**POV: Sofia**
La porta si chiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo che sembrò sigillare il mondo fuori. Il suono mi fece sobbalzare, spezzando l’incantesimo ipnotico del bacio, del viaggio in ascensore, della sua mano che stringeva la mia con una presa che prometteva lividi.
Ero nell’attico di Damien Blackwood.
Il respiro mi si incagliò in gola.
Non era una casa. Era una dichiarazione architettonica. Un vasto open space con soffitti altissimi, pareti di mattoni a vista lasciati grezzi, contrastanti con l’eleganza glaciale di enormi vetrate che andavano dal pavimento al soffitto. Al di là, Milano si stendeva come un tappeto di diamanti neri e luci dorate, il Duomo illuminato in lontananza come un miraggio. Tutto era minimalista, costoso, apparentemente vuoto. Eppure l’aria era satura di lui. Dell’odore che ormai conoscevo troppo bene: sandalo, bergamotto, e quella nota terrosa, animale, che mi faceva serrare le cosce.
Non c’erano foto. Nessun libro gettato sul divano di pelle nera. Nessun segno di vita oltre alla nostra presenza invasiva in quel tempio del controllo.
Lui lasciò andare la mia mano. Il dolore pulsante alle dita mi ricordò che era stata reale, quella stretta. Si allontanò di qualche passo verso una console di vetro che fungeva da bar, le spalle tese sotto la camicia bianca, macchiata dal mio Negroni. Il tessuto bagnato aderiva alla muscolatura della schiena.
“Siediti,” disse, senza voltarsi. Non era un invito.
Rimasi in piedi, vicino alla porta, come un animale braccato che valuta la fuga. Il mio cuore batteva ancora all’impazzata, il sapore del suo bacio – whisky e rabbia e possesso – ancora bruciava sulle mie labbra. Guardai la maniglia. Lucida, d’acciaio. Un gesto, e sarei tornata nel corridoio, nell’ascensore, nella mia vita.
“Non scapperai,” aggiunse lui, come se avesse sentito il rumore dei miei pensieri. Versò un liquido ambrato in due bicchieri di cristallo pesante. “Hai già fatto la tua scelta quando non hai spinto via la mia lingua.”
Il rossore mi salì alle guance, violento, umiliante. Perché era vero. Perché nel vicolo, contro quel muro, per un momento infinito, avevo ceduto. Mi ero arresa. E lui lo sapeva.
Si voltò, tenendo i due bicchieri. Mi avvicinò, offrendone uno. Lo presi, le dita che tremavano lievemente contro il cristallo freddo.
“Bevi. È Yamazaki venticinque anni. Tremila euro a bottiglia.” I suoi occhi grigio acciaio erano pozzi senza fondo, fissi su di me. “Consideralo un risarcimento per il drink che mi hai lanciato.”
Portai il bicchiere alle labbra. Il whisky era una carezza di fumo, di legno prezioso, di una complessità che sapeva di tempo e denaro. Un lusso che mi sembrò osceno in quel momento. Lo ingoiai, sentendo il calore distendersi nello stomaco.
“Perché?” La mia voce era un sussurro roco. “Perché mi hai portata qui? Se mi disprezzi così tanto, se sono solo una tua dipendente incompetente, perché non mi hai lasciata andare al bar? Perché… tutto questo?”
Damien non rispose subito. Bevve un sorso lungo dal suo bicchiere, gli occhi che non mi abbandonavano un istante. Poi posò il bicchiere sulla console di vetro con un leggero *tock*. Il suono risuonò nel silenzio tombale dell’attico.
Si avvicinò. Io indietreggiai, fino a quando la schiena non urtò contro la fredda superficie della porta. Mi bloccò, non con le mani, ma con la sua sola presenza, con lo spazio che occupava, con l’intensità che emanava come un campo di forza.
“Disprezzo?” Ripeté la parola come se fosse estranea, sbagliata. Un sorriso storto, amaro, gli increspò le labbra. Non raggiunse gli occhi. “Sofia. Non ti disprezzo.”
Feci per parlare, per ricordargli ogni umiliazione, ogni parola tagliente, ogni sguardo di ghiaccio. Ma lui alzò una mano, non per toccarmi, solo per fermare le mie parole.
“Mi terrorizzi.”
La dichiarazione cadde tra noi come un sasso in uno stagno immobile. Assurda. Impossibile.
“Che cosa…?”
“Da quel primo giorno,” continuò lui, la voce più bassa, più greve. “Quando hai alzato la testa dopo che ti avevo demolita in riunione. Non c’era paura nei tuoi occhi. C’era rabbia. Una rabbia così pura, così… calda. E da allora, non riesco a smettere di guardarti. Di pensare a cosa farei per spegnerla, quella rabbia. O per farla bruciare più forte.”
Il suo respiro era appena più rapido del normale. Lo sentivo, così vicino. Vedevo il battito di una vena alla tempia.
“Mi terrorizzi,” ripeté, “perché sei l’unica cosa in questo edificio, in questa città, che non riesco a controllare. Nemmeno con le minacce. Nemmeno con il potere. Getteresti un drink in faccia al tuo CEO in un bar pubblico. Mi sfideresti. E io…” Fece una pausa, le mascelle serrate. “Io passo le notti a riesaminare i tuoi report maledetti, cercando errori che non ci sono. Ti osservo dall’alto mentre lavori, e mi chiedo che sapore avrebbe la tua pelle se ti mordessi quel punto preciso del collo dove tieni la penna.”
Un brivido mi percorse tutta la schiena. Non di paura. Di riconoscimento selvaggio. Era la mia stessa ossessione, riflessa e moltiplicata in lui. Era il mostro dei miei sogni che ammetteva di essere stato catturato a sua volta.
“Questa non è una confessione,” disse bruscamente, come se si pentisse già delle parole. “È un fatto. Sei un problema. E io risolvo i problemi.”
“Come?” Sussurrai, la voce strozzata. “Trasferendomi a Catanzaro?”
Un lampo di qualcosa – rabbia? – attraversò i suoi occhi. “Chiara è stata un errore di valutazione. La sua era ammirazione patetica. La tua…” La sua mano si alzò finalmente, il dorso delle dita sfiorò la mia guancia, un tocco così leggero da farmi trattenere il fiato. “… La tua è una dichiarazione di guerra. E io non perdo mai.”
Poi cambiò. L’ombra di vulnerabilità scomparve, inghiottita dalla pietra. Gli occhi si fecero di nuovo impenetrabili, duri. La mano che mi aveva sfiorato la guancia si spostò al bicchiere che tenevo ancora, me lo prese dalle dita e lo posò su un mobile vicino.
“Adesso togliti quel vestito.”
Non era una richiesta. Era la naturale conclusione di tutto ciò che era accaduto. La resa dei conti.
“No,” dissi, automaticamente. La mia ultima, patetica, difesa.
Un sopracciglio si alzò, quasi divertito. “Davvero? Dopo tutto? Dopo il bacio in strada? Dopo essere venuta qui?” Si chinò, le labbra a un soffio dal mio orecchio. Il suo alito caldo mi fece rabbrividire. “Smettila di mentire. A me e a te stessa. Lo vuoi tanto quanto io voglio prendertelo.”
E aveva ragione. Ogni cellula del mio corpo urlava di sì, anche mentre la mia mente cercava disperatamente di aggrapparsi all’odio, all’orgoglio. L’odio che si era liquefatto sotto il calore della sua confessione. L’orgoglio che si spezzava sotto il peso del desiderio.
Le sue mani trovarono la cerniera laterale del mio vestito. Uno strappo secco, netto. La stoffa di seta nera cedette con un suono di lutto. Sentii l’aria fresca dell’attico sulla pelle nuda, sui fianchi, sulle cosce. Un gemito mi sfuggì, di protesta, di sollievo.
Lui mi guardò, gli occhi che divoravano ogni centimetro di pelle esposta. Non c’era dolcezza in quello sguardo. C’era fame. Possesso. Approvazione.
“Meglio,” mormorò.
Poi le sue mani mi sollevarono. Un grido mi sfuggì quando mi ritrovai appoggiata sulle sue spalle, le gambe che per istinto si chiusero intorno alla sua vita. Mi portò attraverso l’open space, non verso il divano o il letto che intravidi attraverso una porta socchiusa, ma verso un’altra stanza, più piccola, con un’enorme scrivania di legno scuro e vetro.
Il suo studio privato.
Mi depose sulla scrivania, la superficie fredda e liscia contro la pelle nuda delle natiche e della schiena. I documenti, un laptop spento, una penna di metallo, tutto fu spazzato via con un gesto del braccio. Caddero a terra con un fracasso che sembrò echeggiare per sempre.
Si posizionò tra le mie gambe, le mani che afferrarono i miei polsi, inchiodandoli al vetro sopra la mia testa. Il suo peso su di me era schiacciante, inevitabile. I suoi occhi erano buio totale.
“Questa volta,” disse, la voce un ringhio basso, “mi guarderai.”
E non ci fu più spazio per il pensiero. Solo sensazione.
Il suo bacio non fu un bacio. Fu un’appropriazione. Denti, lingua, possesso. Le sue mani liberarono i miei polsi solo per strappare via il resto dei miei vestiti, per aprire i suoi pantaloni con gesti bruschi ed efficienti. Sentii il calore del suo corpo, la durezza del suo desidero premere contro il mio ventre.
Non ci furono preliminari. Non ci fu gentilezza. Ci fu solo il bisogno, accumulato per settimane, che esplodeva in una deflagrazione di pelle e respiro affannoso.
Quando entrò in me, un grido mi lacerò la gola. Era dolore, era sollievo, era una resa così completa che mi sentii svuotare di ogni cosa tranne che di lui. Lui non si fermò, non chiese permesso. Affondò fino in fondo, un gemito roco che gli uscì dal petto, e iniziò a muoversi con un ritmo implacabile, brutale.
Le sue mani erano ovunque. Nei miei capelli, tirando indietro la testa per baciarmi la gola, mordendomi la clavicola. Sulle mie cosce, spalancandole ancora di più. Sulle mie natiche, sollevandomi per prendermi più profondamente.
E gli occhi. Sempre gli occhi. Mi fissavano mentre mi possedeva, mentre il mio corpo rispondeva contro ogni mia volontà, mentre il piacere iniziava a costruirsi come un’onda anomala, minacciosa, inarrestabile.
“Say my name,” ordinò, il respiro caldo contro la mia bocca. Un ordine in inglese, spezzato, primitivo.
“Damien,” ansimai, la voce rotta.
“Again.”
“Damien!”
Le sue labbra trovarono le mie, soffocando il mio grido quando l’orgasmo mi colpì, violento, catartico, strappandomi via da me stessa. Mi contorsi sotto di lui, le unghie che gli affondarono nelle spalle attraverso la camicia. Lui mi tenne stretta, i movimenti che divennero ancora più selvaggi, più profondi, finché non lo sentii irrigidirsi, un ringhio soffocato seppellito nella curva del mio collo, mentre trovava la sua liberazione dentro di me.
Per lunghi minuti, restammo così. Corpi intrecciati, sudati, respiri affannosi che si mescolavano nell’aria silenziosa dello studio. Il peso di lui su di me era totale. La scrivania di vetro era fredda sotto la mia schiena. Il mondo fuori, Milano scintillante, sembrava appartenere a un’altra vita.
Lui si sollevò infine, senza una parola. Mi guardò, gli occhi inespressivi, il volto un maschera di pietra di nuovo. Poi si raddrizzò, si sistemò i vestiti con gesti precisi, come se stesse chiudendo un importante incontro di lavoro.
Mi sollevò dalla scrivania. Le mie gambe cedettero, ma lui mi sostenne, portandomi attraverso l’attico fino alla camera da letto che avevo intravisto. Era buia, dominata da un letto enorme e basso. Mi depose tra le lenzuola di lino fresco.
“Dormi,” disse, la voce neutra.
Poi si voltò e uscì dalla stanza, chiudendo la porta senza un suono.
Rimasi nuda, tremante, il corpo ancora vibrante di lui, la mente un vortice di caos. L’odore di sesso e di sandalo riempiva l’aria. Guardai il soffitto buio, ascoltando il silenzio dell’attico.
Il crollo venne lentamente. Un tremore che iniziò dalle dita dei piedi e salì fino a farmi serrare le mascelle per non singhiozzare. Cosa avevo fatto? Cosa *ci* avevamo fatto?
La stanchezza, improvvisa e totale, mi travolse come un’onda. Gli occhi mi si chiusero, appesantiti. Mi abbandonai al buio, al calore delle lenzuola che sapevano di lui.
**POV: Damien**
La porta dello studio si chiuse alle mie spalle. Mi appoggiai contro il legno massiccio, le mani che si serravano a pugno. Le unghie affondarono nei palmi, il dolore acuto, reale, un ancoraggio al presente.
Dentro di me, un terremoto.
L’avevo fatta. L’avevo presa. Proprio come avevo sognato, immaginato, pianificato in ogni dettaglio nelle notti insonni. Sulla mia scrivania. Senza gentilezza. Senza concessioni. E lei aveva ceduto. Aveva urlato il mio nome. Aveva tremato sotto di me.
Era la vittoria più completa.
Allora perché mi sentivo come se avessi appena firmato la mia condanna?
Attraversai l’attico a passi silenziosi, fino alle vetrate. Milano brillava, indifferente. Il mio riflesso sul vetro era quello di un estraneo: capelli disordinati, camicia spiegazzata e macchiata, occhi scavati.
*Mi terrorizzi.*
Le parole mi erano sfuggite. Una debolezza imperdonabile. Un’ammissione che mi dava in mano un’arma micidiale. Eppure, mentre le pronunciavo, era stato un sollievo. Come svuotare un ascesso.
Avevo visto il lampo nei suoi occhi. Non trionfo, non pietà. Comprensione. Come se mi avesse visto, davvero visto, per la prima volta. E invece di averne paura, ne fosse… affascinata.
Era questo il vero pericolo. Non la sua rabbia. La sua comprensione.
Mi voltai, lo sguardo che tornò alla porta chiusa della camera da letto. Attraverso il legno, sapevo che era lì. Nuda. Addormentata. Nel mio letto.
Un impulso primordiale mi spinse verso quella porta. Volevo riaprirla. Volevo guardarla dormire. Volevo assicurarmi che fosse reale, che non fosse svanita come un fantasma.
Mi fermai con la mano sulla maniglia. Fredda.
No.
Avevo già mostrato troppo. Troppa verità. Troppa… necessità.
Lasciai la maniglia. Tornai allo studio. Il disordine che avevo creato mi fissò: documenti sparsi, la penna rotolata sotto la sedia, il laptop a terra. E sulla scrivania di vetro, un’impronta appannata, il segno del suo corpo sudato.
Alzai una mano, sfiorai il vetro. Era ancora tiepido.
Chiusi gli occhi, e per un attimo infinito, rivissi tutto. Il suono del suo gemito. Il sapore della sua pelle. La luce nei suoi occhi nocciola mentre cedeva al piacere, mentre mi *perdonava* con il suo corpo per ogni crudeltà.
Aprii gli occhi. L’impronta sul vetro era già iniziata a svanire.
Presi il telefono dal taschino. Lo schermo era spento. Dovevano esserci decine di messaggi, email, richieste. Il mondo che reclamava la mia attenzione.
Lo posai sulla scrivania, accanto all’impronta che scompariva.
Per la prima volta in dieci anni, non mi importava.
Il silenzio dell’attico era assoluto. E in quel silenzio, una verità si fece strada, fredda e inesorabile come la lama di un coltello.
Non era finita.
Era appena iniziata.
E io, Damien Blackwood, che avevo sempre controllato tutto, non avevo la più pallida idea di come sarebbe finita.