**POV: Sofia**
Il lunedì successivo al weekend di lavoro nella sala conferenze, la mia mente era ancora intrappolata in un loop infinito di quel momento. Le parole di Damien che mi risuonavano nelle orecchie come un mantra maledetto. *Perché mi fai perdere il controllo e io lo odio.*
Elena, con la sua solita perspicacia, aveva letto il mio turbamento come un libro aperto. Alle 19:30 precise, mi aveva praticamente trascinato fuori dall’ufficio, ignorando le mie deboli proteste.
“Un Negroni. Due. Quello che serve,” aveva decretato, agganciandomi il braccio. “E niente storie. Stasera non pensi a lui.”
Il Bar Basso, con i suoi lampadari di cristallo, gli specchi antichi e l’odore persistente di caffè, agrumi e alcol, era un classico milanese. Un luogo dove il tempo sembrava essersi fermato. Sedute a un tavolino di marmo, con i nostri bicchieri conici pieni di quel liquore rosso-arancio, per un attimo riuscii a respirare. Il gin bruciava piacevolmente in gola, un anestetico temporaneo.
“Allora?” chiese Elena, fissandomi oltre il bordo del bicchiere. “Venerdì sera con Marco. Com’è andata *veramente*? Perché so che mi hai raccontato la versione censurata.”
Stavo per rispondere, per cercare di articolare il senso di colpa che mi aveva accompagnato per tutta la cena, la mia incapacità di concentrarmi su Marco mentre aspettavo i messaggi di *lui*. Ma le parole morirono sulle mie labbra.
La porta del bar si aprì, facendo entrare una folata d’aria fresca della sera e, con essa, lui.
Damien.
Indossava un completo blu notte, impeccabile, la camicia bianca slacciata di un bottone. Non era solo. Al suo braccio c’era una donna. Alta, slanciata, capelli biondo platino raccolti in un’acconciatura sofisticata. Indossava un abito rosso che sembrava dipinto sulla sua pelle, lungo fino a terra, con uno spacco laterale che lasciava intravedere una gamba infinita. Rideva di un riso cristallino, artificiale, mentre lui le parlava con quel suo tono basso e distaccato.
Un pugno di ghiaccio mi si serrò nello stomaco, così violento da farmi quasi mancare il respino. Il Negroni perse ogni sapore, diventando solo amaro.
“Merda,” sibilò Elena, seguendo il mio sguardo. “Che cazzo ci fa qui?”
Damien stava dirigendosi verso un tavolo in fondo, riservato, quando i suoi occhi grigio acciaio scivolarono per la sala. Si fermarono su di me. Per un secondo, un solo, infinitesimale secondo, vidi qualcosa lampeggiare nel suo sguardo: sorpresa, poi un’immediata, glaciale valutazione.
Parlò alla donna bionda, due parole brevi. Lei fece una smorfia di delusione, ma lui già si stava allontanando da lei, lasciandola lì, bellissima e improvvisamente insignificante, mentre il cameriere la guidava verso il tavolo da sola. Lui, invece, avanzava verso di noi.
Ogni muscolo del mio corpo si tese.
“Signorina Rossini,” disse Damien con un cenno del capo formale verso Elena. Poi gli occhi si posarono su di me, divorando ogni dettaglio: il mio vestito semplice, i capelli sciolti, il bicchiere mezzo vuoto. “Sofia.”
Non era una domanda. Era un’affermazione, un’appropriazione dello spazio che occupavo.
“Blackwood,” risposi, cercando di mantenere la voce piatta. “Non sapevo fosse un suo locale.”
“Non lo è,” disse semplicemente. Poi, senza aspettare un invito, prese la sedia libera al nostro tavolo e si sedette. La sua mole sembrò ridurre immediatamente le dimensioni del bar. Sentii il suo odore, quel mix di sandalo, bergamotto e qualcosa di terroso che ormai conoscevo fin troppo bene. Era lo stesso del mio incubo. Della sala conferenze.
Elena scambiò un rapido sguardo con me. Vidi i suoi occhi verdi calcolare, valutare la situazione con la rapidità di una stratega.
“Sai cosa? Mi sono appena ricordata che devo assolutamente fare una chiamata,” disse, alzandosi con una naturalezza che sapeva di finzione studiata. “Di lavoro. Urgente. Vado un attimo in bagno per un po’ di privacy. Non andate via, eh?” Mi lanciò un’occhiata che diceva *‘stai calma, non ucciderlo, ma se lo fai nascondi bene il corpo’*, prima di svanire tra la folla.
Restammo soli. Il brusio del bar sembrò attutirsi, creando una bolla claustrofobica intorno al nostro tavolino.
Damien non perse tempo. Appoggiò gli avambracci sul marmo, avvicinandosi. La sua presenza era opprimente.
“Smetti di uscire con Santini,” disse, la voce un basso ruggito che solo io potevo sentire. Non c’era spazio per preamboli, per giochi.
Il fuoco che avevo cercato di spegnere con l’alcol divampò all’istante. “Le ho già detto che la mia vita privata non è affar suo.”
“Lo diventa quando interferisce con il mio lavoro. Con *me*.” I suoi occhi erano pozzi neri di possessività. “Lui gioca una partita che non può vincere. E ti userà per farlo.”
“Forse a me piace essere usata,” sibilai, la rabbia che mi rendeva temeraria. “Forse preferisco la sua compagnia a quella di qualcuno che mi tratta come un fastidio da sopportare.”
Un muscolo gli si contrasse alla mascella. “Non sai di cosa parli.”
“So che venerdì sera, mentre cercavo di avere una cena civile, lei mi tempestava di messaggi per reclamare la mia attenzione. So che sabato mi ha praticamente incatenata a un tavolo di lavoro. E so che ora è qui, con la sua *amica* in rosso, a darmi ordini. Chi crede di essere?”
“Qualcuno che non vuole vederti fare una cazzata.” La sua voce si fece pericolosamente calma. “Santini non è quello che sembra. E tu… tu non sei fatta per i suoi giochini da cortile.”
Fu la goccia che fece traboccare il vaso. L’arroganza, il controllo, il modo in cui dava per scontato di poter decidere per me. Senza pensare, afferrai il mio bicchiere di Negroni e glielo rovesciai in faccia.
Il liquido rosso gli colò lungo i capelli perfetti, sulla fronte, lungo la linea severa della mascella, macchiando l’impeccabile camicia bianca. Rimase immobile per una frazione di secondo, gli occhi spalancati di uno shock genuino, prima che si coprissero di una buia, pericolosa furia.
Intorno a noi, il bar era diventato silenzioso.
Mi alzai di scatto, la sedia che stridette sul pavimento. “Le conseguenze le affronto quando arriveranno, *signor Blackwood*,” dissi a denti stretti. Poi mi voltai e mi diressi verso l’uscita, il cuore che martellava così forte da sembrare che volesse uscirmi dal petto.
Sentii il trambusto alle mie spalle, i mormorii della gente. Non mi voltai. Spalancai la porta e mi tuffai nella notte fresca di Corso Garibaldi, camminando a passo svelto, senza una meta precisa, solo lontano.
I passi risuonavano sul selciato. I miei, e, dopo pochi secondi, altri. Più pesanti. Più rapidi. Li riconobbi prima ancora di sentire la sua mano chiudersi come una morsa di ferro sul mio braccio.
“Lasciami!” urlai, tentando di divincolarmi.
Mi trascinò con sé, lontano dalla luce dei lampioni, in un’insenatura buia tra due palazzi storici, lontano dagli sguardi dei pochi passanti. Mi schiacciò contro il muro di mattoni ruvidi, il suo corpo un muro caldo e solido contro il mio.
“Maledetta testarda,” ringhiò, il respiro affannoso, l’odore del Negroni che si mescolava al suo. La sua rabbia era palpabile, un’energia primordiale che scottava.
“Vada via!” replicai, ma la mia voce era un soffio, perché le sue mani mi tenevano ferme, i suoi occhi divoravano il mio volto nel buio, e ogni cellula del mio corpo tradiva la mia mente, gridando il suo nome.
“No.”
E poi la sua bocca fu sulla mia.
Non fu un bacio. Fu un’appropriazione. Una punizione. Una rivendicazione. Violento, disperato, famelico. I suoi denti urtarono contro i miei labbri, la sua lingua invase la mia bocca con un’urgenza che mi tolse il respiro. Non cercai di respingerlo. Un gemito mi sfuggì dalla gola, un suono di resa, di bisogno. Le mie mani, che un attimo prima lo spingevano via, si aggrapparono alla sua giacca, attirandolo più vicino. Risposi al bacio con la stessa furia, mordendogli il labbro inferiore, assaggiando il metallico del sangue misto al gin e all’essenza di lui.
Era tutto ciò che avevo sognato e temuto. Tutta la rabbia, l’attrazione, l’odio, il desiderio, fusi in un unico, catartico, pericolosissimo incendio.
Quando finalmente si staccò, entrambi eravamo senza fiato. La sua fronte era premuta contro la mia, gli occhi chiusi, le narici frementi.
“Vieni con me,” disse, la voce roca, un ordine che era anche una supplica.
“Dove?”
“A casa mia. Adesso.”
La ragione tentò di sollevare la testa, di ricordarmi Chiara, di ricordarmi che era la peggiore idea della mia vita. Ma la ragione era annegata nel sapore di lui sulla mia lingua, nel fuoco che ancora mi bruciava le vene.
Non dissi di sì. Ma quando lui mi prese per mano e iniziò a camminare, tirandomi dietro di sé, non resistetti.
L’attico era in una laterale silenziosa di Brera, un portone settecentesco che si apriva su un ascensore privato rivestito di ottone. Il viaggio fino all’ultimo piano fu un silenzio carico di elettricità statica. Lui non mi lasciava la mano, le sue dita intrecciate alle mie con una presa che faceva male.
L’appartamento era esattamente come me l’ero immaginato: un vasto open space con soffitti altissimi, pareti di mattoni a vista, enormi vetrate che mostravano Milano illuminata come un tappeto di diamanti. Minimalista, costoso, glaciale. Eppure, in quel momento, non sembrava freddo. L’aria era satura della sua presenza, del nostro respiro affannato.
Appena la porta si chiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo, mi spinse contro di essa. Le sue mani mi cinsero il viso, costringendomi a guardarlo.
“Dimmi di no,” sussurrò, gli occhi grigi che cercavano i miei nel buio, illuminati solo dalle luci della città. “Dimmi di andarmene via. Fallo ora.”
La sua voce era spezzata. Per la prima volta, vidi una crepa. Una paura. La paura che io dicessi davvero di no.
Aprii la bocca. La parola “no” era lì, sulla punta della lingua, l’unica cosa sensata da dire.
Ma non la dissi.
Al suo posto, mi sollevai sulla punta dei piedi e riportai le mie labbra sulle sue.
Fu la risposta che aspettava. Con un suono quasi animale, mi sollevò da terra, le mie gambe che si chiusero automaticamente intorno ai suoi fianchi mentre mi portava attraverso il vasto spazio, verso l’unica porta socchiusa che intravedevo.
La stanza da letto era buia, dominata da un letto enorme e basso. Mi depose sul materasso, il suo corpo che subito si distese sul mio, schiacciandomi con il suo peso, un peso che non volevo si sollevasse mai.
Non ci furono più parole. Solo mani che strappavano stoffe, respiri affannosi, pelle che scopriva pelle. Ogni bacio era una battaglia, ogni carezza una conquista. Era brutale e tenero, disperato e calcolato. Quando finalmente mi entrò, con un unico, profondo movimento che mi fece urlare nel suo collo, fu come se tutte le settimane di tensione, di odio, di desiderio represso, esplodessero in una sola, accecante deflagrazione.
E mentre il mondo svaniva in una spirale di sensazioni, mentre il mio corpo cedeva a un piacere così intenso da sembrare dolore, una parte di me, fredda e lucida, sapeva.
Sapeva che niente sarebbe stato più come prima. E che il prezzo per questa notte non era ancora stato pagato.