Capitolo 3

Capitolo 3

**POV: Sofia**

Il tailleur grigio topo era una corazza. Lo chignon stretto, un elmetto. Ogni passo verso il grattacielo Blackwood Industries era un atto di volontà, un tentativo di seppellire la donna che si era svegliata tremante alle tre del mattino sotto la professionista determinata.

L’atrio di marmo bianco mi accolse con il suo solito silenzio tombale. La receptionist, impeccabile e impassibile come una statua, annuì appena al mio passaggio. Salii nell’ascensore di vetro, guardando Milano distendersi sotto di me. La vista mozzafiato che un tempo mi aveva emozionato ora sembrava solo la cornice di una gabbia dorata.

Appena varcai la soglia dell’open space al ventesimo piano, il telefono sul mio desk squillò. Uno squillo secco, imperioso. Lo conoscevo già, quel tono. Era la linea diretta dal trentesimo piano.

«Martelli.» La voce di Elena, dietro di me, era un sussurro carico di apprensione. «Respira.»

Raccolsi il ricevitore. «Sofia Martelli.»

«Il signor Blackwood la convoca nel suo ufficio. Alle dieci in punto.» La voce della sua assistente personale era neutra, ma c’era un’ombra di qualcosa—pietà?—che mi fece stringere lo stomaco. «Non si faccia attendere.»

Erano le nove e quarantacinque. «Grazie.»

Appena riattaccai, il mio sguardo fu attirato irresistibilmente verso l’alto, attraverso le vetrate che sovrastavano l’open space. L’ufficio angolare di Damien Blackwood dominava l’intero piano come un nido d’aquila. Da quella distanza, era solo una sagoma scura contro la luce del mattino, ma sentii il peso del suo sguardo come un dito fisico sulla nuca.

Alle dieci precise, mi trovavo davanti alla porta di quercia scura del suo ufficio. Bussai due volte, solide.

«Avanti.»

La sua voce, filtrata attraverso il legno massiccio, fece rizzare i peli sulle mie braccia. Spinsi la porta.

L’ufficio era come lo ricordavo: un tempio del minimalismo glaciale. Vetrate panoramiche su tre lati, una scrivania di vetro spoglia, nessuna foto, nessun oggetto personale. Lui era in piedi davanti alla finestra, di spalle, il profilo tagliente contro il cielo milanese. Indossava un completo blu notte che sembrava scolpito addosso a lui.

«Si avvicini, Martelli.»

Mi avvicinai alla scrivania, mantenendo una distanza di sicurezza. Lui si voltò lentamente. I suoi occhi grigio acciaio mi percorsero dalla testa ai piedi, un’ispezione clinica che mi fece sentire nuda nonostante la corazza di lana e seta.

«Il report di ieri sera.» Non era una domanda. Indicò con un cenno del mento una cartella posata al centro della scrivania di vetro. «Lo prenda.»

Il mio report. Quello che aveva demolito in riunione e per il quale avevo sudato sangue fino alle dieci di sera. Le mie dita erano leggermente tremanti quando lo raccolsi.

Lui iniziò a camminare intorno alla scrivania, lento, calcolato. Il ticchettio delle sue suole di cuoio sul pavimento di marmo era l’unico suono nella stanza.

«L’ho riesaminato stanotte,» disse, fermandosi dall’altro lato della scrivania. Ora eravamo separati solo dal vetro spesso. «Dopo che se n’è andata.»

Il cuore mi balzò in gola. Lui era qui, a guardarmi lavorare, mentre io credevo di essere sola?

Si chinò in avanti, appoggiando le mani palmo aperto sul vetro. La sua ombra mi inghiottì. «La parte analitica è accettabile. La sintesi, meno.»

«Ho seguito tutte le linee guida del brief, signor Blackwood,» dissi, la voce più ferma di quanto mi sentissi.

«Il brief chiedeva pensiero strategico. Non semplice esecuzione.» I suoi occhi erano fissi sui miei. «Lei ha eseguito. Benino. Ma non ha pensato.»

L’odore di lui mi raggiunse allora: legno di sandalo, bergamotto tagliente, e sotto, una nota più calda, quasi animale. Era l’odore del mio incubo. Il mio respiro si incagliò per un secondo.

Lui lo notò. Un lampo quasi impercettibile negli occhi grigi. Si raddrizzò e fece il giro della scrivania, avvicinandosi.

Io rimasi immobile, paralizzata tra l’istinto di indietreggiare e la feroce determinazione a non cedere un centimetro di terreno.

Si fermò a meno di un braccio di distanza. Il calore del suo corpo era un’emanazione fisica. Piegò la testa verso il report che stringevo ancora tra le mani. «Pagina sette. La valutazione del rischio.»

«Cosa c’è che non va?» Sussurrai.

«È superficiale.» Alzò lo sguardo. Ora eravamo così vicini che potevo vedere le minuscole sfumature d’argento nell’iride grigia. «Come se avesse avuto paura di tirare le conclusioni più ovvie.»

«Non ho paura,» mentii, la gola secca.

«No?» Un sopracciglio si alzò di un millimetro. «Allora è solo mancanza di acume.»

La ferita, precisa e deliberata, mi fece rizzare la schiena. «Se mi indica esattamente cosa non va, posso correggerlo.»

Per un lungo, interminabile momento, non disse nulla. Mi studiò, come se fossi un codice da decifrare. L’aria tra noi sembrava caricarsi di elettricità statica.

«Sei più competente di quanto volessi ammettere,» disse infine, la voce un tono più basso, quasi confidenziale. «Ma non abbastanza per impressionarmi.»

Le parole mi colpirono come uno schiaffo e una carezza insieme. Un riconoscimento avvelenato. Un complimento che era una condanna. Sentii un tremore involontario percorrermi le gambe e sperai con tutte le mie forze che non lo notasse.

«Capisco,» riuscii a dire. «Ci lavorerò sopra.»

«Vedremo.» Si allontanò bruscamente, rompendo l’incantesimo claustrofobico. «Può andare.»

Uscii dall’ufficio con le ginocchia di gelatina, il report stretto così forte da stropicciarne gli angoli. Il profumo di sandalo mi perseguitò fino all’ascensore.

***

La pausa pranzo fu un sollievo. Cercai rifugio nella sala break, sperando nel anonimato del brusio e del profumo di caffè. Stavo versando dell’acqua nella caraffa del filtro quando una voce maschile, calda e affabile, risuonò dietro di me.

«Sofia Martelli, giusto?»

Mi voltai. L’uomo che mi sorrideva aveva capelli castano chiaro ben curati, occhi azzurri e un sorriso che sembrava sincero. Indossava un completo di taglio classico, meno aggressivo di quelli di Damien, ma di altrettanto evidente qualità.

«Sì, e lei è…?»

«Marco Santini. CFO.» Tese una mano. «Piacere di conoscerla finalmente. Ho sentito parlare del suo lavoro sul progetto Orion.»

Il CFO. Il braccio destro di Damien. Stringemmo la mano. La sua presa era ferma, ma non schiacciante. «Il piacere è mio, signor Santini. Ma temo che sul progetto Orion ci sia ancora molto da lavorare.»

«Oh, Damien è esigente con tutti, non si preoccupi.» Il suo sorriso si fece complice, come se condividessimo un segreto. «A volte dimentica che non siamo tutti macchine come lui. Comunque, la cercavo per un motivo. Il mio dipartimento sta coordinando una nuova analisi di mercato per il settore luxury. Dalle presentazioni che ho visto, lei ha un ottimo occhio per i dettagli. Mi chiedevo se fosse interessata a una collaborazione. Magari ne parliamo a cena, con più calma? Venerdì al Cracco, mia treat.»

Il Ristorante Cracco. Due stelle Michelin. Un invito che era un chiaro segnale di interesse professionale—e forse non solo. Stavo per rispondere, per accettare forse, quando un’ombra fredda sembrò attraversare la stanza.

Alzai lo sguardo oltre la spalla di Marco, verso le vetrate dell’open space che portavano al corridoio dei dirigenti. Damien era in piedi lì, immobile. Non stava guardando nella nostra direzione, ma il suo profilo era teso, la mascella serrata. Anche da quella distanza, sentii il gelo del suo sguardo laterale come una lama che mi sfiorava.

«Sembra un’ottima opportunità, signor Santini,» dissi, forzando la mia attenzione su Marco. «Venerdì va bene per me.»

«Perfetto.» Il suo sorriso si allargò. «Allora ci vediamo alle otto.»

Quando Marco se ne fu andato, mi voltai di nuovo verso il corridoio. Damien era sparito.

***

Il pomeriggio trascorse in un turbine di e-mail e correzioni. Stavo per iniziare a impacchettare, con la testa già al divano del mio appartamento, quando l’icona della sua chat interna lampeggiò sul mio schermo.

**Blackwood, D.:** *Martelli. Il progetto Orion ha una nuova deadline. Il board vuole i risultati preliminari lunedì mattina. Ciò significa che i dati vanno rivisti, incrociati e presentati in una nuova deck entro domenica sera. Lo consideri la sua priorità per il weekend.*

Il sangue mi si gelò nelle vene. Domenica sera. Voleva che lavorassi tutto il weekend. Dopo avermi umiliata, dopo avermi studiata come un insetto, ora reclamava anche il mio tempo libero. Il mio venerdì sera al Cracco con Marco Santini sembrò all’improvviso un atto di ribellione infantile.

Digrignai i denti e battetti una risposta, le dita che premevano i tasti con forza.

**Martelli, S.:** *Ricevuto. Sarà fatto.*

La sua risposta arrivò immediatamente.

**Blackwood, D.:** *Vedo che ha accettato l’invito di Santini. Spero che non distragga dalle sue priorità.*

Come faceva a saperlo? L’aveva sentito? Visto? O aveva semplicemente intuito, perché conosceva uomini come Marco e donne come me?

**Martelli, S.:** *La mia vita privata non interferirà con il mio lavoro, signor Blackwood.*

Passarono alcuni secondi. Poi:

**Blackwood, D.:** *Vedremo.*

Non aggiunse altro. Chiusi la chat, il cuore che batteva all’impazzata. Prima di spegnere il computer, il mio sguardo fu attratto ancora una volta verso l’alto. Lui era di nuovo alla vetrata del suo ufficio, in controluce. Non potevo vedere la sua espressione, ma la sua postura—spalle larghe, mani in tasca, immobile come una statua—trasmetteva un’intensità concentrata che mi trapassò da quella distanza.

Stava guardando me. Ne ero certa. E per la prima volta, invece di sentirmi una preda in trappola, sentii un’onda pericolosa, elettrizzante, di sfida salirmi dalle viscere.

Accettai l’invito di Marco Santini. E decisi che, progetto Orion o meno, venerdì sera sarei andata al Cracco.

Damien Blackwood poteva reclamare il mio weekend. Ma non poteva reclamare tutto di me. Non ancora.

Almeno, questo era ciò che mi ripetevo mentre uscivo dall’edificio, sentendo il peso del suo sguardo sulla mia schiena fino a quando le porte scorrevoli in vetro non si chiusero alle mie spalle, tagliando il filo invisibile che sembrava, ormai, legarmi a lui.