Capitolo 9

Capitolo 9

La Fiat Panda grigia di Sara scivolava lungo il Lungotevere, le gomme che frusciavano sull’asfalto ancora umido della notte. Il bagliore arancione dei lampioni si rifletteva a scatti sul parabrezza, come un filmato in stop-motion di una città che non dormiva mai del tutto. Accanto a lei, Tommaso Valenti teneva la chiavetta USB stretta nel pugno come un talismano, le nocche bianche.

«L’auto nera» disse Sara, voce piatta. Lo specchietto retrovisore catturava due fari che mantenevano una distanza perfetta, tre auto di scarto. «È ancora lì.»

«Non ci ha attaccato a Ostia» osservò Tommaso, senza voltarsi. «Ci segue. Ci monitora.»

«O ci sta spingendo dove vogliono loro.»

Il telefono di Sara vibrò sul cruscotto. Uno sguardo rapido. *Santini*. Rispose al vivavoce, la voce bassa. «Sono in macchina. Non sono sola.»

«Sara.» La voce di Marco Santini era un sussurro roco, compresso dalla tensione. Sullo sfondo, il silenzio assoluto di un ufficio deserto a notte fonda. «Dove sei?»

«Rientro in città. Ho… materiale. Prove.»

Un’esitazione. Poi, più deciso: «Hai ragione. Su Claudia. Il sequestro è una farsa. L’hanno portata al Ministero, ma non è in custodia. È in una suite al terzo piano. Hanno portato cena da un ristorante. Non è un prigioniero, è un ospite.»

Le viscere di Sara si contrassero. La conferma era peggio del sospetto. «Chi è “loro”, Marco?»

«Non lo so. Ordini dall’alto. Molto alto. Io…» La sua voce si incrinò. «Mi hanno tolto il caso. Formalmente. Sto “coordinando le indagini di routine”. Ma Sara, ascoltami. Sono ancora dalla tua parte. Solo che ora devo muovermi nell’ombra.»

Tommaso scambiò uno sguardo con Sara. Un cenno del capo quasi impercettibile. *Fidati?*

Sara inspirò. «C’è un nome nel materiale che ho trovato. Il quarto nome. Giulio Forlanini.»

Dal telefono, il rumore di una penna che scivolava su carta. «Conosco il nome. Antiquario. Ha una botteguccia in un vicolo dietro Piazza Navona. Specializzato in… cose vecchie.»

«Manoscritti medievali» intervenne Tommaso, avvicinandosi al telefono. «In particolare, trattati idraulici e simbologia delle fontane romane del XV e XVI secolo. È un esperto riconosciuto, anche se eccentrico.»

Santini borbottò qualcosa che suonò come una bestemmia soffocata. «Perché è nella lista?»

«Perché sa qualcosa» disse Sara, gli occhi fissi sulla strada, le dita che stringevano il volante. «O ha qualcosa che vogliono. O è la prossima vittima designata. La voce sul registro dice “Barcaccia - 22 aprile - PENDING”. Oggi è il 21. Marco, devi metterlo sotto protezione. Discreta. Subito.»

«Non posso usare uomini in borghese ufficialmente. Mi scoprirebbero in un attimo.»

«Allora fallo tu» implorò Sara, una nota di disperazione che le sfuggiva. «Vai lì. Avvisalo. Digli di non uscire, di non avvicinarsi a nessuna fontana, soprattutto non alla Barcaccia. Non bere, non toccare, non guardare nemmeno l’acqua.»

Dall’altra parte, il rumore di Santini che si alzava di scatto, la sedia che strisciava. «Va bene. Piazza Navona. Ci metto venti minuti. Tu dove vai?»

«Da te. Porto le prove.»

«No.» La risposta fu secca, definitiva. «Non in Questura. Non a casa mia. Sono controllato. Piazza Navona. Incontriamoci lì. Ma non insieme. Tu e il tuo… consulente, restate in macchina, osservate. Io mi avvicino a Forlanini.»

La chiamata si interruppe. Sara riagganciò, le mascelle serrate. Gettò un’occhiata allo specchietto. I fari dell’auto nera erano scomparsi. Svoltato? O semplicemente spenti, parcheggiata in un vicolo buio?

«Credi che Santini…» iniziò Tommaso.

«Credo che stia rischiando il posto, la pensione, e forse di peggio» lo interruppe Sara. «E lo sta facendo per me. Quindi sì, gli credo.»

Parcheggiarono in Via di Sant’Agnese in Agone, un passaggio stretto e buio a due minuti dalla maestosità di Piazza Navona. Erano le 3:47 del mattino. La piazza, di solito brulicante di vita fino a tardi, era un deserto di sanpietrini lucidi sotto la flebile luce dei lampioni a gas. Al centro, la Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini si ergeva come un’isola di dramma barocco nel silenzio: il Nilo con il volto velato, il Gange con il remo, il Danubio che toccava lo stemma papale, il Rio della Plata che si ritraeva spaventato. L’acqua scrosciava con un fragore amplificato dal vuoto, un suono potente e primordiale.

Sara spense il motore. L’abitacolo fu invaso dal rumore dell’acqua e dal battito del proprio cuore. Teneva il telefono in mano, in attesa di un messaggio di Santini.

Lo videro apparire all’angolo di Via della Cuccagna alle 4:02 in punto. Non sembrava un uomo strappato al sonno. Camminava a passo svelto, deciso, la borsa di cuoio che gli ciondolava al fianco. Si dirigeva dritto verso la fontana.

«Che cazzo sta facendo?» sibilò Tommaso. «Santini dov’è?»

Dall’altro lato della piazza, un’ombra si staccò dal portone del Palazzo Pamphilj. Marco Santini, senza cappotto, le mani nelle tasche dei pantaloni. Si mosse con andatura casuale, ma la sua traiettoria intercettava chiaramente quella di Forlanini.

Il telefono di Sara vibrò. Un messaggio da Santini: *Non risponde al citofono. È uscito da solo. Ci sto andando.*

Forlanini aveva raggiunto la balaustra della fontana. Si fermò, non a guardare le monumentali statue, ma a scrutare l’acqua nella vasca sottostante. Dalla borsa estrasse non un libro, ma un piccolo contenitore di vetro ambrato, con un tappo a vite. Un campionatore.

«No» mormorò Sara, la mano già sulla maniglia della portiera.

Santini accelerò il passo. «Signor Forlanini!»

L’antiquario si voltò, un lieve sopracciglio alzato, più incuriosito che sorpreso. «Sì?»

«Polizia, vice-questore Santini. Deve allontanarsi dalla fontana. Subito.»

Forlanini sorrise, un gesto strano, quasi compassionevole. «Ah, siete arrivati. Sapevo che qualcuno sarebbe venuto, prima o dopo. Ma devo prelevare il campione. È fondamentale per le mie verifiche.»

«Verifiche di cosa?» chiese Santini, arrivando a pochi metri da lui, il braccio teso in un gesto protettivo.

«Della concentrazione, naturalmente. L’indice di purificazione varia con le fasi lunari, lo sapevate? Questa notte, con la luna calante, dovrebbe essere al massimo della potenza.»

Sara era già fuori dalla macchina, correndo attraverso la piazza, le scarpe che battevano un ritmo d’urgenza sul selciato. Tommaso la seguiva a pochi passi.

«Forlanini, non tocchi quell’acqua!» urlò Sara, la voce che si perse in parte nel fragore della cascata.

L’antiquario la guardò avvicinarsi, poi tornò a concentrarsi sulla vasca. Allungò il braccio, il contenitore di vetro pronto. La sua mano, lunga e dalle vene prominenti, si tese verso la superficie che rifletteva la luce dei lampioni. In quel riflesso, Sara vide ciò che Forlanini, ipnotizzato dalla sua missione, non vedeva: un velo sottile, una patina iridescente che danzava appena sotto il getto principale. Verde mela. Viola elettrico. Il bagliore della morte.

«FERMO!» ruggì Santini.

Il vice-questore si lanciò in avanti, non più un uomo di mezza età con il fisico appesantito, ma un ex poliziotto di strada con un riflesso salvifico. La sua mano si chiuse attorno al polso di Forlanini proprio mentre la punta delle dita dell’antiquario sfiorava la superficie dell’acqua.

Un millimetro. Forse meno.

Santini strattonò indietro Forlanini con tutta la sua forza. L’antiquario barcollò, il contenitore di vetro che gli sfuggì di mano e rotolò via, intatto, sul sanpietrino. Lui cadde di sedere, lo sguardo ora confuso e indignato.

«Ma che cosa fa!» protestò. «Quel campione era vitale!»

Sara li raggiunse, ansimante, il cuore in gola. Senza parole, estrasse dalla tasca interna della giacca un kit di prelievo sterile monouso, quello che portava sempre con sé. Si chinò sulla balaustra, allungando il braccio con il contenitore di plastica sigillato.

La punse la superficie dell’acqua, proprio nel punto dove Forlanini avrebbe immerso la mano.

Ritirò il campione. Un centinaio di millilitri di acqua apparentemente cristallina.

Poi alzò il contenitore contro la luce di un lampione.

All’interno, l’acqua sembrava normale per un secondo. Poi, come risvegliata dal movimento, la iridescenza esplose. Velenosi giochi di luce verde e viola si attorcigliarono nell’acqua, formando vortici microscopici che sembravano vivi, prima di dissolversi in un batter d’occhio, lasciando il liquido di nuovo trasparente e innocuo.

«Novanta secondi» mormorò Tommaso, che era arrivato alle sue spalle, fissando il contenitore con orrore. «L’emivita dell’Aquamortis. Era qui. Adesso è già degradata.»

Sara sigillò il contenitore con mani che tremavano leggermente. Si voltò verso Forlanini, che era stato aiutato ad alzarsi da Santini e ora li guardava, la confusione che lasciava il posto a un lento, terribile comprendonio.

«Vitali per quali verifiche, signor Forlanini?» chiese Sara, la voce gelida come l’acqua della notte. «Chi le ha detto di prelevare un campione dalla Fontana dei Quattro Fiumi all’alba del 22 aprile?»

L’antiquario impallidì. La sua eleganza sembrò svanire, sostituita da una fragilità improvvisa. Aprì la bocca, ma nessun suono uscì. I suoi occhi, dietro le lenti spesse, si spostarono da Sara, a Santini, a Tommaso, e infine alla borsa di cuoio abbandonata a terra.

Dalla tasca interna della giacca di Santini, un telefono squillò, una suoneria istituzionale che tagliò l’aria come una lama. Santini lo estrasse, guardò il display. Il suo volto divenne una maschera di pietra.

«È il prefetto» disse, la voce senza inflessione. Poi guardò Sara. «Sanno che sono qui. Con te.»

Mentre Santini portava il telefono all’orecchio, costretto a rispondere, Sara vide il bagliore di uno schermo nel buio di un portone dall’altro lato della piazza. Una sagoma indistinta, forse umana, che teneva in mano qualcosa. Una telecamera? Un binocolo?

L’acqua della fontana continuava a scrosciare, un rumore bianco che ora sembrava una risata antica. Li avevano osservati. Li avevano lasciati salvare Forlanini. E ora sapevano esattamente dove si trovavano, e con chi.