licenzierà," dissi, con più convinzione di quanta ne provassi. "Il mio contratto..."
"Ha comprato intere aziende per distruggerle, Sofia! Pensi che un contratto a tempo determinato lo fermi?" Mi prese per le spalle, costringendomi a guardarla. "Ascoltami. Devi uscire da questa spirale. Adesso."
In quel momento, la porta del bagno si aprì. Entrò una collega del reparto marketing – una ragazza giovane con cui avevo scambiato due parole. Ci vide, i suoi occhi caddero sul mio collo, e un'espressione di comprensione immediata le attraversò il volto. Senza dire una parola, fece inversione e uscì.
Era fatta. La notizia si sarebbe diffusa come un incendio.
* * *
La riunione delle 11:00 nella sala conferenze del ventesimo piano fu un supplizio. Damien era già seduto a capotavola quando arrivai, in ritardo di due minuti. Indossava un completo grigio antracite perfetto, la camicia bianca immacolata, la cravatta di seta blu notte. Sembrava riposato, concentrato, distante anni luce dall'uomo che mi aveva spogliato con le mani e con lo sguardo poche ore prima.
Non mi guardò. Non una volta. Quando presentai i dati aggiornati sul progetto Orion, la sua attenzione sembrava fissata sullo schermo del laptop davanti a lui. Fece qualche domanda tecnica, asciutta, impersonale. La sua voce era la stessa di sempre: glaciale, efficiente, priva di qualsiasi inflessione che ricordasse i sussurri rotti della notte.
Era come se fossi diventata trasparente. O forse, peggio, come se fossi tornata esattamente quello che ero sempre stata: un mobile dell'ufficio, una risorsa umana, un numero.
Fu allora che Marco Santini parlò.
"Parlando di sviluppi futuri," disse, la sua voce calda e carismatica che risuonò piacevolmente nella stanza. "La conferenza FinTech di Roma il prossimo weekend. Sofia, ho visto il tuo lavoro sull'analisi dei competitor. Saresti la persona ideale per accompagnarmi. Potresti presentare i nostri dati, fare networking. Sarebbe un'ottima opportunità di crescita."
Tutti gli occhi si volsero verso di me. Sentii, più che vidi, la figura di Damien immobilizzarsi all'altro capo del tavolo.
Marco mi sorrise, un sorriso aperto, incoraggiante. "Che ne dici? Un weekend a Roma, spese pagate. Potremmo partire venerdì pomeriggio."
La tentazione era velenosa e dolce. Scappare. Andare lontano da quell'edificio, da quegli sguardi, da lui. Mostrargli che non ero una cosa che poteva usare e poi ignorare. Prima che potessi pensare, le parole mi uscirono dalla bocca.
"Sembra un'ottima opportunità. Grazie, Marco. Accetto."
Il silenzio che seguì fu tangibile, carico di elettricità statica.
Poi, la voce di Damien. Piana. Morta.
"Sofia è necessaria qui per il progetto Orion. Ci sono scadenze interne da rispettare questo weekend."
Non lo guardai. Tenevo gli occhi fissi su Marco, su quel suo sorriso che ora sembrava un'ancora di salvezza. "I dati per Orion sono praticamente completi. Posso finire gli ultimi dettagli da Roma, se necessario. La conferenza è un'occasione importante per l'azienda."
Osfidarlo. Pubblicamente. Sentii il mio cuore battere all'impazzata contro le costole.
Damien non alzò la voce. "La priorità è Orion. Roma può aspettare."
"Con tutto il rispetto, Damien," intervenne Marco, il suo tono rimanendo piacevole ma con una sfumatura di sfida, "lo sviluppo professionale del nostro personale è una priorità strategica. Bloccare Sofia qui per un lavoro che può essere completato da remoto sembra... miope."
Lo sguardo di Damien finalmente si sollevò dal laptop. Non mi cercò. Andò dritto su Marco. E in quell'istante, vidi qualcosa di primordiale e pericoloso passare tra loro. Un riconoscimento muto, una sfida antica.
"La decisione è mia," disse Damien, ogni parola un chiodo di ghiaccio. "Sofia resta a Milano."
La rabbia, quella buona, quella pulita che non aveva niente a che fare col desiderio malato, mi montò dal petto alla gola. Mi alzai in piedi. Le sedie intorno al tavolo scricchiolarono, tutti gli occhi su di me.
"Ho già accettato l'invito di Marco," dissi, la voce che mi tremava appena. "E parteciperò alla conferenza. Se questo rappresenta un problema per il progetto Orion, possiamo discutere di una riassegnazione delle mie mansioni."
Non avrei potuto essere più chiara. Era una ribellione aperta.
Damien non batté ciglio. Mi studiò per la prima volta dalla riunione, ma il suo sguardo non era quello dell'amante della notte prima. Era lo sguardo di un chirurgo che valuta un tumore da estirpare.
"Bene," disse semplicemente. Poi tornò al suo laptop. "La riunione è tolta."
La gente iniziò ad alzarsi, confusa, mormorando. Marco mi lanciò un'occhiata di preoccupato incoraggiamento. Io raccolsi i miei fogli con mani che non tremavano più.
Nel tornare alla mia postazione, l'email arrivò. L'oggetto era vuoto. Il mittente: D.Blackwood.
Il testo conteneva solo due righe:
*Il mio ufficio. 18:00.*
*Non fare tardi.*
Non era un invito. Era un ordine. E nella sua brevità glaciale, sentii il primo vero brivido di paura. Perché Elena aveva ragione. La fase del gioco era finita. E adesso stava per iniziare qualcos'altro.