La luce del tramonto filtrava attraverso le persiane socchiuse dell’appartamento in Via della Lungaretta, tagliando il fumo di sigaretta e illuminando il caos organizzato che aveva invaso il salotto. Sara Montefiore rimase sulla soglia, la borsa a tracolla ancora stretta al fianco come un’arma che non poteva più portare. L’odore era una miscela di polvere di libri antichi, caffè bruciato e carta stampata fresca di inchiostro.
Tommaso Valenti non si voltò. Era piegato su un tavolo da disegno ingombro di mappe topografiche della Roma sotterranea, i capelli grigi scompigliati come se si fosse tirato le mani tra i capelli per ore. Sulle pareti, sopra scaffali stracolmi, erano appese foto delle vittime: Lukas Bauer sorridente davanti al Colosseo, Maria Grazia Valli con la borsa della spesa, altre che Sara non riconosceva ma che intuiva fossero legate a casi passati o a “lamentele” mai diventate omicidi. Filo rosso da un’immagine all’altra, schemi con frecce, appunti scritti fitti in una calligrafia angolosa.
“La porta era aperta,” disse Sara, la voce più rauca del solito. Dodici ore dalla sospensione. Dodici ore di rabbia fredda che le serrava lo stomaco.
“Sapevo che saresti venuta.” Valenti indicò con la penna una sedia libera accanto a un monitor. “Ho fatto pulizia. Per quanto possibile.”
Sara attraversò la stanza, i sensi all’erta. Non era più in Questura. Qui le regole erano altre. Osservò le mappe: erano dettagliatissime, con evidenziati in giallo i condotti idrici delle fontane di Trevi, delle Tartarughe, del Tritone. Accanto, fotocopie ingiallite di progetti settecenteschi dell’Archivio di Stato.
“Come le hai avute?”
“Non faccio lo storico dell’arte per hobby, Montefiore.” Finalmente si girò. Aveva occhiaie violacee, ma lo sguardo era lucido, iperfocalizzato. “E dopo la chiamata al Tritone, ho capito che dovevo scavare più a fondo della tua amica restauratrice.”
“Non è mia amica.”
“Lo so. È questo il problema.” Si passò una mano sul viso. “Siediti. C’è dell’altro.”
Prima che Sara potesse obiettare, un colpo discreto alla porta. Due tocchi, una pausa, tre tocchi. Valenti annuì a Sara, un gesto che diceva *stai calma*, e andò ad aprire.
Elena Torrisi entrò senza un saluto, posando sul tavolo una borsa termica da laboratorio. “Nessuno mi ha seguita. Sono stata attenta.”
“Questa è l’ispettore Montefiore,” disse Valenti.
“Lo so.” Elena la studiò per una frazione di secondo troppo lunga, valutandola. “Mi ha cercata per giorni, dopo la morte di Bauer. Prima che… succedesse tutto il resto.”
Sara incrociò le braccia. “E perché ora decide di farsi trovare?”
“Perché ora Claudia ha fatto fuori anche te.” La risposta fu secca, senza tentennamenti. Elena aprì la borsa termica e ne estrasse due fogli stampati, piegati in quattro. “Ho dei risultati. Non ufficiali. Impossibili da ottenere ufficialmente, con la copertura che è partita.”
Sara prese i fogli. Erano analisi cromatografiche, grafici con picchi anomali evidenziati con pennarello fluorescente. Non capiva la nomenclatura tecnica, ma riconobbe i codici campione: “TRV-01” e “TART-02”.
“L’acqua delle fontane,” mormorò.
“Prelevata da me, nei giorni dopo gli omicidi, da punti di deflusso secondari,” confermò Elena. “Non dalla vasca principale. L’Aquamortis si degrada in novanta secondi, ma i suoi prodotti di degradazione, se sai cosa cercare… lasciano una firma. Una traccia spettrale.” Puntò un dito sul grafico. “Questo picco qui. È un metabolita inerte, un alcol terpenico complesso. È la firma del ceppo di dinoflagellato da cui la neurotossina è stata sintetizzata.”
Sara alzò lo sguardo. “E cosa mi dice questo?”
“Mi dice la provenienza.” Elena scambiò un’occhiata con Valenti. “Ogni ceppo di laboratorio ha una firma metabolica leggermente diversa, a seconda del mezzo di coltura, dei nutrienti, del protocollo di sintesi. Questo qui…” Sfogliò il secondo foglio, mostrando un confronto tra due grafici quasi sovrapponibili. “Corrisponde al ceppo sviluppato e coltivato presso il Laboratorio di Biotossinologia Avanzata dell’Istituto Superiore di Sanità. Progetto ‘Nettuno’. Chiuso nel 2010.”
Il silenzio calò nella stanza, rotto solo dal ronzio del computer.
“Tu come fai a sapere queste cose?” chiese Sara, la voce bassa.
Elena distolse lo sguardo, le dita che ricominciarono a tamburellare. “Perché ci ho lavorato. Quindici anni fa. Ero una ricercatrice in biochimica. Assunta con un contratto a progetto.” Fece una pausa, inghiottì a vuoto. “Claudia Nero era la capo-progetto.”
L’aria sembrò uscire dalla stanza. Sara sentì un formicolio alle dita, la stessa sensazione di quando agganciava un indizio cruciale, solo che ora l’indizio aveva il volto di una donna che aveva davanti.
“Spiega.”
“Il progetto Nettuno studiava neurotossine di origine algale per possibili applicazioni in neurologia,” riprese Elena, il tono meccanico, da relazione tecnica. “Blocco selettivo dei canali ionici. In teoria, per curare aritmie cardiache o epilessia farmaco-resistente. In pratica…” Scosse la testa. “La linea tra farmaco e arma è sottile. Claudia vedeva oltre. Parlava di ‘purificazione’, di ‘difesa del patrimonio’. Era ossessionata dall’idea che l’acqua delle fontane, l’acqua di Roma, fosse sacra. E che chi la profanava… meritasse una punizione.”
“E tu?” la incalzò Sara. “Cosa facevi in tutto questo?”
“Io ero giovane, affamata, incurante.” Amarezza le increspò la voce. “Isolavo i composti. Ottimizzavo i protocolli di sintesi. Quando il progetto fu chiuso per ‘mancanza di applicazioni etiche’, tutti i campioni dovevano essere distrutti. Io firmai il verbale di distruzione. Claudia supervisionò.” Elena alzò finalmente lo sguardo su Sara. I suoi occhi, dietro le lenti, erano pieni di una paura antica. “Ma so che lei ne conservò una scorta. Lo disse una volta, ubriaca, durante una cena. ‘L’acqua ha memoria, Elena. E a volte, ha bisogno di un aiutino per ricordare come punire’.”
Valenti, che era rimasto in silenzio, si avvicinò al computer. “Questo spiega tutto. L’accesso ai condotti. La conoscenza tecnica. La motivazione.” Cliccò sul mouse. Sul monitor apparve il fermo-immagine di una registrazione video granulosa: la fuga nella rete fognaria sotto Piazza Barberini. La figura incappucciata che svaniva nell’oscurità. “E spiega anche come faccia a muoversi così bene sottoterra.”
“Dobbiamo trovare il laboratorio,” disse Sara, più a se stessa che agli altri. “Dove sintetizza l’Aquamortis ora. Non può farlo in casa. Ha bisogno di attrezzature, di reagenti, di un luogo isolato.”
“Ci ho pensato,” borbottò Valenti. Si chinò sulla tastiera, digitò. “Ho setacciato archivi catastali, vecchie concessioni comunali per laboratori di restauro o depositi idrici in disuso. Nulla di utile. Fino a dieci minuti fa.”
Sul monitor apparve la schermata della sua email. Un messaggio anonimo, indirizzo criptato. Oggetto vuoto. Nel corpo, solo un link a un servizio di mappe online e sotto, in caratteri Courier New: **42.758921, 12.297635. La memoria dell’acqua non si cancella. Venite a vedere.**
Valenti cliccò sul link. Si aprì una vista satellitare di una zona periferica, ai margini del Parco Archeologico di Ostia Antica. Circondata da pineta, c’era una struttura bassa e lunga, di cemento, con il tetto parzialmente crollato. Accanto, il tracciato di un canale di scolo antico.
“Ex stazione di pompaggio e depurazione minore,” commentò Valenti, ingrandendo l’immagine. “Dismessa alla fine degli anni Novanta. Teoricamente sigillata. A un chilometro dalla Via del Mare, isolata.”
“È una trappola,” disse Elena subito, la voce che si fece acuta. “Vi sta invitando. È quello che vuole.”
Sara fissò le coordinate, poi la foto satellitare, poi i volti delle vittime appesi al muro. Sentì il peso del badge che non aveva più, della pistola consegnata. Sentì il viso impassibile di Claudia Nero mentre le ordinava di consegnare tutto.
“Sì,” ammise, la voce un filo di rasoio. “È esattamente quello che vuole. Ma è anche l’unico modo per prenderla. Non ha più paura delle indagini ufficiali. Le ha neutralizzate. Ora sta giocando. Mostrandosi.”
“E noi che facciamo? Andiamo lì e bussiamo?” chiese Valenti, ma nei suoi occhi grigi Sara vide già la risposta. Vide la stessa ossessione che bruciava nelle sue vene.
“No,” disse Sara. Si avvicinò al tavolo, prese una penna rossa e cerchiò sulla mappa topografica il punto corrispondente alle coordinate. “Andiamo lì stanotte. Ma non per bussare. Per vedere. Per documentare. Per trovare la prova che non può essere confiscata da un sottosegretario.” Alzò lo sguardo, prima su Valenti, poi su Elena. “Lei pensa di avere il controllo. Di avermi messo fuori gioco. Non sa che essere fuori dai radar ufficiali… a volte è il posto migliore per colpire.”
Fuori, in Via della Lungaretta, una moto accelerò rombando. Il sole era ormai tramontato. Nel salotto illuminato solo dalla luce bluastra dei monitor, i tre si scambiarono un’occhiata. Non c’era bisogno di altre parole. Il piano era folle, pericoloso e probabilmente illegale. Ma era l’unico che avevano.
La caccia, sospesa dalle gerarchie, riprendeva nelle ombre.