Capitolo 15

Capitolo 15

La luce del mattino filtrava attraverso le persiane della Questura, tagliando il volto di Sara Montefiore in strisce di chiaroscuro. Sul tavolo di fronte a lei, il foglio con il decreto di reintegro sembrava quasi banale nella sua ufficialità. Parole burocratiche che cancellavano settimane di sospensione, di accuse, di lotta solitaria.

La cerimonia delle scuse pubbliche al Ministero si svolse in una sala stampa sovraffollata. I flash delle fotografie esplodevano come piccoli fulmini, accecanti. Sara rimase in piedi accanto al Sottosegretario, le spalle dritte, le mani giunte dietro la schiena. Sentiva il peso dello sguardo di Marco Santini dalla prima fila, un'ancora di normalità in quel mare di ipocrisia.

"L'Ispettore Capo Montefiore," disse il Sottosegretario con una voce che cercava solennità, "è stato vittima di circostanze sfortunate. Il Ministero riconosce il suo eccezionale servizio e..."

Le parole si persero nel ronzio dell'aria condizionata. Sara guardava oltre le telecamere, verso la finestra che dava su Via Agostino Depretis. Tre mesi prima, da quella stessa strada, era fuggita come una criminale. Ora le venivano offerte scuse pubbliche. Il sapore era metallico, amaro.

Il processo a Claudia Nero si aprì nell'aula bunker del Tribunale di Roma un mese dopo. L'aria era statica, carica di un silenzio innaturale. Sara sedette al banco dei testimoni, di fronte a Claudia che fissava il vuoto con gli occhi di ghiaccio. L'Avvocato De Santis cercò ogni cavillo, ogni tecnicismo, ma le prove erano montagne: il laboratorio, le email, le confessioni di Davide Mariani, il flacone di Aquamortis sequestrato.

Ma fu l'ingresso di Elena Torrisi a spezzare l'equilibrio della difesa.

La donna avanzò verso il banco dei testimoni con passi incerti, le mani che tremavano leggermente. Indossava un tailleur semplice, blu scuro, come se volesse scomparire dentro di esso. Quando alzò lo sguardo verso il giudice, i suoi occhi erano pozzi di stanchezza antica.

"La vittima numero tre della lista," disse, la voce un filo di suono che l'aula trattenne il respiro per sentire, "doveva essere una donna di nome Giovanna Leone. Ma non era un nome scelto a caso."

L'Avvocato De Santis si alzò. "Irrilevante e speculativo."

"Lasci continuare," ordinò il giudice, una donna anziana con occhi che avevano visto ogni genere di menzogna.

Elena inspirò. "Giovanna Leone era la direttrice amministrativa del progetto NATO del 2010. Il progetto che sviluppò l'Aquamortis come potenziale arma non letale. Quando il progetto fu chiuso, lei firmò l'ordine di distruzione di tutti i campioni. Ma non tutti furono distrutti. Una piccola quantità... scomparve."

Un mormorio percorse l'aula.

"Claudia Nero la identificò come responsabile morale della morte di sua sorella," continuò Elena, le parole ora più ferme. "Perché fu la negligenza di quel progetto, la mancata bonifica completa, che secondo lei permise alle sostanze di finire nelle falde. Di avvelenare sua sorella ad Napoli. La sua crociata non era solo follia. Era... una resa dei conti distorta."

Claudia non batté ciglio. Ma Sara, dall'altro lato dell'aula, vide un minuscolo tremore alla commessura delle sue labbra. Un frammento di umanità che affiorava attraverso il ghiaccio.

La condanna arrivò come un tuono a ciel sereno: ergastolo per tre omicidi aggravati, tentato omicidio plurimo, detenzione e produzione di sostanze tossiche. Claudia si alzò per la sentenza, il volto una maschera. Quando le guardie la scortarono via, i suoi occhi incontrarono quelli di Sara per un istante. Non c'era odio, in quello sguardo. Solo un vuoto sconfinato, come l'acqua di una vasca troppo profonda.

Fuori dal tribunale, la luce del pomeriggio era crudele nella sua normalità. Marco Santini si avvicinò a Sara, le mise una mano sulla spalla. Un gesto semplice, che diceva più di mille parole.

"Vice-Commissario," disse Sara, un accenno di sorriso.

"Non farmci l'abitudine," borbottò lui, ma gli occhi ridevano. "Il protocollo per le fontane è stato approvato. Controlli settimanali, sensori di purezza dell'acqua, videosorveglianza. Roma è al sicuro."

Non era vero, non del tutto. La sicurezza era un'illusione, Sara lo sapeva meglio di chiunque altro. Ma era una menzogna necessaria, un patto con la normalità.

La cerimonia per il Premio Nazionale di Giornalismo Investigativo si tenne al Palazzo dei Congressi. Tommaso Valenti salì sul palco con un'andatura goffa, la giacca di velluto marrone stonata tra gli smoking. Non aveva preparato un discorso. Guardò la folla, poi la telecamera che trasmetteva in diretta.

"La verità," disse, la voce roca, "non è mai una sola. C'è la verità dei fatti, quella delle prove. E c'è la verità delle motivazioni, quella che si annida nell'oscurità delle ragioni umane. Questo premio non è mio. È di Lukas Bauer, che voleva solo bere alla fontana più famosa del mondo. Di Maria Grazia Valli, che salutava le tartarughe ogni mattina. Di tutte le vittime che non hanno avuto voce. La nostra unica responsabilità è ascoltare il loro silenzio."

Sara, seduta in platea, sentì un nodo alla gola. Lo guardò scendere dal palco, il premio stretto con noncuranza sotto il braccio. I loro occhi si incontrarono attraverso la folla. Un cenno del capo. Un riconoscimento.

Tre mesi esatti dopo l'arresto di Claudia Nero, Sara si trovò di nuovo a Piazza di Trevi. Era un martedì mattina, l'aria già calda della primavera inoltrata prometteva un'estate torrida. La fontana era circondata da turisti, le risate si mescolavano al fragore dell'acqua. Vita normale. Roma che guariva le sue ferite.

Lui arrivò da Via delle Muratte, riconoscibile anche da lontano per la sagoma sbilenca, la barba incolta. Tommaso Valenti si fermò accanto a lei, entrambi in silenzio per un momento, a guardare l'acqua che scorreva.

"Pensavo non saresti più tornata qui," disse lui alla fine.

"È il luogo del primo delitto," rispose Sara, gli occhi fissi sulla statua di Abbondanza. "Dovevo vederlo... ripulito."

"L'inaugurazione del centro di ricerca è domani," disse Tommaso. "Elena ha voluto chiamarlo 'Centro di Studi per la Sicurezza Idrica Vittime di Trevi'. Ha trovato finanziamenti privati. Lavorerà con l'università."

Sara annuì. Elena Torrisi aveva trovato la sua redenzione non nella fuga, ma nell'azione. Un modo per trasformare la paura in protezione.

"E tu?" chiese Tommaso. "Cosa farai adesso che Roma è salva?"

Sara estrasse una moneta dalla tasca dei jeans. Una moneta da due euro, lucida. La fece scorrere tra le dita, sentendo il metallo fresco contro la pelle.

"Lo sai che la leggenda dice che se getti una moneta a Trevi, tornerai a Roma," disse, senza guardarlo.

"E se ne getti due, troverai l'amore. Tre, il matrimonio." Tommaso scosse la testa. "Superstizioni."

"Non è una superstizione," mormorò Sara. "È un desiderio. Un atto di fede nel futuro."

Chiuse gli occhi per un secondo. Nella sua mente non vide il volto di un uomo, né una promessa di felicità convenzionale. Vide invece l'acqua delle fontane, limpida e sicura. Vide Marco Santini che firmava rapporti nel suo nuovo ufficio. Vide Elena Torrisi in un camice bianco, che studiava grafici di purezza. Vide se stessa, non più braccata, non più in bilico.

Aprì gli occhi e lanciò la moneta. Ruotò nell'aria, catturando un riflesso di sole, e scomparse con un tonfo leggero tra le onde artificiali.

"Qual era il desiderio?" chiese Tommaso, la voce stranamente bassa.

Sara lo guardò finalmente. Nei suoi occhi nocciola c'era una luce nuova, non di ossessione, ma di pace.

"Che la prossima volta che qualcuno berrà da questa acqua," disse, "lo faccia senza paura."

Si allontanarono insieme, mescolandosi alla folla. Due figure tra tante, nessuno speciali. Sara gettò un'ultima occhiata alla fontana. Una bambina, sorretta dal padre, immergeva le manine nell'acqua ridendo. La madre le sussurrava qualcosa, poi prese una bottiglietta vuota e la riempì con gesto naturale.

L'acqua scintillava, cristallina, innocente.

Roma era salva. E forse, per la prima volta dopo molto tempo, lo era anche Sara Montefiore.

**FINE**