Capitolo 1

Capitolo 1

Il grattacielo di Porta Nuova si stagliava contro il cielo lattiginoso di Milano come una lama di vetro e acciaio. Sofia Martelli si fermò sul marciapiede, il cuore che batteva un ritmo strano tra l’eccitazione e l’ansia. *Blackwood Industries*. Il nome era inciso su una lastra di bronzo lucido accanto alle porte scorrevoli automatiche. Era qui. Il suo primo giorno come analista finanziaria, il traguardo di anni di sacrifici, notti insonni e caffè freddo. Tirò un respiro profondo, sistemò la giacca del tailleur blu navy e spinse la porta.

L’atrio era un capolavoro di minimalismo glaciale. Marmo bianco di Carrara, pareti di vetro, luce fredda che sembrava sterilizzare ogni suono. I tacchi delle sue scarpe nuove echeggiavano sul pavimento, un *clic-clac* solitario che la faceva sentire esposta. Si diresse verso la reception, dove una donna impeccabile con un viso impassibile la scrutò da dietro un banco di quercia scura.

«Sofia Martelli. Ho un appuntamento con le Risorse Umane alle otto e trenta.»

La receptionist digitò qualcosa sul computer, senza sorridere. «Piano venti. L’ascensore a destra.»

Prima che Sofia potesse ringraziare, una voce familiare la chiamò. «Sofia! Eccoti!»

Elena Rossini si avvicinava a passi rapidi, un sorriso genuino che faceva un contrasto piacevole con l’austerità dell’ambiente. Indossava un abito color crema, tagliato alla perfezione, e i suoi capelli biondi corti brillavano sotto le luci.

«Elena! Che piacere vederti qui, non sapevo…»

«Surpresa!» la interruppe Elena, abbracciandola brevemente. «Ho chiesto il trasferimento al dipartimento strategico un mese fa. Quando ho saputo che assumevano, ho subito pensato a te. Vieni, ti accompagno su.»

Salirono su un ascensore silenzioso, le cui pareti di ottone lucido riflettevano la loro immagine. «Allora?» chiese Elena, studiandola. «Pronta a conquistare la giungla di cemento?»

«Più terrorizzata che pronta,» ammise Sofia con una risatina nervosa. «Questa atmosfera… è un po’ opprimente.»

«Ti abituerai. La regola numero uno: mai mostrare insicurezza. Qui il sangue è freddo e le spalle sono larghe.»

Le porte dell’ascensore si aprirono sul ventesimo piano, rivelando un open space immenso. Una distesa infinita di scrivanie bianche, schermi piatti e piante verdi artificiali. Il brusio sommesso di tastiere e conversazioni a bassa voce era come il ronzio di un alveare. Sofia sentì un nuovo groviglio di nervi nello stomaco.

«Questo è il tuo posto,» disse Elena, indicando una postazione vicino alla finestra con una vista mozzafiato sui tetti di Milano. «Accanto a me. Così posso tenerti d’occhio.»

Mentre Sofia posava la borsa e accendeva il computer, una tensione improvvisa attraversò l’aria. Il brusio si spense di colpo, sostituito da un silenzio carico. Tutte le teste, come mossi da un unico filo, si girarono verso l’ingresso dell’open space.

Damien Blackwood era entrato.

Sofia lo riconobbe subito dalle foto sul sito aziendale, ma nessuna immagine rendeva giustizia alla sua presenza fisica. Alto, con un completo grigio antracite che sembrava scolpito sul suo corpo atletico, avanzava con una calma predatrice. I suoi capelli neri erano impeccabili, la mascella serrata. Ma erano gli occhi a fermarle il respiro: grigio acciaio, freddi e penetranti, che scansionavano la stanza come se stessero valutando il prezzo di ogni anima presente.

Passò davanti alle scrivanie, diretto verso la sala riunioni. Elena diede un colpetto a Sofia. «Salutalo. Presentati.»

Sofia si alzò, il cuore in gola. Quando lui fu a pochi passi, con la voce più ferma che riuscì a trovare, disse: «Buongiorno, signor Blackwood. Sono Sofia Martelli, la nuova analista.»

Lui non rallentò. Non distolse lo sguardo dal punto davanti a sé. La oltrepassò come se fosse trasparente, come se le sue parole fossero state solo un fruscio insignificante. La porta della sala riunioni si chiuse dietro di lui con un *clic* definitivo.

Un rossore caldo salì dalle collo di Sofia fino alle guance. Sentì gli sguardi dei colleghi, alcuni compassionevoli, altri divertiti. Elena le posò una mano sul braccio. «Non prenderla sul personale. Con tutti è così. È il suo modo di… testare.»

Ma era personale. Profondamente personale. Sofia si sedette, le dita che stringevano la matita fino a schiacciarla.

La riunione delle nove fu un supplizio. Seduta in fondo al lungo tavolo di vetro, Sofia presentò il suo primo report finanziario, un’analisi preliminare su un possibile acquisizione nel settore tech. Aveva lavorato su quelle slide per due settimane, notti intere a perfezionare ogni dato, ogni proiezione.

Quando finì di parlare, il silenzio nella stanza era tombale. Damien Blackwood, seduto in capotavola, non aveva staccato gli occhi dal suo tablet. Poi, lentamente, alzò lo sguardo. Quegli occhi grigi si posarono su di lei, e Sofia sentì un brivido gelido percorrerle la schiena.

«Martelli,» disse, la voce un basso ruggito che non ammetteva repliche. «Questo è il livello di analisi che ci aspettiamo qui?»

Sofia aprì la bocca per rispondere, ma lui continuò, senza alzare la voce, ma con ogni parola che tagliava come un bisturi.

«Dati grezzi assemblati senza visione. Proiezioni conservative che non tengono conto del fattore rischio. Una sintesi che definirei, nel migliore dei casi, superficiale. E nel peggiore,» fece una pausa drammatica, «priva di qualsiasi intelligenza strategica.»

Ogni parola era uno schiaffo. Sofia sentì gli occhi che le bruciavano, ma rifiutò categoricamente di abbassare lo sguardo. Stringeva le mani sotto il tavolo, le unghie che si conficcavano nei palmi.

«La Blackwood Industries non paga per il lavoro ordinario,» concluse lui, distogliendo lo sguardo da lei come se avesse già sprecato troppo tempo. «Paga per l’eccellenza. O per il potenziale di raggiungerla. Al momento, non vedo né l’una né l’altro.»

La riunione proseguì, ma Sofia non sentì più nulla. Un ronzio sordo le riempiva le orecchie. L’umiliazione era un sapore amaro in bocca, mescolato a una rabbia cocente.

«Non ci pensare,» sussurrò Elena mentre uscivano dalla sala. «È il suo rito di iniziazione. Vuole vedere se ti spezzi.»

«Ci è quasi riuscito,» mormorò Sofia, la voce rotta.

«Ti porto a prendere un caffè. Ne hai bisogno.»

Al bar nell’atrio, mentre sorseggiavano due espresso amari, Elena cercò di distrarla parlando di progetti futuri, di colleghi. Ma gli occhi di Sofia erano irresistibilmente attratti verso l’alto, verso le vetrate dell’ufficio angolare che dominava l’intero piano. L’ufficio di Damien Blackwood.

Lo vide seduto alla sua enorme scrivania di vetro, la testa china su una pila di documenti. La luce del mattino filtrava dalle finestre, disegnando linee dure sul suo profilo. Anche da quella distanza, sentiva l’intensità della sua concentrazione, la ferrea volontà che emanava. Le sue mani, larghe e dalle vene prominenti, giravano le pagine con movimenti precisi. Poi, come se avesse sentito il peso del suo sguardo, alzò la testa.

I loro occhi si incontrarono attraverso due piani di distanza e il vetro. Per un secondo, un solo, infinito secondo, lui la guardò. Non con disprezzo, non con rabbia. Con una curiosità glaciale, da entomologo che studia un insetto raro. Sofia rimase paralizzata, incapace di distogliere lo sguardo, il caffè dimenticato tra le mani. Poi, lui tornò ai suoi documenti, spezzando il contatto come se non fosse mai esistito.

Il suo telefono vibrò sul tavolo. Un messaggio interno sul sistema aziendale.

**Da: D. Blackwood**
**A: S. Martelli**
**Oggetto: Analisi Tech Acquisizione**

**Rifare completamente. Nuove proiezioni, analisi di rischio approfondita, scenari aggressivi. Consegna: oggi, ore 18:00. Non un minuto dopo.**

Sofia fissò lo schermo, la rabbia che ora ribolliva pura e incontaminata. Sei ore. Per rifare un lavoro di due settimane.

«Che dice?» chiese Elena, preoccupata.

«Che ho del lavoro da fare,» rispose Sofia, alzandosi. La sua voce era piatta, determinata. L’umiliazione si era trasformata in carburante. «Tanto lavoro.»

Tornò alla sua scrivania e si immerse nei numeri. Il mondo esterno scomparve: il chiacchiericcio dei colleghi, il viavai delle persone, il passare del tempo. C’erano solo spreadsheet, report di mercato, modelli finanziari. Rifiutò la pausa pranzo, mandò via Elena che insisteva per mangiare qualcosa. Bevve altro caffè, amaro e forte.

Le ore volarono. Il sole che filtrava dalla finestra si spostò, si fece più obliquo, poi dorato. Uno a uno, i colleghi iniziarono ad andarsene, salutandola con sguardi di compatimento. Lei non rispose. Digitava, calcolava, correvava. Alle sei, l’open space era quasi deserto. Alle sette, completamente silenzioso, illuminato solo dalle lampade a LED sopra la sua postazione e dalla luce fioca che veniva dall’ufficio di Damien, dove lui era ancora seduto, un’ombra contro il vetro.

Alle ventidue e sette minuti, Sofia premette “invia”. Il report partì, perfetto, approfondito, aggressivo come richiesto. Un capolavoro di analisi finanziaria che non avrebbe sfigurato su Wall Street. Si stiracchiò, le ossa che scricchiolavano dopo tante ore nella stessa posizione. Spense il computer, prese la borsa.

Nell’ascensore che scendeva nel ventre silenzioso del grattacielo, il suo riflesso nello specchio le mostrò occhi cerchiati, capelli sfatti dallo chignon. Ma nella pancia, una fiamma. Di rabbia, sì. Di odio per quell’uomo che l’aveva umiliata e messa alla prova come un animale da laboratorio.

Eppure, mentre il taxi la portava attraverso le strade illuminate di Milano verso il suo appartamento in zona Navigli, mentre ripassava mentalmente ogni istante della giornata, non poteva scacciare altre immagini. Le sue mani mentre firmava. La linea della sua mascella serrata. La fredda, assoluta sicurezza in ogni suo gesto.

Arrivata a casa, si lasciò cadere sul divano, esausta. Chiuse gli occhi. E lì, nel buio della sua stanchezza, vide di nuovo quegli occhi grigi che la fissavano attraverso il vetro. Non con disprezzo. Con attenzione. Con *interesse*.

«Ti odio, Damien Blackwood,» sussurrò al soffitto vuoto.

Ma era una bugia. E nel profondo, nel posto segreto e inconfessabile che nemmeno a se stessa ammetteva di avere, lo sapeva. Odiava il potere che aveva su di lei, il modo in cui l’aveva fatta sentire piccola e, allo stesso tempo, incredibilmente viva. Odiava soprattutto il fatto che, mentre il sonno finalmente la prendeva, l’ultimo pensiero prima di spegnersi non fu la soddisfazione per il lavoro ben fatto, ma il ricordo della sua ombra contro la luce del tramonto, solitaria e dominante, e del desiderio folle, proibito, di sapere come sarebbe stato avere tutta quella intensità concentrata solo su di lei.