Le nove in punto. Il sole primaverile di Roma batteva implacabile sui marmi del Palazzo del Ministero, trasformando la facciata in un gigante accecante. Sara Montefiore attraversò il portale monumentale con la precisione di un proiettile, il ticchettio dei suoi tacchi sul pavimento lucido un metronomo di determinazione. Non aveva dormito. Gli occhi le bruciavano, ma la mente era un cristallo tagliente, lucidato dall’adrenalina e dalla rabbia fredda. Nella borsa, il tablet con la chiavetta USB di Tommaso pesava come una pietra tombale.
L’atrio era un deserto di potere. Odore di cera costosa e aria condizionata gelida. Un addetto in uniforme la guardò, poi i suoi documenti, con un cenno del mento verso l’ascensore di servizio. «Terzo piano. Ufficio della Dottoressa Nero. L’aspettano.»
*Naturalmente*, pensò Sara. *Sa che verrò.*
Le porte dell’ascensore si chiusero con un sibido soffocato. Nello specchio opaco, la sua immagine le rimandò indietro i segni della notte: una piega più profonda tra le sopracciglia, le labbra serrate in una linea che non era più solo professionalità, era sfida. L’ascensore salì, i numeri lampeggiarono. Uno. Due. Tre.
Il corridoio del terzo piano era lungo, silenzioso, tappezzato di quadri di paesaggi romani anonimi. In fondo, una porta di legno scuro massiccio, con una targhetta d’ottone: *Claudia Nero - Direttrice Ufficio Tutela Patrimonio Idrico*. Sara non bussò. Afferrò il pomolo, freddo sotto le dita, e spinse.
L’ufficio di Claudia Nero era una contraddizione in termini. Ampio, con finestre alte che si affacciavano sui tetti di Roma, ma arredato con un minimalismo quasi ostile. Una scrivania di acciaio e vetro, vuota, come appena pulita. Due sedie di design, rigide. Nessun libro, nessuna foto, nessuna traccia della restauratrice di fontane. Solo, su una mensola a muro, un modellino in bronzo della Fontana di Trevi, perfetto e glaciale.
Claudia era in piedi davanti alla finestra, di spalle. Il taglio di capelli biondo platino catturava la luce, creando un alone quasi metallico. Indossava un tailleur grigio perla, impeccabile. Non si voltò.
«Ispettore Montefiore. Puntuale.» La voce era piatta, levigata, senza inflessioni. «Mi aveva detto alle nove.»
«Dispense le formalità, Nero.» Sara chiuse la porta alle sue spalle. Il *clic* della serratura risuonò nella stanza silenziosa. «Sono qui. E so tutto.»
Finalmente, Claudia si girò. Il suo viso era un maschera di porcellana, ma gli occhi… gli occhi erano pozze d’acciaio blu, fredde e profonde. Li fissò su Sara senza battere ciglio. «So tutto, dice. Un’affermazione audace.» Fece un passo verso la scrivania, le mani giunte davanti a sé. «Purtroppo, so anche io alcune cose. Ad esempio, che lei è ricercata per favoreggiamento, occultamento di prove e ostruzione alle indagini su un caso di omicidio multiplo.» Un sorriso sottile, una smorfia. «Le guardie sono fuori. Non ha davvero pensato di poter uscire da qui, vero?»
Le dita di Sara si strinsero attorno alla cinghia della borsa. «Chiamale.»
Claudia la guardò per un secondo, poi premette un interruttore discreto sotto il bordo della scrivania. La porta si aprì immediatamente. Due guardie di sicurezza ministeriali, corporature massicce in uniforme blu scuro, entrarono. Non avevano le pistole in vista, ma le loro posture erano quelle di uomini pronti a immobilizzare.
«Ispettore Sara Montefiore,» disse Claudia, la voce ora ufficiale, tagliente come un decreto. «La dichiaro in arresto in nome della legge. Avete l’ordine di—»
«Aspettate.» Sara non alzò la voce. La estrasse invece dalla borsa, lentamente, tenendo le mani in vista. Il tablet. Lo accese. Lo schermo si illuminò, mostrando l’icona della chiavetta USB. «Prima di fare una figuraccia irreparabile, Dottoressa Nero, guardi. Guardi cosa ho trovato nel suo laboratorio di Ostia Antica.»
Claudia non si mosse, ma un muscolo le tremò alla mascella. Un micro-tremito, quasi impercettibile. «Non so di quale laboratorio parli. E qualsiasi documento abbia, sarà un falso. Una montatura.»
«Una montatura che include il suo nome in decine di email?» Sara toccò lo schermo, facendo scorrere i file. «“C.N. all’Esecutore: il dosaggio per la Barcaccia deve essere completo”. “C.N.: il Moro era impuro, ma il processo di purificazione continua”.» Alzò lo sguardo, inchiodando Claudia. «“Roma Purificata - Fase Finale”. Dieci fontane. Contemporaneamente. Questa non è una montatura. È una confessione.»
Per la prima volta, la maschera di Claudia vacillò. Non cedette, ma si incrinò. Gli occhi d’acciaio sembrarono accendersi di una luce interna, feroce. «Falsificazioni digitali,» sibilò. «Chiunque può scrivere un’email. Il suo complice, quel pazzo di Valenti, è noto per le sue teorie cospiratorie. Ha manipolato i file per incastrarmi.»
«Per incastrarla? Per quale motivo?» Sara fece un passo avanti, ignorando le guardie che si irrigidirono. «Perché mai Tommaso Valenti, o io, dovremmo inventarci una storia del genere? Perché dovremmo inventarci l’Aquamortis? Una neurotossina che si dissolve in novanta secondi, che lascia solo un bagliore iridescente negli occhi delle vittime? Come facevamo a saperlo, Claudia? Come facevamo a sapere di Marta?»
Il nome esplose nella stanza come un colpo di pistola.
Claudia Nero impallidì. Un pallore di ghiaccio che risalì dal collo al viso, cancellando ogni traccia di sangue. Le sue labbra si schiusero leggermente, ma non uscì alcun suono. Le guardie si scambiarono un’occhiata incerta.
«Sua sorella,» continuò Sara, la voce ora più bassa, più pericolosa. «Marta Nero. Dodici anni. Napoli, 2010. Una gita scolastica. Bevve da una fontanella pubblica nel Vomero. Morì tra atroci dolori, insieme ad altri. Colera, dissero. Epidemia gastrointestinale. Ma lei sapeva. Sapeva che era uno scarico abusivo di una fabbrica di prodotti chimici. Sapeva che le autorità locali coprirono tutto. Che i responsabili non furono mai puniti.»
«Smettila.» La voce di Claudia era un filo di rabbia congelata.
«Lei non ottenne giustizia. Solo silenzio e menzogne. E qualcosa in lei si spezzò. L’amore per le fontane, per l’acqua pura, si trasformò in ossessione. In una crociata malata.» Sara indicò il tablet. «“Roma Purificata”. Non è un progetto di restauro, vero? È una condanna a morte. Per purificare la città dall’inquinamento, dalla corruzione, dalla profanazione… uccidendo persone a caso? Turisti? Una contabile che salutava le tartarughe?»
«Non erano a caso!» L’urlo di Claudia squarciò la sua compostezza. Si portò una mano alla bocca, come per trattenere le parole, ma ormai era troppo tardi. Gli occhi le brillavano di una lucidità allucinata. «Nessuno di loro era innocente! Bauer lavorava per una multinazionale che inquinava le falde in Germania! La Valli era la contabile di un’azienda edile che costruì abusivamente su una sorgente sacra a Tivoli! Il Moro, Forlanini… tutti collegati! Tutti avevano sporcato l’acqua, direttamente o indirettamente!»
Sara la fissò, il disgusto che le gelava le viscere. «Quindi lei è il giudice, la giuria e il boia. Decide chi è “puro” e chi no. E li condanna a morire come sua sorella. Per fare giustizia.»
«È giustizia!» Claudia abbassò la mano, il viso distorto da una passione tremenda. «Loro avvelenano l’acqua che è vita, che è sacralità, per profitto, per negligenza! L’acqua si ricorda. L’acqua porta testimonianza. Io… io do solo compimento alla sua purificazione. Rimuovo la macchia. Con il fuoco della verità.»
«Il fuoco della verità è l’Aquamortis? Una tossina da guerra biologica?» Sara scosse la testa, lentamente. «Lei non sta purificando nulla. Sta solo replicando il male che ha ucciso Marta. Sta diventando esattamente come coloro che odia. Anzi, peggio. Loro furono negligenti. Lei è deliberata. Calcolata. Marta morì per un incidente, per colpa di uomini senza scrupoli. Le sue vittime muoiono per la sua mano. Per la sua ossessione.»
«Non osare pronunciare il suo nome!» Claudia digrignò i denti. «Tu non sai cosa provai! Vederti morire, la tua metà, la parte pura di te… e poi vedere quegli uomini continuare a vivere, a prosperare, protetti dal sistema che dovrebbe punirli! L’acqua deve essere pura, Sara. Roma deve essere purificata. La Fase Finale… sarà un battesimo di fuoco. Un messaggio che nessuno potrà ignorare.»
«Un massacro.» Sara la fissò senza pietà. «Lei non è giustizia, Claudia. È solo un’altra assassina. Più pericolosa delle altre, perché crede di avere una causa giusta.»
Il silenzio che seguì fu spesso, carico di elettricità statica. Claudia respirò a fondo, il petto che si sollevò sotto il tailleur impeccabile. La follia negli occhi si ritirò, sostituita da una freddezza ancor più terrificante. Riprese il controllo. La maschera della funzionaria ricadde sul suo viso, ma ora Sara aveva visto cosa c’era sotto.
«Lei ha visto documenti falsificati,» disse Claudia, la voce di nuovo piatta e ufficiale. «Ha fatto accuse infondate basate sul trauma personale di una sorella defunta, che io porto con dignità. Ha ostruito un’indagine e protetto un ricercato.» Si rivolse alle guardie. «Portatela via. In isolamento. Nessun contatto con l’esterno. E sequestrate quel tablet. È prova di un reato.»
Le guardie mossero un passo deciso.
Sara non si mosse. «Se mi arresta, la Fase Finale non si fermerà. L’Esecutore è ancora là fuori. Con le tossine. Con il piano.»
Claudia sorrise. Un sorriso vero, questa volta, carico di una terribile certezza. «L’Esecutore è un fedele strumento. Agirà secondo il piano, con o senza di me. Roma sarà purificata all’alba. E lei, Ispettore, sarà rinchiusa in una cella mentre accade. La storia la ricorderà come la poliziotta incompetente che non riuscì a fermare il bagno di sangue.» Abbassò la mano sotto la scrivania, premendo qualcosa. Un allarme silenzioso. «Ora, se non le dispiace, ho una riunione.»
Le guardie le furono addosso prima che potesse reagire. Una le afferrò il braccio, l’altra le prese il tablet dalle mani. Sara lottò per un secondo, istintivamente, ma erano troppo forti, troppo preparati. Sentì il freddo del metallo di una manetta stringersi attorno al suo polso destro.
«Claudia!» urlò, mentre la trascinavano verso la porta. «Fermi l’Esecutore! È l’unica cosa che può redimere Marta! Non lasciare che altri muoiano come lei!»
Claudia Nero si era già voltata, tornando a guardare Roma dalle sue finestre. Il suo profilo contro la luce era la silhouette di un monumento alla follia.
«La purificazione,» mormorò, più a se stessa che a Sara, «non si ferma per nessuno.»
La porta dell’ufficio si chiuse, tagliando fuori la luce. Le guardie la spinsero lungo il corridoio silenzioso, verso l’ascensore di servizio, verso l’oscurità di una cella di isolamento. Nelle orecchie di Sara, il battito del suo cuore era un tamburo di guerra.
Aveva la prova. Aveva la confessione. Ma era in trappola.
E a Roma, da qualche parte nelle viscere oscure della città, l’Esecutore guardava l’orologio, aspettando l’alba.