Capitolo 12

Capitolo 12

Il freddo del marmo penetrava attraverso la giacca di Sara mentre scivolava lungo il muro dell’uscita di servizio, il respiro che le si condensava in nuvole bianche nell’aria umida del sottoscala. Le grida delle guardie del Ministero rimbombavano ancora nei corridoi dietro di lei, soffocate dalla porta blindata che Marco Santini aveva appena sprangato con un calcio.

«Piano, Sara. Respira.» La voce di Santini era un sussurro roco, la mano sulla sua spalla un peso familiare e rassicurante. «La macchina è a venti metri, dietro i cassonetti.»

Le scale di cemento scendevano in un garage seminterrato, illuminato da luci al neon tremolanti che proiettavano ombre lunghe e deformi. L’odore di benzina e muffa le bruciò le narici. Ogni rumore – lo scricchiolio di una gomma sul cemento, il gocciolare lontano di una tubatura – sembrava amplificato, un potenziale allarme.

«Santini, perché?» riuscì a dire Sara, mentre lui la guidava verso una Fiat grigia anonima. «Hai appena messo una taglia sulla tua testa.»

Il vicequestore aprì la portiera del passeggero con un movimento secco. «Ho giurato di servire la legge, non di diventare il suo boia.» I suoi occhi, nella penombra, erano due fessure d’acciaio. «Ora entra. Prima che cambino idea e blocchino l’uscita carrabile.»

La macchina si mosse silenziosa, uscendo dal garage in una stretta laterale di Via Agostino Depretis. Santini guidava con la calma metodica del veterano, niente scatti bruschi, niente velocità sospette. Attraversarono il centro come fantasmi, mescolandosi al traffico del primo pomeriggio. Sara guardava fuori dal finestrino, le facce dei passanti che le scorrevano accanto, ignare. Una normale giornata romana. E lei, ispettore capo, era una fuggitiva.

«Dove?» chiese, quando furono su Lungotevere.

«Dove nessuno penserebbe di cercare un poliziotto.» Santini sterzò verso sud, imboccando Via della Magliana. «Un posto che odi.»

Ci misero quasi un’ora, con deviazioni calcolate, per raggiungere la Via Appia Antica. Quando Santini parcheggiò in uno slargo nascosto da cipressi secolari, Sara capì. L’aria era diversa qui, più quieta, carica della pesantezza dei secoli.

«Le Catacombe?» mormorò, uscendo dall’auto. Il sole primaverile filtrava attraverso i pini, disegnando macchie di luce sul basolato antico. Davanti a loro, un cancello di ferro battuto socchiuso proteggeva l’ingresso a un declivio erboso che spariva nelle viscere della terra.

«San Callisto. Parte dei sotterranei è chiusa al pubblico per restauri.» Santini estrasse una torcia dalla tasca del trench. «È un labirinto. E il segnale muore dopo dieci metri. Perfetto per sparire.»

Ad attenderli all’ingresso dei sotterranei c’era un uomo in saio. Frate Ignazio li salutò con un cenno del capo, senza sorridere. «Marco. L’ultima volta che sei venuto qui, era per interrogare quel ladro di reliquie.» La sua voce era un sussurro di foglie secche. «La storia si ripete, ma i ruoli si invertono.»

«Abbiamo bisogno di un posto per qualche ora, padre.»

Il frate fece scivolare lo sguardo su Sara, poi annuì, come se avesse già visto tutto ciò che c’era da vedere. «La terza galleria a sinistra. La cripta dei Papi. Nessuno va lì, se non per pregare.» Porse a Santini una bottiglia d’acqua e due panini avvolti nella carta. «L’oscurità qui dentro ha fame. Di luce, e di verità.»

Scesero. L’aria cambiò immediatamente, diventando fresca, umida, impregnata dell’odore di terra bagnata, pietra e un vago sentore di incenso antico. La torcia di Santini tagliava il buio come una lama, illuminando pareti traforate da loculi vuoti, nicchie che un tempo avevano custodito morti. Il silenzio era assoluto, rotto solo dal loro respiro e dall’eco dei loro passi.

Nella Cripta dei Papi, uno spazio leggermente più ampio con volte basse, una lampada a batteria era già accesa su un rozzo tavolo di legno. E accanto ad essa, con la schiena appoggiata a un affresco sbiadito di un pesce simbolico, c’era Tommaso Valenti.

«Ci hai messo un po’,» disse, senza alzare lo sguardo dallo smartphone che teneva in mano. Era pallido, la barba incolta sembrava più grigia alla luce fioca. Ma i suoi occhi, quando finalmente li alzò su Sara, brillavano di una fiamma fredda, intensa.

«Valenti. Come diavolo…»

«Marco mi ha mandato un messaggio in codice. “Il nostro amico barocco ha bisogno di un restauro urgente”.» Un mezzo sorriso gli increspò le labbra. «Ho capito che era ora di andare sottoterra.»

Sara si lasciò cadere su uno sgabello di legno, la stanchezza che le pesava sulle ossa come piombo. «Claudia Nero mi ha fatto arrestare. Ha un intero ministero dalla sua parte. E ora siamo qui, come topi in trappola.»

«Non proprio.» Valenti posò il telefono sul tavolo. Premette un tasto. Dall’altoparlante uscì una voce, chiara, distinta, anche se leggermente ovattata.

*«…mia sorella Marta morì a dodici anni. Bevve da una fontanella pubblica a Napoli. Dissero che era colera, un’epidemia. Ma io so cosa vide quel giorno. Una schiuma verde sull’acqua…»*

La voce di Claudia Nero. Piena di un dolore antico, trasformato in veleno.

Sara trattenne il respiro. Valenti la guardò, l’ombra di un vero sorriso sulle labbra. «Quando sei entrata nel suo ufficio, ho attivato la registrazione vocale da remoto. Il tuo telefono era in linea con il mio. Ho tutto. La confessione sulle sue motivazioni. Le sue parole sulle vittime “collegate agli scandali”. Tutto.»

«Dio santo, Tommaso…» mormorò Santini, passandosi una mano sulla faccia. «È una prova. Diretta.»

«È una condanna a morte, se ci beccano,» rettificò Valenti. «Ma sì. È una prova.» Si rivolse a Sara. «Mentre tu eri lì, però, lei non stava con le mani in mano.»

Santini estrasse il suo cellulare, cercò qualcosa, poi lo passò a Sara. Era la homepage di un noto quotidiano online. Il titolo a caratteri cubitali le bruciò gli occhi: **ISPETTORE CAPO SCOMPARSA – SOSPETTA DI ESSERE LA “STRANGOLATRICE DELLE FONTANE”**. Sotto, una sua foto del tesserino, e una dichiarazione attribuita a una “fonte ministeriale altamente attendibile”: *«La dottoressa Montefiore era ossessionata dal caso. Aveva accesso a tutte le informazioni. Le indagini interne rivelano incongruenze nel suo comportamento negli ultimi giorni.»*

«Mi ha incastrata,» disse Sara, la voce più un sibilo che un suono. «Ha invertito le parti. Adesso sono io il mostro.»

«Ha mobilitato le unità speciali,» confermò Santini, riprendendosi il telefono. «Nucleo Operativo, reparti mobili. La ricerca è nazionale. Hanno perquisito la tua abitazione un’ora fa. Hanno portato via il tuo computer, i tuoi appunti.»

«Il che significa che hanno la chiavetta,» aggiunse Valenti. «O almeno, una copia di ciò che c’era sopra. Tranne una cosa.» Aprì il suo zaino, estraendo un tablet protetto da una custodia robusta. «Ho fatto un backup del file “Fase Finale” prima di darti la USB. L’ho criptato.»

Accese il dispositivo. Lo schermo illuminò il suo volto con una luce spettrale. Sara si avvicinò. Il file era una mappa interattiva di Roma. Dieci punti lampeggiavano in rosso. Fontana di Trevi. Fontana delle Tartarughe. Fontana del Moro. Barcaccia. Tritone. Quattro del Gianicolo. Una a Villa Borghese.

«Non sono casuali,» mormorò Valenti, ingrandendo la mappa. Ogni punto aveva una data e un’ora. La prima, Trevi, coincideva con la morte di Bauer. L’ultima, la Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo, aveva un timer: 48 ore. «Sono tutte fontane legate a uno scandalo idrico coperto negli ultimi trent’anni. Trevi e l’inquinamento da cianuri degli anni ‘90. Le Tartarughe e lo sversamento di solventi nel ‘2004. La Barcaccia e la truffa degli appalti per la manutenzione… Ogni vittima, secondo gli appunti di Claudia, era un anello di quella catena di coperture. Parenti, amministratori delegati compiacenti, politici locali.»

«Una purificazione distorta,» concluse Sara, gli occhi fissi sul timer che segnava 47:59:32. «Vuole ripulire Roma nel modo più drammatico possibile. E fra due giorni, all’Acqua Paola, conclude il suo piano. Ma come? L’Aquamortis si degrada in novanta secondi. Non può avvelenare dieci fontane contemporaneamente.»

«A meno che non abbia cambiato formula,» disse una voce alle loro spalle.

Si girarono tutti. Frate Ignazio era riapparso nell’arco d’ingresso della cripta, silenzioso come un’ombra. Teneva in mano un vecchio telefono cellulare. «C’è una chiamata per te, ispettrice. Una certa Elena. Dice che è urgente.»

Sara afferrò il telefono. «Elena?»

La voce di Elena Torrisi dall’altra parte era tesa, affannata. «Sara? Dio, ti trovo. Stanno dicendo cose orribili su di te in tv.»

«Non importa. Cosa sai?»

«Ho analizzato i tuoi dati, quelli che mi hai mandato ieri. L’Aquamortis… la sua struttura è instabile, ma c’è un modo per stabilizzarla. Legandola a un vettore. Un gel a base di silice nanoporosa. Si dissolve lentamente, rilasciando la tossina per ore. Se lo mette nei condotti di alimentazione…»

«Dio,» mormorò Sara. «Bastano pochi chili per ogni fontana. E l’effetto sarebbe ritardato, programmabile.»

«Esatto. Ma c’è un’altra cosa.» Elena fece una pausa, e Sara sentì il rumore di pagine sfogliate. «Nel Codex Aquae, quello di Forlanini, parla di un “contrario”. Un neutralizzante. Una sequenza molecolare complementare che lega la tossina e la rende inerte. È teoricamente possibile.»

«Puoi sintetizzarlo?»

Un altro silenzio, più lungo. «Ho bisogno degli strumenti del dipartimento di Chimica. E dell’autorizzazione della Fioravanti. E… tempo. Ventiquattr’ore, forse. Se nessuno mi ferma.»

Sara chiuse gli occhi. Il buio della cripta le parve più profondo. Avevano quarantotto ore per fermare un attacco coordinato a dieci fontane. Ventiquattr’ore per avere un’arma. E lei era la persona più ricercata d’Italia.

«Fallo, Elena. Usa il mio nome, se serve. Di’ che ti ho costretta. Ma fallo.»

Riagganciò. Il silenzio nella cripta era tombale. I tre si guardarono, illuminati dalla luce spettrale del tablet, circondati dalle ossa dei morti e dal peso della storia.

«Allora,» disse Tommaso Valenti, spegnendo lo schermo. Il buio li inghiottì per un secondo, prima che la torcia di Santini si riaccendesse. «Facciamo un piano. Perché tra quarantotto ore, Roma berrà il veleno di Claudia Nero. A meno che noi, i fantasmi delle catacombe, non lo impediamo.»