Capitolo 4

Capitolo 4

**POV: Sofia**

Il vestito nero di seta mi scivolava addosso come una seconda pelle troppo lucida, troppo elegante per quello che provavo. Mi osservai allo specchio dell’ingresso, le dita che sistemavano per l’ennesima volta una ciocca ribelle. Il riflesso mi rimandava l’immagine di una donna che avrebbe dovuto essere elettrizzata: una cena al Cracco, un uomo affascinante, un’opportunità professionale. Invece, lo sguardo che incrociavo era quello di un’impostora, con un nodo di tensione alla base dello stomaco che non aveva nulla a che fare con l’emozione.

Era il nodo dell’attesa. Dell’aspettativa di un messaggio che sapevo sarebbe arrivato.

Marco era impeccabile, come sempre. Mi accolse all’ingresso del ristorante con un sorriso che illuminava il suo volto affabile, i capelli castano chiaro perfettamente in ordine. «Sofia, stai splendida», disse, il tono caldo e sincero. La sua mano sfiorò il mio gomito in un gesto di cortesia che non strinse, non trattenne. Era tutto così… corretto.

«Grazie, Marco. Il luogo è magnifico», risposi, lasciandomi condurre al nostro tavolo. L’ambiente era un sussurro di lusso: luci basse, cristalli che catturavano bagliori, tovaglie di lino così bianche da sembrare irreali. Ogni dettaglio gridava controllo, perfezione. Un controllo diverso da quello a cui ero abituata. Più gentile, più prevedibile. Eppure, mi lasciava fredda.

Seduti, Marco studiò la lista dei vini con la concentrazione di un generale che pianifica una battaglia. «Penso che un Barolo del 2015 possa accompagnare bene la serata. Che ne dici?» Mi guardò, cercando un’approvazione che gli diedi con un cenno del capo. «Perfetto.»

Il primo messaggio arrivò alle 20:30, proprio mentre il sommelier stava versando il vino nei nostri calici. Il mio telefono, posato accanto al tovagliolo, vibrò con un brivido sordo. Senza nemmeno guardare lo schermo, il mio cuore fece un balzo sgraziato nel petto. Sapevo.

**Blackwood:** *I dati del progetto Orion della filiale di Francoforte non corrispondono. Verifichi le fonti prima di procedere con l’analisi.*

Le dita mi formicolarono. Lessi il messaggio due volte, le parole che bruciavano sullo schermo. Non era una richiesta. Era un ordine, gettato nel mezzo del mio tempo, del mio tentativo di avere una vita al di fuori di lui. Alzai lo sguardo. Marco stava parlando del mercato del luxury in Giappone, i suoi occhi azzurri animati. Non si era accorto di nulla.

«… e penso che la tua competenza analitica potrebbe essere fondamentale per decifrare certi comportamenti di acquisto», stava dicendo.

«Sì, assolutamente», mentii, sorseggiando un sorso di vino che non assaporai. Il Barolo era ricco, complesso. Sulla mia lingua lasciò solo il retrogusto amaro dell’intrusione.

Il secondo messaggio arrivò alle 21:00, mentre Marco, con gesto disinvolto, mi raccontava un aneddoto su una trattativa a Hong Kong. La sua mano era appoggiata sul tavolo, vicina alla mia.

**Blackwood:** *La presentazione di domenica sera dovrà includere uno scenario di rischio regolatorio post-Brexit. Non menzionato nelle linee guida originali. Ci pensi lei.*

Un’aggiunta. Un ostacolo in più. Un modo per ricordarmi che la mia mente, anche qui, in questo tempio del piacere altrui, doveva essere lì, con lui, a risolvere i suoi problemi. Un’ondata di rabbia calda mi salì alla gola. La soffocai con un altro sorso di vino.

«Tutto bene, Sofia?» Marco inclinò la testa, il suo sorriso un po’ smorzato. «Sembri… distante.»

«No, no, scusa. Solo un po’ di stanchezza», dissi, forzando un sorriso che sentii incrinarsi agli angoli. «Il progetto della settimana è stato intenso.»

«Lo immagino. Lavorare direttamente per Damien non deve essere semplice.» Il suo tono era leggero, ma gli occhi erano attenti, scrutatori. «È un uomo che… esige molto.»

*Esige tutto*, pensai, ma annuii soltanto. «È molto focalizzato sui risultati.»

Marco sorrise, un’espressione che non raggiunse completamente gli occhi. «Questo è un eufemismo.» Poi, cambiò argomento, parlando di un resort sul Lago di Como di cui era socio. «Dovresti vederlo in primavera. È magico. Sarebbe un piacere portarti lì, un weekend, per staccare davvero.»

Mentre parlava, la sua mano si spostò di qualche centimetro sul tavolo, fino a sfiorare le mie dita. Il contatto era caldo, gentile. Doveva essere piacevole. Doveva far battere il cuore. Invece, la mia pelle rimase impassibile, come anestetizzata. Il mio cervello era altrove, intrappolato in un ufficio al trentesimo piano, nell’odore di sandalo e bergamotto, in uno sguardo grigio che demolisce e osserva.

Il terzo messaggio esplose alle 21:45, mentre il dessert – una fragile costruzione di cioccolato e oro – veniva posato davanti a me.

**Blackwood:** *Dimenticavo. L’analisi di Francoforte va rifatta usando il modello predittivo dell’anno scorso, non quello nuovo. Il board lo preferisce. Buona serata.*

*Buona serata.*
Le due parole finali erano un colpo di grazia. Una presa in giro velenosa, un modo per dire *so dove sei, so con chi sei, e non importa*. Il telefono mi scottava in mano. Guardai il dolce, quel capolavoro di zucchero che sembrava di ghiaccio. Non avevo più fame. Avevo solo una voglia improvvisa e violenta di scagliare il cristallo del bicchiere contro qualcosa.

«Sofia?» La voce di Marco era più insistente. La sua mano ora copriva la mia, stringendo delicatamente. «Sei sicura di stare bene? Forse questo invito è stato… troppo precipitoso. Con tutto il lavoro che hai.»

Tirai indietro la mano con un movimento che cercai di rendere naturale, prendendo la forchetta. «No, è tutto perfetto, Marco. Davvero. Sono solo… sovraccarica.» La bugia mi uscì stanca, logora.

Il resto della serata fu un fiume di parole che scivolavano via senza lasciare traccia. Accettai il passaggio in macchina fino a casa. Alle 23:00 eravamo davanti al mio portone, nei Navigli. L’aria della notte era fresca, carica dell’odore dell’acqua e del vecchio selciato.

«Grazie per la serata, Marco. È stato… molto interessante.» Guardavo il battiporta, non lui.

«Spero di poterla ripetere presto», disse lui, il suo profilo illuminato dal lampione. Poi, un passo avanti. «Posso salire per un ultimo drink? Per parlare senza… interferenze.» Il suo sguardo cadde, significativo, sulla borsa dove era sepolto il mio telefono.

Il cuore non mi balzò in gola. Non ci fu un fremito di anticipazione. Solo un’immediata, istintiva retrazione. «Grazie, ma è davvero tardi», dissi, la voce più ferma di quanto mi sentissi. «E domani ho quella presentazione da finire. Un’altra volta, forse.»

Vidi un lampo di delusione attraversare i suoi occhi, subito mascherato da un sorriso professionale. «Certo. Capisco. A lunedì, allora.»

«A lunedì.»

La porta di casa si chiuse alle mie spalle con un tonfo sordo che echeggiò nel silenzio dell’ingresso. Appoggiai la schiena al legno, gli occhi chiusi, lasciando che l’oscurità mi inghiottisse. La frustrazione era un groppo solido, doloroso, in mezzo al petto. Marco era perfetto. Gentile, attraente, interessato. Offriva una via d’uscita, una possibilità normale. E io non provavo nulla. Assolutamente nulla, se non il fastidio per la sua mano sulla mia e il desiderio che fosse un’altra.

Strappai il telefono dalla borsa. Le dita tremavano mentre componevo il numero di Elena.

Rispose al terzo squillo, la voce roca dal sonno. «Sofia? Tutto bene?»

«No.» La parola mi uscì come un sospiro spezzato. «No, Elena. Non va niente.»

«Com’è andata la cena? Il Cracco? Il divino Marco Santini?» La sentii muoversi, il tono che si faceva più vigile.

«È andata. Era tutto perfetto. E io…» Mi morsi il labbro, gli occhi che bruciavano. «Io ero da un’altra parte. Per tutto il tempo. Lui mi toccava la mano e io pensavo a quanto fosse diversa la sua presa. Parlava del Lago di Como e io immaginavo le vetrate dell’ufficio di Blackwood. È patetico. Sono patetica.»

Dal l’altra parte della linea ci fu un silenzio carico. Poi, Elena sospirò, un suono di rassegnata comprensione. «Sofia… amica mia. Lo sai che devo dirtelo, anche se non vuoi sentirlo.»

«Cosa.»

«Sei completamente ossessionata da Blackwood. Totalmente, irrimediabilmente fottuta. Ammettilo. Solo ammettendolo puoi iniziare a uscirne.»

Le sue parole mi colpirono come schiaffi precisi. Non c’era giudizio nella sua voce, solo una triste verità. Ed era quella verità, finalmente detta ad alta voce da qualcun altro, a far crollare l’ultima fragile diga.

«Lo so», sussurrai, la voce un filo di suono. «Dio, Elena, lo so.»

Parlammo ancora per qualche minuto, le sue parole un balsamo razionale su una ferita irrazionale. Ma quando riattaccai, il silenzio dell’appartamento tornò a essere opprimente, pieno dell’eco dei messaggi che ancora bruciavano sullo schermo.

Mi spogliai del vestito di seta, che cadde a terra come una pelle morta. Camminai nuda nella penombra della mia camera da letto. Il letto era ordinato, innocente. Io non lo ero.

Mi sdraiai tra le lenzuola fresche, le braccia lungo i fianchi. Chiudi gli occhi. Il buio dietro le palpebre si popolò immediatamente. Non di Marco, con il suo sorriso rassicurante. Ma di lui. Degli occhi grigio acciaio che non chiedevano permesso. Della voce che ordinava, non proponeva. Dell’odore che mi invadeva, mi possedeva, anche a chilometri di distanza.

Un brivido mi percorse, non di freddo. Le mie mani, quasi contro la mia volontà, iniziarono a scivolare sul mio corpo. La pelle era ipersensibile, ogni sfioramento un’amplificazione del ricordo di quella prossimità nell’ufficio. Il respiro che si era incagliato in gola. La sua ombra che copriva la mia.

Immaginai che fossero le sue mani. Non gentili, non esplorative. Decise. Conoscitive. Che mi rivoltavano come un guanto per scoprire ogni punto debole, ogni luogo che avrebbe fatto fremere. Il mio tocco si fece più insistente, più preciso, guidato da un’immagine mentale così vivida da farmi gemere a bassa voce nel cuscino.

Era una resa. Una capitolazione vergognosa, solitaria, nella sicurezza delle mie quattro mura. Lottavo contro di lui tutto il giorno, rifiutavo i suoi messaggi invadenti, cercavo disperatamente una via di fuga in un altro uomo. E poi, di notte, nel segreto più assoluto, gli consegnavo tutto. Il mio corpo si inarcava sul materasso, inseguendo il fantasma di un possesso che, nella realtà, mi avrebbe spezzata.

Il piacere, quando arrivò, non fu dolce. Fu un’esplosione violenta, un terremoto che mi scosse dalle fondamenta, lasciandomi tremante, sudata, e incredibilmente, disperatamente vuota.

Rimasi immobile, il respiro affannoso che rompeva il silenzio. Le lacrime, finalmente, sgorgarono calde e silenziose dagli angoli degli occhi, scivolando sulle tempie fino a inumidire i capelli.

Aveva ragione Elena. Ero ossessionata. E quella ossessione, in quel momento, mi sembrò meno una prigione e più una condanna a vita.