La Fiat Panda di Tommaso Valenti scricchiolò sulla ghiaia sterrata, spegnendosi con un rantolo. Le due di notte a Ostia Antica erano un buco nero di silenzio, rotto solo dal sibilo del vento marino che sollevava polvere e foglie secche. Davanti a loro, un capannone industriale degli anni Sessanta si stagliava contro un cielo senza stelle, le finestre rotte come occhi ciechi.
"Via dei Romagnoli, civico 47," sussurrò Tommaso, la voce raschiata dalla tensione. "Le coordinate della mail."
Sara annuì, gli occhi già a caccia di movimenti nell'ombra. L'odore di sale marcio e ruggine le bruciava le narici. La panda era parcheggiata cento metri più in là, dietro un cumulo di detriti. Avevano spento i fari un chilometro prima, procedendo al buio.
"La serratura posteriore," disse Sara, indicando con un cenno del mento il lato nord dell'edificio. "Tu forzi. Io faccio da palo. Se senti il mio fischio, è fuga."
Tommaso estrasse dalla tasca un kit di grimaldelli sottili come aghi. "Non è la prima volta."
"Non voglio saperlo."
Scivolarono fuori dall'auto, il freddo umido della notte che si insinuava sotto i loro giacchetti. Il terreno era irregolare, disseminato di rottami metallici che rischiavano di tradirli con un rumore. Sara teneva la mano sulla fondina della Beretta, anche se Santini le aveva ordinato di non portarla. Alcuni ordini erano fatti per essere infranti.
La porta posteriore era una lastra di metallo verde scrostato, incorniciata da erbacce morte. Tommaso si inginocchiò, le dita che maneggiavano i ferri con una sorprendente delicatezza. Sara si appoggiò al muro, il respiro controllato, gli occhi che scandagliavano il perimetro. Il vento portava con sé un suono strano, un ronzio basso e costante che non apparteneva alla notte.
*Click.*
La porta cedette con uno scatto secco. Tommaso la spinse di un centimetro, poi si fermò. Niente allarmi. Niente luci.
"Vai," sussurrò Sara.
L'interno era più buio del buio, impregnato di un odore chimico dolciastro che si attaccava alla gola. Sara accese la torcia tascabile, il fascio di luce che tagliava il nero come un coltello. Rivelò un corridoio stretto, pareti di mattoni piene di muffa, pavimento ricoperto da uno strato di polvere grigia. Ma non era polvere normale. Era fine, cristallina, e luccicava alla luce della torcia come minuscoli diamanti.
Seguirono il ronzio, che si faceva più forte. Il corridoio sfociava in uno spazio più ampio, un ex reparto di produzione. E qui, il tempo si era fermato in modo sbagliato.
La torcia di Sara illuminò banconi di acciaio inossidabile, lucidi e privi di polvere. Cappa aspirante con vetri intatti. Rack di provette, alcune ancora piene di liquidi color ambra. Un frigorifero di laboratorio emetteva un ronzio regolare, la spia verde accesa.
"Funziona," mormorò Tommaso, avvicinandosi a un bancone. Scattò foto con il cellulare, il flash che esplodeva come un lampo proibito. "Tutto funziona."
Sara si diresse verso una scrivania accanto a una parete. Sopra, un registro cartonato, spesso, con la copertina di finto cuoio verde. Lo aprì. Le pagine erano fitte di annotazioni a mano, una calligrafia precisa e angolosa. Date, formule chimiche, diagrammi di molecole. Cercò le date più recenti.
*10 marzo - Test AQ-M7 su campione idrico Trevi. Emivita confermata: 87 secondi. Risultato: ottimale.*
*15 marzo - Test AQ-M7 su campione idrico Tartarughe. Dosaggio ridotto del 15%. Efficacia invariata.*
*2 aprile - Preparazione batch finale. Purezza 99.8%. Destinazione: F.Tritone.*
Le dita di Sara si irrigidirono sulla carta. Tre mesi prima. Stavano testando l'Aquamortis mentre lei indagava su furti d'auto e risse da bar.
Poi vide l'elenco. Una pagina intitolata semplicemente *Soggetti Test*.
Cinque nomi.
1. Lukas Bauer - Trevi - 12 aprile - **ESEGUITO**
2. Maria Grazia Valli - Tartarughe - 14 aprile - **ESEGUITO**
3. Carlo Esposito - Moro - 18 aprile - **PENDING**
4. Giovanna Leone - Barcaccia - 22 aprile - **PENDING**
5. Filippo Conti - Tritone - 25 aprile - **PENDING**
Il sangue le si gelò nelle vene. Tre vittime. Due future. Carlo Esposito era il turista napoletano che si era sentito male a Piazza Navona tre giorni prima, finito in terapia intensiva. L'avevano dato per stabile. Si sbagliavano.
"Tommaso," chiamò, la voce più un sibilo che un sussurro.
Lui era dall'altra parte della stanza, davanti a un computer portabile posato su uno sgabello. Lo schermo era spento, ma una lucina blu lampeggiava accanto alla porta USB.
"È in stand-by," disse, premendo un tasto a caso.
Lo schermo si illuminò, chiedendo una password. Ma sotto, nella barra delle applicazioni, lampeggiava l'icona di un client di posta aperto. Tommaso cliccò. Non era protetto.
La casella era piena. Mittente principale: **C.N.** Destinatario: **Esecutore**.
Sara si avvicinò, leggendo sopra la sua spalla.
*Da: C.N.
A: Esecutore
Oggetto: Fase 2
Il Moro ha ricevuto il dono, ma il soggetto non era puro. Il cuore era debole, l'anima già compromessa. La purificazione è fallita. Procedi con il dosaggio completo per la Barcaccia. Ricorda: non stiamo togliendo vita. Stiamo restituendo l'acqua alla sua verginità. Ogni goccia che scende dalle nostre fontane deve essere limpida come il giorno in cui Bernini le immaginò. Loro sono la macchia. Noi siamo il detergente.*
*Da: Esecutore
A: C.N.
Oggetto: Re: Fase 2
Il batch per la Barcaccia è pronto. I condotti sono accessibili dalle catacombe di Via Vittoria. La consegna avverrà all'alba del 22. La missione sacra procede. L'acqua ricorderà.*
Tommaso scattò foto freneticamente allo schermo. "C.N. Claudia Nero. Esecutore... chi è l'esecutore?"
"Qualcuno che ha accesso alle catacombe," disse Sara, la mente che lavorava a mille. "Un operaio comunale? Un altro restauratore? Uno st..."
Un rumore.
Metallico. Distinto. *Clang.*
Veniva dall'esterno, dalla direzione della porta attraverso cui erano entrati.
Sara spense la torcia. Il buio li inghiottì, totale, opprimente. Il ronzio del frigorifero sembrò amplificarsi, diventare il battito cardiaco della stanza.
*Clang.*
Più vicino.
Tommaso afferrò la chiavetta USB dal computer, staccandola con uno strappo. La infilò in tasca. Con l'altra mano, prese Sara per il braccio, indicando una porta sul lato opposto della stanza.
Si mossero a tentoni, urtando contro uno sgabello che cigolò lamentoso. Sara imprecò mentalmente. La porta era chiusa a chiave. Tommaso provò con i grimaldelli, ma le sue dita, prima così sicure, ora tremavano.
*Scrrrk...*
Il suono della porta principale che si apriva lentamente, sulle cerniere arrugginite.
Sara guardò verso il corridoio d'ingresso. Una torcia elettrica tagliò il buio, esplorando le pareti. Il fascio di luce passò a un metro da loro, illuminando le provette sul bancone con un bagliore spettrale.
Non c'era tempo.
Si chinò, afferrò lo sgabello di metallo e, con tutta la forza che aveva, lo scagliò contro la finestra più lontana.
Il fracasso di vetri infranti fu assordante nel silenzio tombale.
La luce della torcia esterna sussultò, poi si diresse verso il rumore.
"Via!" ringhiò Sara, spingendo Tommaso verso la porta principale, ora non più sorvegliata.
Scoppiarono fuori nel corridoio, correndo a perdifiato verso il quadrato di notte grigia della porta aperta. I loro passi echeggiavano come colpi di pistola. Alle loro spalle, una voce maschile, profonda, urlò qualcosa di incomprensibile.
Fuori, l'aria gelida fu uno schiaffo. Correvano verso la macchina, il cuore in gola, i polmoni in fiamme. Sara si voltò una volta. Una figura scura era sulla porta del capannone, alta, massiccia, ma non li inseguiva. Li guardava.
Raggiunsero la Panda. Tommaso infilò la chiave, le mani che scivolavano sul metallo. Il motore si accese al terzo tentativo.
"Vai, vai, vai!"
Sgommando sulla ghiaia, la piccola auto si lanciò sulla strada sterrata, i fari che accesero due coni gialli nel buio. Sara, ansimante, si guardò alle spalle attraverso lo specchietto retrovisore. Il capannone scomparve nell'oscurità.
Per un chilometro, solo il rombo del motore e il loro respiro affannoso.
Poi, i fari.
Due punti luminosi, bianchi e freddi, che erano comparsi dal nulla su una stradina laterale e si erano inseriti dietro di loro, mantenendo una distanza perfetta di cinquanta metri.
"Tommaso," disse Sara, senza distogliere lo sguardo dallo specchietto.
"Li ho visti."
Accelerò. La Panda sobbalzava sulle buche. I fari dietro accelerarono alla stessa identica misura, mantenendo la distanza.
Sara abbassò il solettino per vedere meglio. L'auto era scura, probabilmente nera. Modello non identificabile nella notte. Vetri oscurati.
"Non è la polizia," disse Tommaso, la voce tesa. "Nessuna lampeggiante."
"Gira a destra al prossimo incrocio. Verso la strada consolare. Più traffico."
Tommaso sterzò bruscamente, le gomme che stridettero sull'asfalto bagnato. L'auto nera seguì la curva con una fluidità sinistra, senza sforzo.
La strada si fece leggermente più larga, ma era deserta a quell'ora. I lampioni gettavano pozze di luce arancione che illuminavano a intermittenza l'inseguitore: un'auto berlina, pulita, anonima. Una macchina per non farsi notare. Una macchina da professionisti.
Sara estrasse il cellulare. Nessun segnale. "Merda. Zona morta."
"Stanno giocando con noi," disse Tommaso, gli occhi fissi sulla strada, le nocche bianche sul volante. "Potrebbero sorpassarci e tagliarci la strada in qualsiasi momento. Perché non lo fanno?"
Perché vogliono vedere dove andiamo, pensò Sara. Vogliono sapere se andiamo dritti in Questura, o da qualcun altro. Vogliono sapere chi è coinvolto.
"Non torniamo a Roma," ordinò. "Prendi la litoranea. Verso Fregene. Poi taglia per l'interno. Li perdiamo nel dedalo di strade."
Tommaso annuì, un sudore freddo che gli brillava sulle tempie. Svoltò di nuovo, questa volta verso il mare. L'auto nera li seguì, un'ombra fedele e minacciosa.
Sara fissò quei fari nello specchietto, la chiavetta USB che le bruciava in tasca come un tizzone. Avevano i nomi delle prossime vittime. Avevano la corrispondenza di Claudia Nero. Avevano la prova che non era un'ossessione solitaria, ma una missione con un esecutore.
E ora, qualcuno sapeva che anche loro lo sapevano.
I fari alle loro spalle sembrarono brillare più intensamente per un secondo, come gli occhi di un predatore nella notte, prima di stabilizzarsi di nuovo in quel seguito implacabile.