La notte tra il 23 e il 24 maggio era una coperta umida e nera stesa su Roma. L’aria, carica dell’odore di pioggia imminente e di asfalto caldo, non portava refrigerio. Solo un’attesa claustrofobica.
Nella Cripta dei Papi, il tempo si era contratto in un’unica, lancinante domanda: sarebbero riusciti a coprire tutte e dieci le fontane?
Sara Montefiore sentiva il peso di ogni secondo come un sasso nello stomaco. La lampada a batteria sul tavolo di legno proiettava ombre danzanti sull’affresco sbiadito del pesce, trasformando quel simbolo di vita antica in un’immagine spettrale. Aveva davanti una mappa di Roma aperta sul telefono, dieci puntini rossi che pulsavano come ferite aperte nel cuore della città.
“Santini ha piazzato i suoi uomini a Trevi, al Moro e alla Barcaccia,” disse, la voce un raschio nel silenzio della cripta. Le dita scivolavano sullo schermo, fredde e insensibili. “Tre fontane. Ne restano sette scoperte. E non abbiamo abbastanza uomini fidati per coprirle tutte senza allertare le unità speciali di Claudia.”
Tommaso Valenti era accovacciato vicino alla parete, il suo volto scavato dalla luce radente. Teneva in mano una piccola telecamera digitale, la controllava per la decima volta. “Io posso coprire la Paola e il Tritone. Sono vicine, posso muovermi a piedi. Documenterò tutto.”
“È troppo rischioso. Se ti beccano…”
“Se non documentiamo, Sara, è la sua parola contro la tua. E al momento, la sua parola ha il sostegno del Ministero.” Tommaso alzò lo sguardo, i suoi occhi grigi erano pozze di stanchezza e determinazione. “Le telecamere di sorveglianza delle piazze potrebbero essere ‘guaste’. Le mie no.”
Marco Santini, massiccio e silenzioso come un pilastro della cripta stessa, annuì. Il suo respiro era l’unico suono regolare nello spazio angusto. “Ha ragione. Senza prova video dell’Esecutore all’opera, la confessione di Claudia resta un audio di dubbia provenienza. E tu resti la fuggitiva accusata di omicidio.” Si passò una mano sulla cicatrice della guancia, un gesto abituale di stress. “Io ho chiamato tre ex colleghi in pensione. Uomini di cui mi fido come di me stesso. Copriranno la Fontana dei Quattro Fiumi, la Tartarughe e quella di Piazza Colonna. Sono discreti, sanno come mimetizzarsi.”
“Quindi siamo a… otto,” calcolò Sara, il cervello che lavorava a scatti, incollando risorse insufficienti a un disastro annunciato. “Mancano l’Acqua Felice a Termini e la Fontanella del Facchino.”
Fu allora che i gradini di pietra all’ingresso della galleria scricchiolarono. Sara si irrigidì, la mano che istintivamente cercò la pistola che non aveva più. Santini si mise davanti a lei, il corpo un muro.
Dalla penombra emerse Frate Ignazio, il saio marrone che sembrava fondersi con le ombre. Nelle sue mani ossute reggeva un borsone di tela logoro. “La giovane donna,” sussurrò, la voce un filo di seta strappata. “Quella che cercava la verità nelle acque. È qui.”
Elena Torrisi salì i gradini dietro di lui, sembrava uno spettro. I suoi occhi scuri, normalmente guardinghi, ora erano dilatati da una miscela di paura e eccitazione febbrile. Portava uno zaino da escursionista gonfio, che depose sul tavolo di legno con un tonfo sordo.
“Ci sono volute tutte le mie conoscenze, e qualche prestito da un laboratorio di chimica di un’università che non nomino,” disse, senza preamboli. La sua parlata era rapida, nervosa. Aprì lo zaino. All’interno, allineate in una schiuma sagomata, c’erano dieci fiale di vetro opaco, ognuna piena di un liquido trasparente. Accanto ad esse, dieci siringhe preriempite con un ago spesso. “Il neutralizzante. Basato sulla struttura che la Fioravanti ha ipotizzato. Non è un antidoto vero e proprio – l’Aquamortis uccide troppo in fretta per averne bisogno – ma è un inibitore enzimatico. Se introdotto nella vasca PRIMA che la tossina venga aggiunta, ne blocca l’attivazione. La rende inerte.”
Sara prese una fiala. Era fredda. “Funziona?”
Elena incrociò lo sguardo con lei. “In laboratorio, su un campione della tossina che ho… recuperato dal luogo del primo incidente a Napoli, anni fa, sì. In una fontana di mille litri, con tempi di diluizione e flusso variabile? La teoria dice di sì. La pratica…” Scrollò le spalle, un gesto di vulnerabilità disarmante. “Dobbiamo sperare che l’Esecutore usi il punto di contaminazione che abbiamo previsto. E che io riesca a calcolare la dose giusta per ogni vasca. È una scommessa.”
“L’unica che abbiamo,” borbottò Tommaso.
Santini distribuì le fiale e le siringhe. Ogni dose era etichettata con il nome di una fontana. Un piano disperato prendeva forma nell’oscurità delle catacombe, fragile come il vetro delle fiale.
***
L’alba del 24 maggio arrivò con un cielo di piombo, promettendo pioggia ma non mantenendo. Roma si svegliava ignara.
Sara era appostata in un androne buio di Via Garibaldi, con una visuale perfetta sulla maestosa Fontana dell’Acqua Paola sul Gianicolo. Il rombo dell’acqua che precipitava dalle grandi conche era l’unico suono, un manto sonoro che copriva ogni altro rumore. Indossava un cappuccio e un giubbotto scuro, prestatole da uno degli uomini di Santini. Si sentiva nuda senza il distintivo, senza l’autorità. Era solo una donna in un portone, che fissava una fontana.
Dall’orecchio le giunse la voce bassa di Santini, attraverso un ricetrasmettitore economico. “Trevi, situazione tranquilla. Barcaccia, niente. Moro, niente. I miei uomini sono in posizione.”
Poi la voce di Tommaso, leggermente affannosa. “Tritone, negativo. Sto andando verso la Paola. Dovrei esserci in cinque.”
Sara non rispose. I suoi occhi scandagliavano la piazza deserta. Le prime gocce di pioggia iniziarono a cadere, grandi e pesanti, creando cerchi perfetti nella polvere sulla strada.
E lo vide.
Un’ombra si staccò dal portone di una chiesa sul lato opposto della piazza. Snella, avvolta in un trench scuro con cappuccio rialzato. Portava una borsa a tracolla. L’Esecutore. Si muoveva con una sicurezza inquietante, diretta verso il lato sinistro della fontana, dove un basso parapetto nascondeva la grata di uno degli scarichi secondari.
“Paola, ho un soggetto,” sussurrò Sara nel microfono. “Maschera scura, trench nero. Si dirige verso il punto di contaminazione previsto.”
“Non intervenire,” la voce di Santini fu un comando tagliente. “Aspetta che compia l’atto. Abbiamo bisogno della prova.”
Il cuore di Sara martellava contro le costole. Vedeva l’ombra inginocchiarsi, fingendo di allacciarsi una scarpa. La mano sparì per un secondo dietro il parapetto. Un gesto rapido, professionale.
“Ha depositato qualcosa. Ora si alza.”
L’Esecutore si voltò, e per un istante, attraverso la pioggia che si infittiva, i loro sguardi si incrociarono. Una distanza di cinquanta metri, ma Sara sentì un brivido gelido risalirle la spina dorsale. Non era lo sguardo di un fanatico. Era calcolato, freddo, quasi annoiato.
Poi l’ombra si mise di corsa, scomparendo in una viuzza che scendeva dal Gianicolo verso il Vaticano.
“Si muove! Scappa verso Borgo Santo Spirito!” urlò Sara, già slanciandosi fuori dall’androne. La pioggia le schiaffeggiava il viso. “Tommaso, dove sei?”
“Ti vedo! Ti seguo!” La voce di Tommaso era vicina.
La corsa fu un incubo di sanpietrini scivolosi, scale bagnate e vicoli che si stringevano. Sara perdeva terreno, il fiato le bruciava i polmoni. L’Esecutore conosceva il percorso, svoltava con precisione chirurgica. Attraversarono Borgo Pio, il passaggio coperto di Borgo Santo Spirito, e poi sbucarono nell’immensità di Piazza San Pietro, deserta sotto la pioggia battente.
L’Esecutore rallentò, forse credendosi al sicuro nella vastità della piazza. Si voltò per controllare alle spalle.
Fu in quel momento che Tommaso Valenti, arrivando da una via laterale, gli sbarrò la strada. Era piegato in due, col fiato corto, ma aveva la telecamera sollevata e accesa, il puntino rosso della registrazione come un occhio diabolico nella semioscurità.
“Fermo!” gridò Tommaso.
L’Esecutore si irrigidì. Poi, con un gesto che sembrò più di frustrazione che di paura, afferrò il bordo del cappuccio e lo tirò all’indietro.
La pioggia gli schiaffeggiò il volto. Un volto giovane, sui venticinque anni, dai lineamenti ordinari, capelli castani appiccicati alla fronte. Niente dello sguardo folle che Sara si aspettava. Solo una stanchezza profonda, e qualcosa che somigliava a rassegnazione.
“Basta,” disse Davide Mariani, la voce piatta, senza eco nella piazza vuota. “Basta, ora.”
Sara lo raggiunse, afferrandolo per un braccio. Non oppose resistenza. “Dovevi contaminarle tutte, vero? Le dieci fontane.”
Lui annuì, guardando la borsa a tracolla che ancora portava. “Solo sette. Tre erano… presidiate. Ho visto gli uomini. Non sono riuscito ad avvicinarmi.”
Sette. Il numero riecheggiò nella mente di Sara come un rintocco a morto. “Elena,” sussurrò nel microfono, il terrore che le gelava la voce. “Elena, hai neutralizzato?”
Dall’altro capo, solo un respiro affannoso, poi la voce di Elena, carica di uno stress al limite. “Quattro Fiumi… fatto. Tartarughe… fatto. Colonna… fatto. Tritone… fatto. Acqua Felice… fatto. Facchino… fatto.” Una pausa che sembrò durare un’eternità. “Paola… la dose era giusta, ma lui è stato più veloce. L’ho iniettata pochi secondi dopo. Non so… non so se è bastata.”
Sara chiuse gli occhi. Una fontana su dieci era ancora un potenziale killer. E Roma si stava svegliando.
Guardò Davide Mariani, che fissava le sue scarpe bagnate. “Perché?” gli chiese, la voce più bassa della pioggia.
Lui alzò lo sguardo, e per la prima volta Sara vi lesse un’emozione: un dolore antico, smussato dalla routine del male. “Perché lei mi ha salvato,” disse semplicemente. “Quando tutti, incluso lo Stato, voltarono le spalle a mia sorella dopo che l’acqua avvelenata di Napoli l’uccise, Claudia Nero fu l’unica che cercò giustizia. L’unica che mi disse che la purezza andava restaurata. Dovevo… ripagare il debito.”
Santini arrivò in quel momento, con due dei suoi uomini fidati. Senza una parola, mise le manette ai polsi di Davide. Il metallo scattò con un clic secco, il suono definitivo di una piccola, miserabile resa.
“La Questura non è sicura,” disse Santini a Sara. “E Claudia saprà del fallimento prima di mezzogiorno.”
Sara guardò la facciata di San Pietro, che emergeva dalla cortina di pioggia. Una fontana era ancora avvelenata. L’Aquamortis era ancora là fuori, in una vasca della città eterna. E la mente che l’aveva orchestrato tutto, Claudia Nero, era ancora libera, potente e con la caccia a Sara Montefiore più aperta che mai.
Avevano catturato il soldato. Ma la regina era ancora in gioco, e aveva appena perso la sua pedina. Il prossimo movimento sarebbe stato il suo. E Sara sapeva, con un’amara certezza, che sarebbe stato letale.