Il furgone della Scientifica sfrecciò lungo Via del Circo Massimo, le sue luci blu che tagliavano l’oscurità pre-alba come lame. All’interno, l’aria era elettrica, satura dell’odore di sudore e adrenalina. Sara fissava il telefono, le coordinate inviate da Davide Mariani bruciavano sullo schermo.
“Sotto il Circo Massimo,” disse, la voce un filo di rasoio. “Un accesso dai lavori di manutenzione dell’acquedotto. Dice che è lì che lei prepara il concentrato.”
Marco Santini, al volante, digrignò i denti. “Un acquedotto. Fantastico. Perfetto per far sparire qualcuno.” La cicatrice sulla sua guancia sembrava più profonda alla luce tremolante dei lampioni.
Tommaso Valenti, accanto a Sara, teneva il suo telefono con una presa da morto. La luce dello schermo gli illuminava il volto scavato. “Sto configurando lo streaming. Server sicuro, criptato, ma con un link pubblico che scatterà alle 4:05. Se qualcosa va storto… il mondo lo vedrà.”
Sara annuì, senza distogliere lo sguardo dalla strada. Il peso della pistola d’ordinanza alla cintura era un promemoria freddo e familiare. *Claudia*. Il nome le rimbalzava nel cranio. La restauratrice meticolosa, la custode silenziosa. L’assassina.
Il furgone si fermò con uno stridio soffocato in uno slargo dietro le gradinate del Circo Massimo, un’area di servizio desolata, illuminata da un unico lampione arancione che ronzava come un insetto morente. L’aria era fresca, impregnata dell’odore d’erba bagnata e di terra vecchia.
L’agente Rinaldi indicò una grata di ferro pesante, semi-nascosta da un cespuglio di edera. “Qui. Chiusura standard, ma il lucchetto è stato forzato di recente. Segni di fresatura.”
Santini fece un cenno. Due agenti in tenuta antisommossa sollevarono la grata con un gemito metallico che straziò il silenzio. Sotto, un buco nero. Una scala di ferro arrugginita spariva nell’oscurità, portando con sé un alito freddo e umido, carico di un odore che fece contrarre lo stomaco a Sara: cloro, formaldeide e qualcosa di dolciastro, di marcio.
“Andiamo,” disse Sara, la torcia accesa.
La discesa fu un incubo di eco e ombre danzanti. I loro respiri rimbombavano nel tubo di cemento, amplificati. Trenta gradini. Quaranta. L’aria si fece più fredda, più pesante. Alla base, un corridoio basso, scavato nella pietra tufacea, illuminato da luci a LED fissate al soffitto con nastro adesivo. Il ronzio elettrico era l’unico suono, oltre al battito furioso nel petto di Sara.
Il corridoio si aprì in una caverna.
Non era un semplice scantinato. Era un laboratorio. Banconi di acciaio inossidabile lucido riflettevano la luce fredda delle lampade al neon sospese. Su di essi, strumenti da farmacista di precisione: bilance analitiche, pipette, un piccolo spettrometro di massa portatile. Rack di provette, centinaia, contenenti liquidi di un ambra perfetto, inquietante. Un frigorifero di laboratorio ronzava in un angolo, la sua spia verde un occhio vigile.
E al centro, con le spalle rivolte a loro, Claudia Nero.
Indossava un camice da laboratorio bianco, macchiato di giallo in più punti. I suoi capelli biondo platino erano raccolti in una coda severa. Con movimenti lenti, rituali, stava trasferendo un liquido denso e ambrato da un pallone di vetro a una serie di siringhe disposte su un vassoio di metallo.
“Polizia! Non muoversi!” La voce di Sara echeggiò nella caverna, dura, un comando che tagliò il ronzio degli apparecchi.
Claudia si irrigidì. Non si voltò. Le sue spalle si alzarono in un respiro profondo, poi si abbassarono. “Ispettore Montefiore,” disse, la voce calma, quasi cordiale. “È presto per una visita di controllo.”
“Gira lentamente. Tieni le mani dove le possiamo vedere,” ringhiò Santini, la pistola già levata, la canna che non tremava nemmeno di un millimetro.
Claudia obbedì. Si voltò con una lentezza studiata. Il suo volto era pallido, sereno. Gli occhi, però. Gli occhi erano pozze nere, vuote, come i loculi nelle catacombe. Guardò Sara, poi Tommaso, che teneva il telefono alto, la fotocamera accesa. Un lieve sorriso le increspò le labbra.
“Tommaso. Documenti anche questo? Un’opera d’arte effimera. Come le bolle di sapone.”
“È finita, Claudia,” disse Sara, facendo un passo avanti. Il pavimento di cemento era freddo sotto le suole. “Davide Mariani è in custodia. Ha confessato. Ha dato questo posto. Abbiamo le liste, le email, le prove della sintesi dell’Aquamortis. L’intera catena, da te a lui.”
Claudia non sussultò. Il sorriso non svanì. “Davide. Un ragazzo talentuoso. Ma debole. Come l’acqua stagnante, imputridisce.” La sua mano sinistra scivolò lentamente verso il bancone, le dita sfiorando il manico di una siringa già carica, più grande delle altre, con un liquido così scuro da sembrare nero alla luce dei neon.
“LA MANI!” urlò Santini.
Claudia afferrò la siringa. La sollevò come fosse un calice. L’ago lungo, sottile, luccicò minaccioso. “Questa è la quintessenza, Ispettore. Aquamortis puro, non diluito. Un millilitro nel flusso sanguigno e il cuore si ferma in tre secondi. Senza bagliore, senza traccia. Solo silenzio.”
Sara rimase immobile, il sangue che le gelava nelle vene. “Non ne uscirai viva, Claudia.”
“Chi ha parlato di uscire?” La voce di Claudia perse ogni traccia di calma, diventò un sibilo tagliente. “Questa non è una fuga. È una consacrazione. Roma è malata. Soffocata dall’ignoranza, dalla sporcizia, dalla profanazione. Io l’ho purificata. Ho scelto con cura. I deboli di cuore, gli impuri di spirito. Li ho restituiti all’acqua, l’elemento primordiale. Li ho resi… eterni.”
“Hai ucciso persone innocenti!” La voce di Tommaso tremò di rabbia e orrore. “Hai usato la morte di tua sorella come scusa per una strage!”
A quel nome – *Annalisa* – qualcosa si spezzò nello sguardo di Claudia. Il vuoto si riempì di una furia improvvisa, vulcanica. “NON PRONUNCIARE IL SUO NOME! Tu non sai nulla! Lei bevve da una fontana avvelenata da scarichi industriali. Morì convulsando, vomitando bile nera. E loro… *loro* coprirono tutto. ‘Epidemia gastrointestinale’. Chiusero il caso. Mia sorella era un danno collaterale, una statistica.” Un tremore le percorse il braccio che reggeva la siringa. “Ho imparato. Ho studiato. Ho trovato il modo di purificare *veramente*. Non è veleno, è giustizia. È un battesimo.”
Fece un passo avanti. Sara alzò la pistola. “Fermo!”
“Mi sparerai, Sara? Davanti a tutte quelle telecamere?” Claudia indicò con il mento il telefono di Tommaso. “Diventerai un’eroina. O un’assassina. Ma io… io avrò comunque vinto. Perché anche se mi fermi, il messaggio è stato lanciato. Roma sa. L’acqua ricorda.”
Il suo pollice si posò sullo stantuffo della siringa. Un millimetro di pressione, e l’ago avrebbe spruzzato la morte.
“Claudia, ti prego…” provò Tommaso, ma la sua voce si perse.
Fu Santini a muoversi. Non un passo avanti, non un grido. Un movimento fluido, istintivo, frutto di trent’anni di strada. La sua pistola emise un *crack* secco, non un colpo vero, ma il suono del cane abbattuto su una camera vuota. Un bluff perfetto.
Claudia trasalì, un riflesso incontrollabile. La sua testa si mosse di un centimetro, lo sguardo deviò verso Santini per una frazione di secondo.
Fu sufficiente.
Sara non sparò. Si lanciò. Un balzo laterale, il corpo che si contorse per evitare l’ago. La sua mano sinistra afferrò il polso di Claudia, stringendo come una morsa di acciaio. Sentì le ossa sottili, i tendini tesi. Con la destra, colpì.
Non il volto. Il braccio.
Un colpo secco, preciso, al nervo radiale.
Un grido strozzato uscì dalla gola di Claudia. Le sue dita si aprirono, traditrici. La siringa volò via, ruotando lentamente nell’aria, l’ago che catturava la luce al neon in un lampio sinistro. Cadde sul cemento con un *tick* fragile, ma non si ruppe. Rotolò sotto un bancone.
Claudia ringhiò, un suono animale, e si avventò su Sara, le unghie che cercavano gli occhi. Erano più forti di quanto sembrassero, isteriche, disperate. Caddero a terra, un groviglio di corpi e camici bianchi. Sara sentì il fiato caldo e affannoso di Claudia sull’orecchio, le parole spezzate: “Dovevi… capire… era per… salvarle…”
Poi il peso di Claudia venne sollevato di colpo. Santini e l’agente Rinaldi la strattonarono via, la immobilizzarono a terra. Lei continuò a divincolarsi, silenziosa ora, solo gli occhi che bruciavano di un odio puro, assoluto.
Sara si rialzò, ansimante. Un dolore pulsante alla tempia dove aveva sbattuto contro il bancone. Guardò Tommaso. Lui annuì, il telefono ancora alto. “Sta andando in diretta. Tutto.”
Sara si ripulì il camice, un gesto automatico. Si avvicinò a Claudia, che ora giaceva a terra, le mani ammanettate dietro la schiena, lo sguardo fisso sul soffitto di pietra. Sara estrasse il tesserino.
“Claudia Nero,” disse, la voce tornata piatta, professionale, un muro di granito contro il mare in tempesta degli occhi di quella donna. “In nome della legge, la dichiaro in arresto. I capi d’accusa sono: omicidio plurimo aggravato, istigazione al suicidio, produzione e detenzione di sostanze tossiche, attentato alla salute pubblica. Ha il diritto di rimanere in silenzio. Ogni sua parola potrà essere usata contro di lei in sede processuale.”
Claudia non rispose. Continuò a fissare il soffitto, come se lassù vedesse scorrere acqua pura, fontane incontaminate, un mondo che solo lei poteva vedere e che aveva cercato di creare attraverso la morte.
Fuori, oltre la pietra, il cielo sopra Roma stava passando dal nero al grigio perla. L’alba del 24 maggio stava arrivando. In dieci fontane, l’acqua scorreva limpida, innocua, neutralizzata. In una caverna sotto il Circo Massimo, la fonte di quel male era stata spenta.
Tommaso abbassò il telefono. Lo streaming era terminato. “Fatto,” sussurrò. “Il mondo lo sa.”
Santini aiutò Sara a rialzarsi. “Ora,” disse, la voce roca, “arriva la parte difficile. I politici, i giornali, le commissioni d’inchiesta.”
Sara guardò Claudia, che veniva fatta alzare dagli agenti, un fantasma in camice bianco. Poi guardò le provette d’ambra allineate sui banconi, il laboratorio di una follia meticolosa.
“La parte difficile,” ripeté Sara, “è stata entrare qui. Il resto è solo carta.”
Ma mentre uscivano dalla caverna, riportando alla luce del mattino la donna che aveva voluto trasformare l’acqua di Roma in veleno, Sara sapeva che non era vero. La parte più difficile, forse, sarebbe stata capire come un amore così profondo per la bellezza avesse potuto generare un orrore così perfetto. E quella risposta, forse, non era scritta in nessun verbale.