**POV: Sofia**
Mi svegliai con un gemito strozzato in gola, le lenzuola aggrovigliate alle caviglie, il cuore che martellava contro le costole come un uccello in gabbia. Le cifre dell'orologio sul comodino bruciavano rosse nel buio: 3:17.
Non era stato un sogno. Era stato un assalto.
Ancora adesso, nella quiete claustrofobica della mia camera, sentivo il peso di lui. Il calore delle sue mani, grandi e implacabili, che mi tenevano ferma contro la scrivania di vetro del suo ufficio. Il freddo del cristallo sulla schiena nuda, in contrasto con il fuoco del suo corpo sopra di me. Il suo respiro, caldo e regolare, contro il mio orecchio mentre mi ordinava di guardarlo, di non chiudere gli occhi, di vedere esattamente chi mi stava prendendo. E il suono più umiliante di tutti: il mio gemito, quando avevo ceduto, quando il piacere mi aveva spezzata nonostante l’odio che mi ribolliva in petto.
Mi alzai di scatto, le gambe tremanti. L’aria dell’appartamento mi parve improvvisamente troppo densa, troppo carica dell’eco di quella fantasia. Mi trascinai in cucina, accesi la luce troppo forte, e mi versai un bicchiere d’acqua con mani che non riuscivano a stare ferme. Lo bevvi tutto d’un fiato, sperando di lavare via il sapore di lui, immaginario eppure vivido come un ricordo vero.
“È solo stress,” sussurrai al mio riflesso pallido nella finestra buia. “È solo la reazione a un giorno di umiliazione. Il cervello che elabora il trauma in modo distorto.”
Mentivo. E sapevo di mentire.
Presi il mio diario, un quaderno di pelle consumata che tenevo nel cassetto più nascosto della credenza. Lo apro solo quando la confusione diventa insopportabile. Accesi la lampada da tavolo, il cerchio di luce gialla che isolava la pagina bianca dal resto del mondo, e afferrai la penna come un’ancora di salvezza.
*3:23. Sogno. No, incubo. Erotico e violento. Lui. Sempre lui. Perché? Perché il mio subconscio deve tradirmi in questo modo? Odio la sua arroganza. Odio il disprezzo nei suoi occhi quando mi guarda. Odio come mi ha trattata oggi. È un tiranno, un narcisista, un…*
La penna si fermò. Il ricordo del suo sguardo attraverso il vetro, quella curiosità glaciale che mi aveva trafitta, mi attraversò come una scossa. Non era solo disprezzo. C’era qualcos’altro. Un’attenzione chirurgica, come se fossi uno specimen da studiare.
Scrissi furiosamente: *Non è attrazione. È sindrome di Stoccolma da ufficio. È l’istinto perverso di desiderare l’approvazione di chi ci nega il valore. È scientifico. Non sono io. È una reazione chimica a uno stimolo tossico.*
Ma sotto le parole razionali, sotto l’inchiostro blu che cercava di costruire barriere, una verità più semplice e terribile pulsava: mi eccitava. La sua crudeltà, il suo controllo assoluto, il potere che emanava e che usava per sminuirmi… qualcosa dentro di me rispondeva a quello. E mi faceva sentire sporca, tradita da me stessa.
Chiusi il diario di colpo, come se potessi rinchiudere dentro anche quella rivelazione. Il resto della notte fu un susseguirsi di ore vuote, trascorse a fissare il soffitto, a combattere contro immagini che tornavano prepotenti ogni volta che chiudevo gli occhi.
***
Il suono del campanello mi strappò da un dormiveglia agitato. Le cifre dell’orologio segnavano le 8:02. Il sole filtrava dalle persiane, normale, banale, in netto contrasto con il caos dentro di me.
Era Elena. La riconobbi dall’insistenza del campanello, tre brevi squilli seguiti da uno lungo, il nostro vecchio segnale universitario. Aprìi la porta e la trovai lì, raggiante nonostante l’ora, con una busta del forno da cui usciva un profumo di burro e mandorle e due tazze di caffè takeaway in equilibrio precario.
“Salvatrice in arrivo,” annunciò, scivolando dentro senza aspettare l’invito. “So come sei dopo i primi giorni in un posto nuovo. Ti nutri di aria e risentimento. E oggi non puoi permetterti di svenire davanti al Tiranno.”
La sua presenza, così solida e familiare, fu un balsamo. L’appartamento sembrò riempirsi di normalità. Mentre disponeva i cornetti su un piatto e mi porgeva una tazza di caffè bollente, mi sentii per la prima volta dall’alba sul punto di piangere. Non di rabbia. Di sollievo.
Ci sedemmo sul divano, le gambe incrociate sotto di noi. Per un po’, parlammo del nulla: del traffico, del forno che faceva i cornetti migliori di Milano, del nuovo collega del marketing che sembrava uscito da una pubblicità di uno shampoo.
Poi, il suo sguardo si fece più acuto. “Allora? Com’è andata *davvero* ieri, dopo che me ne sono andata? Ti ha fatto a pezzi di nuovo?”
Scossi la testa, concentrandomi sul mio cornetto. “No. Ho lavorato. Ho finito il report per le 22:07. L’ho inviato. Fine.”
“Sofia.” La sua voce era morbida ma insistente. “Hai le occhiaie fino alle guance e tremi come una foglia. Non è solo stanchezza.”
Il nodo che avevo tenuto stretto in gola per ore si sciolse all’improvviso. Le parole uscirono prima che potessi fermarle, basse, vergognose. “Non riesco a smettere di pensare a lui.”
Elena non batté ciglio. Non fece una faccia scandalizzata. Appoggiò semplicemente la tazza sul tavolino e mi guardò, in attesa. Quella calma non giudicante fu la spinta di cui avevo bisogno.
“È come se… anche quando lo odio, che è sempre, una parte di me è ipnotizzata,” continuai, lo sguardo fisso sul mio caffè. “Dal modo in cui si muove. Dal suono della sua voce. Da quegli occhi di ghiaccio che sembrano vedere tutto, soprattutto le cose che non vuoi mostrare.”
“È famoso per quello,” disse Elena, pragmatica. “Il fascino del predatore. Tutte ci siamo passate, all’inizio. È bello, è potente, e sa esattamente come usare entrambe le cose. È una trappola chimica, Sofia. Pura adrenalina mista a paura.”
“È di più.” La confessione mi bruciò le labbra. Guardai fuori dalla finestra, incapace di sostenere il suo sguardo. “Stanotte… ho sognato di lui. Non un sogno. Una… fantasia. Esplicita. Violenta. Io che… cedevo.” La vergogna mi avvampò il volto. “Cosa c’è di sbagliato in me?”
Elena sospirò, un suono carico di esperienza e di una tristezza che non mi aspettavo. “Nulla. Se non che sei umana e lui è Damien Blackwood.” Si spostò più vicina, la voce diventata un sussurro confidenziale. “Ascolta. Ti racconto una cosa che non si dice in giro, ma che tutte sanno. Due anni fa, c’era una project manager, bravissima, di nome Chiara. Si innamorò persa di lui. O credette di innamorarsi. Lui la notò, la fece sentire speciale per un po’. Poi, quando lei gli confessò i suoi sentimenti durante una trasferta aziendale… lui la trasferì al reparto contabilità della filiale di Catanzaro. In due giorni. La sua carriera qui era finita.”
Un brivido mi percorse la schiena. “Perché me lo racconti?”
“Perché devi sapere con chi stai giocando,” disse, prendendomi le mani. Le sue erano calde, le mie gelide. “Lui non vede relazioni. Vede transazioni. Vedi vulnerabilità. E quando le trova, le usa o le elimina. Quelle fantasie che hai? Per lui sarebbero solo un altro strumento. Un modo per capire quanto potere ha su di te.”
Le sue parole erano un secchio di acqua gelida. Dovevano guarirmi. Invece, una parte perversa di me si chiese come sarebbe stato, avere tutta quell’attenzione concentrata su di me, anche solo per distruggermi. Era malato. *Io* ero malata.
Dopo che Elena se ne andò, promettendomi di uscire a cena con degli amici quel weekend per “distrarmi con uomini normali”, rimasi sola con i miei demoni. E commisi l’errore.
Accesi il laptop. Andai sul sito aziendale. Cliccai sulla sezione “Leadership”.
La sua foto professionale occupava metà schermo. Damien Blackwood. Non sorrideva. Guardava dritto nell’obiettivo, gli occhi grigi penetranti anche attraverso il pixel dello schermo, la mascella serrata, la cravatta perfetta. Era solo un’immagine, eppure emanava un’autorità che mi fece sentire piccola, seduta sul mio divano in pigiama. Scorrii. C’erano altre foto: a un convegno, mentre teneva un discorso, il braccio alzato in un gesto di comando; in una riunione, circondato da dirigenti più anziani che lo ascoltavano con attenzione reverenziale; una foto in bianco e nero, più informale, mentre camminava lungo i Navigli, il cappotto svolazzante, lo sguardo perso in lontananza, solo.
Era quest’ultima a inchiodarmi. Quella solitudine. La stessa che avevo intravisto ieri sera alla finestra del suo ufficio. Per un attimo, la maschera del CEO implacabile sembrava incrinarsi, rivelando l’ombra di un uomo. Poi scrollai la pagina, furiosa con me stessa. Stavo romanticizzando il mio carnefice. Stavo cercando crepe dove forse non ce n’erano, solo per giustificare il tumulto che mi causava.
Chiusi il laptop con un colpo secco. Le parole di Elena riecheggiavano nella mia testa: *una trappola chimica*.
Decisi, lì, in piedi nel mio salotto illuminato dal sole mattutino, che non ci sarei caduta. Avrei fatto il mio lavoro in modo impeccabile, freddo, distaccato. Non avrei più cercato il suo sguardo. Non avrei più permesso ai miei pensieri di vagare in quel territorio pericoloso. Damien Blackwood era il mio capo, un ostacolo professionale, niente di più.
Mi vestii per andare in ufficio, scegliendo un tailleur grigio topo, severo, impersonale. Mi raccolsi i capelli in uno chignon così stretto che mi tirava la pelle delle tempie. Mi guardai allo specchio: Sofia Martelli, l’analista finanziaria determinata, non la ragazza confusa da un sogno proibito.
Era una bugia. Ma per oggi, sarebbe bastata.