Capitolo 5

Capitolo 5

**POV: Sofia**

Il silenzio del weekend a Blackwood Industries aveva una qualità diversa. Non era l’assenza di suoni, ma la loro eco, sospesa nell’aria gelida dell’aria condizionata che continuava a funzionare anche per una sola persona. Il mio passo risuonava sul marmo dell’atrio, troppo forte, troppo esposto. La receptionist non c’era. Il banco di quercia scura era deserto, un presidio abbandonato.

Premetti il pulsante dell’ascensore. Il vetro della cabina rifletteva la mia immagine: jeans, maglione di cashmere, capelli sciolti. Un’armatura troppo sottile per quello che mi aspettava. Avevo passato la notte a rivedere i dati di Francoforte, a cercare di capire quale trappola mi avesse teso Damien con quell’ultimo messaggio. Il mio corpo ricordava ancora il tremito del piacere solitario, la vergogna che era seguita, più bruciante di qualsiasi orgasmo. Elena aveva ragione. Ero ossessionata. E ora stavo andando volontariamente nella tana del leone, di sabato mattina.

Le porte dell’ascensore si aprirono sul ventesimo piano. La distesa infinita dell’open space era immersa in una penombra irreale. Le scrivanie bianche, ordinate, sembravano lapidi. Le piante verdi artificiali erano più sinistre che mai. Attraversai lo spazio deserto, dirigendomi verso la sala conferenze che Damien aveva indicato come punto di ritrovo per il lavoro sul progetto Orion.

E poi lo vidi.

Non nella sala conferenze. Era nel suo ufficio angolare, in piedi davanti alle vetrate panoramiche, una sagoma scura contro il cielo lattiginoso di Milano. Aveva la manica della camicia bianca arrotolata fino al gomito, una tazzina di caffè in mano. Stava già lavorando. Il mio stomaco si contrasse.

Cercai di passare inosservata, scivolando verso la sala conferenze. Avevo quasi raggiunto la porta quando la sua voce mi raggiunse, chiara e tagliente anche attraverso il vetro che separava il suo ufficio dall’open space.

“Martelli.”

Mi fermai. Mi voltai. Lui non si era mosso dalla vetrata, ma ora era rivolto verso di me. Non poteva avermi sentita arrivare. Doveva avermi vista riflessa nel vetro, o forse semplicemente *sapeva*. Sapeva che ero lì.

Feci un cenno del capo, sperando di poter proseguire. Non funzionò.

“Entri,” disse, non alzando la voce. Un ordine che tagliava la distanza.

Respirai a fondo, spingendo la porta pesante del suo ufficio. L’aria qui era più densa, satura del suo odore: sandalo, bergamotto, quella nota animale e terrosa che ormai conoscevo fin troppo bene. La stessa che infestava i miei sogni.

“Signor Blackwood,” mormorai, fermandomi a una distanza di sicurezza dalla scrivania.

Finalmente si voltò. I suoi occhi grigio acciaio mi scrutarono, dalla testa ai piedi, un’ispezione lenta e impersonale che mi fece sentire nuda. Valutava l’abbigliamento casual, i capelli sciolti. Niente sembrava sfuggirgli.

“Alle nove precise. Ammirevole,” commentò, posando la tazzina sulla scrivania di vetro. “Considerando la serata impegnativa di ieri.”

Il tono era neutro, ma le parole erano esche avvelenate. Lo sapevo.

“Ho lavorato sui dati di Francoforte fino a tardi,” risposi, aggrappandomi al terreno professionale. “Le discrepanze erano dovute a un cambio di valuta non aggiornato nel foglio di calcolo secondario. Ho corretto tutto.”

Un lieve, impercettibile movimento della sua mascella. Non era la risposta che voleva.

“E la cena?” chiese, spostandosi lentamente attorno alla scrivania. “Come è andata la cena con Santini?”

Il sangue mi affluì alle orecchie. “La mia vita privata non è affar suo, signor Blackwood.”

Si fermò. Un sorriso freddo, privo di ogni calore, gli increspò le labbra. Non era un sorriso di divertimento. Era una lama.

“No?” fece, la voce un basso brusio. “Vediamo. Santini la invita in un ristorante da due stelle, le ordina un Barolo del ’15 – pretenzioso, ma non il migliore anno – e le parla del suo resort sul Lago di Como. Le tocca la mano sul tavolo. La riaccompagna a casa. Le chiede di salire. Lei rifiuta.” Fece una pausa carica di veleno. “Mi sto sbagliando?”

Il fiato mi si incagliò in gola. Come faceva a sapere… I messaggi. Non erano solo per disturbarmi. Erano per tenermi legata a lui, per ricordarmi che anche mentre ero con un altro uomo, lui era lì. E forse, osservando il mio orario di accesso ai file aziendali, aveva dedotto il resto. Era spaventosamente, intimamente invasivo.

“Il punto, signor Blackwood?” riuscii a dire, la voce più ferma di quanto mi sentissi.

Lui rise. Un suono breve, sarcastico, che non raggiunse mai i suoi occhi. “Il punto, Martelli, è che Santini non è abbastanza uomo per te.”

La dichiarazione cadde tra noi come un guanto di sfida. Oscena, presuntuosa, profondamente vera in un modo che mi fece rabbrividire.

“Forse preferisco gli uomini che non giocano a fare i tiranni con i propri dipendenti,” ribattei, la rabbia che finalmente superava la paura.

Un lampo negli occhi di lui. Qualcosa di feroce e interessato. “Forse,” disse, avvicinandosi di un passo. “Ma non è quello che desideri. E io non gioco.”

La tensione si fece tangibile, un filo elettrico teso tra i nostri corpi. Lui indicò con un cenno del capo la sala conferenze. “Il lavoro non aspetta. Dopo di lei.”

***

Le ore che seguirono furono una tortura raffinata. Nella sala conferenze vuota, il tavolo di vetro lungo dieci metri sembrava un deserto che ci separava. Lui da una parte, io dall’altra. Il silenzio era rotto solo dal fruscio delle carte, dal ticchettio della mia tastiera, dal suo respiro misurato.

Lavorava con una concentrazione ferale. Ogni mio suggerimento veniva smontato, esaminato, e poi, a volte, accettato con un cenno del capo che sembrava una concessione regale. Era brillante. Crudele nella sua precisione, spietato nel tagliare ogni orpello, ogni debolezza logica. E io, contro ogni mia volontà, imparavo. Assorbivo. Mi eccitava.

Alle tre del pomeriggio, la luce che filtrava dalle grandi vetrate era diventata piatta, dorata. Avevamo quasi finito la struttura della presentazione. Mi passò un foglio con le ultime correzioni, il nostro unico scambio fisico in ore.

“Questo grafico va spostato prima dello scenario di rischio,” disse, la sua mano che porgeva il foglio.

Allungai la mano per prenderlo. Le nostre dita non si toccarono. Ma sfiorarono. Fu un contatto accidentale, millimetrico. La sua pelle era calda, leggermente ruvida sulle nocche. Un brivido mi corse lungo il braccio, immediato, incontrollabile.

Tirai indietro la mano come se mi avesse scottato. Lui non si mosse. Ma i suoi occhi si fissarono sul punto dove le nostre dita avevano quasi incontrato la pelle dell’altra. L’aria nella stanza cambiò. Si fece pesante, carica di tutto ciò che non era stato detto, di tutti i sogni che io avevo tradotto in vergogna solitaria.

Non potevo più farlo. Non potevo sopportare quel gioco, quella prossimità che mi lacerava.

“Perché?” La parola mi sfuggì, un sussurro roco.

Lui alzò lo sguardo, lentamente. “Perché cosa, Martelli?”

“Perché mi tratta così?” La voce mi tremava, ma continuai. “Con questo disprezzo. Con questa… crudeltà. Cosa le ho fatto, oltre a cercare di fare bene il mio lavoro?”

Damien rimase immobile per un lungo, interminabile momento. Poi, si alzò. Non con uno scatto, ma con la fluidità di un predatore che ha finalmente individuato il momento per chiudere la distanza.

Attraversò la stanza. I suoi passi erano silenziosi sul tappeto spesso. Io rimasi seduta, paralizzata, il cuore che martellava così forte da temere che potesse sentirlo.

Si fermò davanti a me. Non dietro la sedia, ma di lato, così che io dovessi torcermi per guardarlo. Poi, mise una mano sul bracciolo della mia sedia. E l’altra sull’altro bracciolo.

Mi intrappolò.

Il suo corpo era così vicino che sentivo il calore che emanava, che annusavo di nuovo il suo odore, ora intensificato, primordiale. Il mio respiro diventò un affanno superficiale. Dovevo alzarmi, dovevo spingerlo via. Non mi mossi.

“Disprezzo?” ripeté lui, la voce così bassa che dovetti inclinare la testa per sentire. Era un sussurro raschiato, carico di un’emozione che non riuscivo a decifrare. “È questo che credi?”

“Cos’altro dovrei credere?” sibilai, la paura e la rabbia che si mescolavano in un cocktail esplosivo nelle mie vene.

Si chinò. La sua bocca era a un centimetro dal mio orecchio. Il suo fiato caldo mi sfiorò la pelle, provocando un’ondata di brividi che mi percorse tutta la schiena.

“Ti tratto così,” sussurrò, ogni parola un colpo preciso, “perché quando ti guardo, quando sento l’odore della tua pelle, quando ti vedo tremare non per paura ma per qualcos’altro… tu mi fai perdere il controllo.”

Il mondo si fermò. Il battito del mio cuore, il ronzio dell’aria condizionata, tutto svanì. C’erano solo quelle parole, pronunciate con un tono di odio feroce, come se le stesse maledicendo.

“E io,” aggiunse, la voce spezzata da una rabbia che sembrava rivolta verso se stesso, “lo odio.”

Poi, si allontanò bruscamente. Come se il contatto lo avesse bruciato. Si passò una mano tra i capelli perfetti, scompigliandoli, un gesto così umano, così vulnerabile che mi lasciò senza fiato.

“La presentazione deve essere nella mia casella di posta entro domani alle ventidue,” disse, senza guardarmi. La sua voce era di nuovo piatta, professionale, ma c’era una tensione nuova, pericolosa. “Non un minuto dopo.”

E uscì dalla sala conferenze. La porta si chiuse con un tonfo sordo dietro di lui.

Rimasi seduta, tremante. Le mie gambe non mi avrebbero retto. Il punto dove il suo fiato aveva sfiorato la mia pelle bruciava. Nella mia mente, le sue parole riecheggiavano in un loop infinito. *Mi fai perdere il controllo. E io lo odio.*

Non era un complimento. Era una confessione. Una resa dei conti. E la cosa più terribile, la più umiliante, la più eccitante, era che mentre lo guardavo andarsene, mentre il mio corpo reagiva ancora al suo calore, all’intensità brutale della sua vicinanza…

Una parte di me, oscura e insondabile, esultava.