Il furgone della Scientifica sfrecciò via da Piazza Navona con le sirene spente, ma le luci blu lampeggianti proiettavano ombre frenetiche sul volto di Giulio Forlanini. L’antiquario tremava, le mani ancora strette attorno al contenitore di metallo che non aveva riempito. Sara lo guardava dal sedile posteriore, il campione d’acqua sigillato in una provetta di sicurezza che pulsava di un bagliore verde-viola intermittente, come il battito di un cuore alieno.
“Dove mi state portando?” chiese Forlanini, la voce un filo di suono sopra il rombo del motore.
“In un posto dove nessuno penserà di cercarti,” rispose Sara senza distogliere lo sguardo dalla provetta. Il rifugio era una dependance di servizio all’interno di Villa Borghese, usata raramente dalla Polizia di Stato per protezioni testimoniali di alto profilo. Circondata dal verde, isolata, con un solo accesso carrabile sorvegliato.
Tommaso guidava la sua auto poco dietro di loro. Sara lo vide nello specchietto retrovisore, la mascella serrata, gli occhi fissi sulla strada. Avevano appena strappato un uomo alla morte per un soffio. Il tempo di decompressione non era previsto.
La dependance era un cubo di mattoni nascosto tra magnolie secolari. L’interno odorava di naftalina e legno umido. Sara fece sedere Forlanini su una sedia di metallo davanti a un tavolo scarabocchiato, mentre Marco Santini controllava le finestre, il suo cellulare già incollato all’orecchio per aggiornamenti.
“Perché lei, dottor Forlanini?” chiese Sara, posando la provetta luminosa sul tavolo tra loro. “Il suo nome era in una lista. In un laboratorio clandestino. Accanto alla parola ‘Barcaccia’ e alla data del 22 aprile. Oggi.”
Forlanini impallidì. Le sue dita tamburellarono nervosamente sul tavolo. “Le lettere,” sussurrò. “Ho pensato fossero folli. Ma poi… le coincidenze.”
“Quali lettere?”
L’antiquario aprì la sua borsa di cuoio consunta, estraendo tre fogli di carta pergamenata, piegati con precisione. Non erano moderne. La calligrafia era un corsivo elegante, inchiostro seppia. Sara ne prese uno.
*‘Custode della Memoria Idrica,*
*La Verità delle Acque non è leggenda. È chimica. È storia che si ripete. Il 1632 fu un avvertimento. Il 2024 sarà la purificazione.*
*Se cerchi prove, guarda non alla pietra, ma al riflesso. Il Baglior di Fata Morgana è la firma.*
*Un Amico delle Sorgenti.’*
“Le sono arrivate come?” chiese Sara, il polso che le pulsava all’altezza dell’orologio.
“Per posta ordinaria. Senza francobollo, depositate direttamente nella mia cassetta delle lettere di notte. La prima un mese fa. L’ultima una settimana fa.” Forlanini deglutì. “Ho pensato a uno scherzo di cattivo gusto. Io… mi occupo di manoscritti medievali sulle fontane. È una nicchia ristretta. Forse un collega…”
Tommaso era entrato in silenzio, posando sul tavolo il laptop con le email del laboratorio di Ostia stampate su schermo. “Riconosce questo stile? Questo modo di scrivere?”
Forlanini si avvicinò, gli occhi che correvano sulle righe. *‘Il soggetto deve essere puro. L’acqua deve essere il vettore. La purificazione è un atto di misericordia.’* Scosse la testa, poi si bloccò. “La sintassi… l’uso arcaico del congiuntivo. ‘Deve essere il vettore’, non ‘deve essere un vettore’. È una costruzione del Seicento. Chiunque abbia scritto questo…” Alzò lo sguardo, terrorizzato. “… non sta solo imitando il passato. Ci vive dentro.”
“Lei possiede qualcosa,” insistette Sara, piegandosi in avanti. Lo spazio tra loro sembrò restringersi, l’aria diventare densa dell’odore della paura dell’uomo. “Qualcosa che qualcuno vuole. O che vuole impedirle di mostrare.”
Forlanini esitò, poi annuì, una lenta, tragica inclinazione del capo. “Il *Codex Aquae Romanae*. Un manoscritto del 1656. Acquisito da una collezione privata decaduta anni fa. Non è mai stato catalogato ufficialmente. Parla… di avvelenamenti.”
Tommaso trattenne il respiro. “1656. Pochi anni dopo gli eventi del 1632 che ho trovato io.”
“Non solo parla,” sussurrò Forlanini. “Li descrive. Con una precisione che fa rabbrividire.”
Elena Torrisi, che era rimasta in disparte vicino alla porta, si avvicinò. Sara le porse il manoscritto che Forlanini aveva estratto da una cartella rigida foderata di seta. Era più un taccuino che un codice, legatura in pelle di capretto logora, pagine ingiallite.
Elena iniziò a sfogliare, le sue dita, abituate a maneggiare mappe e guide, scivolavano con reverenza. Si fermò a una pagina. Il suo volto perse colore. “Sara,” disse, la voce strozzata. “Ascolta questo. ‘*Et subito, come colpito da invisibile folgore, il viandante cade. Nella pupilla, morendo, si fissa un tremolio di luce, simile all’iride che fa l’olio su l’acqua al sole.*’”
Il silenzio che seguì fu assoluto. Rotto solo dal ronzio distante di un tosaerba nei giardini.
“Il bagliore iridescente,” mormorò Tommaso. “Descritto nel 1656.”
“C’è di più,” continuò Elena, gli occhi che correvano avanti. “Qui… ‘*L’acqua, bevuta o toccata, porta la morte in un battito di ciglia. Non lascia segno, non turba il liquido. È un veleno che si dissolve come nebbia al mattino, lasciando solo il miracolo malefico del suo passaggio.*’”
Sara sentì un brivido percorrerle la spina dorsale. L’emivita di novanta secondi. La dissoluzione in composti inerti. Era tutto lì. Scritto quattro secoli prima che la scienza lo riscoprisse e lo chiamasse *Aquamortis*.
Il cellulare di Marco Santini vibrò. Lui rispose, ascoltò per trenta secondi. Quando riagganciò, il suo volto era di granito. “Montefiore. Un attimo.”
La tirò da parte, vicino alla finestra che dava su un roseto incolto. “Claudia Nero,” disse, la voce bassa e piatta. “Ha convinto il Sottosegretario. Hanno emesso un mandato per il tuo arresto.”
Sara non batté ciglio. “Quale accusa?”
“Ostruzione alla giustizia. Appropriazione indebita di prove. Aver messo a rischio un civile – Forlanini – senza autorizzazione.” Marco la guardò dritto negli occhi. “Sanno che sei qui. Non so come, ma sanno che l’hai portato via. Hanno descritto il furgone.”
“E lei?”
“Io sono il tuo superiore che ha perso il controllo di un ispettore ribelle. Per ora sono al sicuro. Tu no.” Fece una pausa. “C’è una macchina fuori. Due agenti in borghese. Non della nostra squadra.”
Sara guardò attraverso i vetri. In lontananza, parcheggiata sotto un platano, c’era una Fiat Tipo grigia. Due uomini seduti dentro. “Quanto tempo ho?”
“Minuti. Forse meno.” Marco le mise in mano una chiavetta USB. “L’ho scaricata dal server della Questura prima di uscire. C’è una cartella nuova, cifrata. L’hanno aperta in tua assenza.”
Sara tornò al tavolo, la morsa dello stomaco che si stringeva. Inserì la chiavetta nel laptop di Tommaso. Ignorò gli sguardi interrogativi. Trovò il file: **“Roma Purificata - Fase Finale.pdf”**. Lo aprì.
E il mondo si restrinse alla luce fredda dello schermo.
Non era un piano. Era un manifesto. Un diagramma temporale. Dieci fontane iconiche di Roma, disposte su una mappa. Trevi, Tartarughe, Moro, Barcaccia, Tritone, Quattro Fiumi, Nettuno, Api, Facchino, Pigna. Accanto a ciascuna, un orario. Tutti nello stesso giorno. Tutti nella stessa finestra di due ore.
**OBIETTIVO: Purificazione Simultanea.**
**METODO: Distribuzione tramite sistema idrico secondario (punti di accesso storici).**
**AGENTE: Formula AQ-MR7 (stabilizzata).**
**EFFETTO STIMATO: Neutralizzazione del 0.5% della popolazione esposta/turistica.**
**GIUSTIFICAZIONE: Sacrificio necessario per la rinascita. L’acqua deve ricordare di poter punire.**
“Dio mio,” sussurrò Tommaso, leggendo alle sue spalle.
Sara alzò lo sguardo verso Elena. La guida era diventata di ghiaccio, gli occhi fissi su un nome in calce al documento. Non il nome dell’Esecutore. Il nome del *Benefattore*. Il fornitore dei fondi, dei contatti, della copertura.
“Elena,” disse Sara, la voce più tagliente di una lama. “Claudia Nero. Perché lo farebbe? C’è qualcosa che non so. Qualcosa di personale.”
Elena Torrisi chiuse gli occhi. Quando li riaprì, erano lucidi di una verità tenuta nascosta troppo a lungo. “La sorella,” mormorò. “Annalisa. Napoli, 2010. Morì dopo una gita scolastica. Bevvero tutti da una fontana pubblica nel Vomero. Un’epidemia gastrointestinale, dissero. Colera, forse. Ma Claudia non ci credette mai. L’acqua era stata avvelenata da uno scarico abusivo di una fabbrica. Coperto da tutti. Il proprietario era un amico del politico di turno. Non ci fu mai giustizia.”
Un pezzo dell’incubo andò al suo posto. La vendetta trasformata in ossessione. La perdita personale sublimata in una crociata distorta. Purificare Roma per punire ogni profanazione dell’acqua, reale o presunta.
“Quando?” chiese Sara, tornando al documento. Cercò la data.
La trovò in fondo alla pagina, in caratteri semplici, senza enfasi.
**DATA DI ESECUZIONE: 25 APRILE**
La Festa della Liberazione.
Tre giorni.
Il cellulare di Sara vibrò. Un numero sconosciuto. Rispose, portandolo all’orecchio.
Una voce digitale, distorta, ma con un’intonazione che cercava di essere solenne, uscì dall’altoparlante. “Ispettore Montefiore. Lei ha interferito per l’ultima volta. L’esperimento con il soggetto Forlanini è fallito. Ma il Disegno è più grande di un singolo uomo. Guardi fuori dalla finestra.”
Sara si voltò. La Fiat Tipo grigia era ancora lì. Ma ora, dal bagagliaio, stava uscendo una lieve, quasi impercettibile, nube di vapore. Bianca. Iridescente al sole che filtrava tra le foglie.
La voce concluse, prima di spegnersi in un click definitivo: “L’acqua trova sempre una via. Anche nell’aria che lei sta respirando in questo momento.”