Capitolo 6

Capitolo 6

Il telefono squillò alle 6:47 del mattino, un suono metallico e insistente che perforò il silenzio carico di adrenalina dell’appartamento di Sara. Lei era ancora in piedi, davanti al tavolo della cucina, con la fiala vuota sigillata in un sacchetto per prove e le foto di Tommaso Valenti sparse come carte da gioco di un mazzo maledetto. Aveva trascorso la notte a collegare punti che sembravano rifiutarsi di formare un’immagine coerente. Il display mostrava un numero interno della Questura.

“Montefiore.”

La voce di Marco Santini era piatta, privata di ogni inflessione, come quella di un uomo che legge un necrologio. “Sara. Devi presentarti al Ministero. Via Depretis, ufficio del Sottosegretario. Alle otto in punto.”

Le dita di Sara si strinsero attorno al telefono. “Santini, cos’è successo? Hanno trovato il fuggitivo?”

Una pausa. Un respiro trattenuto. “Non è una richiesta, Sara. È un ordine. Presentati in borghese. Senza l’arma di ordinanza.”

La linea cadde prima che lei potesse obiettare. Rimase a fissare il telefono, il battito cardiaco che accelerava da un ritmo di allerta a uno di puro, gelido presagio. Il Ministero. Un ordine di presentarsi senza arma. Il tono di Santini. Era la triade perfetta di una trappola amministrativa.

Alle 7:55, Sara varcava l’ingresso monumentale del Ministero dell’Interno in Via Agostino Depretis. L’aria era diversa qui: non l’odore di caffè stantio e carta bollita della Questura, ma il profumo di cera per pavimenti costosa e un sottile, inconfondibile sentore di potere. I marmi lucidi riflettevano la sua immagine in modo distorto. Venne scortata da una guardia in uniforme impeccabile, il cui sguardo non incrociò mai il suo, attraverso corridoi silenziosi tappezzati di ritratti di ex ministri.

L’ufficio del Sottosegretario era una stanza ampia, dominata da una scrivania massiccia in legno scuro e finestre alte che si affacciavano su un cortile interno. Ma a sedere dietro quella scrivania non c’era un politico. C’era Claudia Nero.

La restauratrice indossava un tailleur grigio perla, severo e impeccabile, i capelli biondo platino raccolti in una crocchia così perfetta da sembrare scolpita. Le sue mani, quelle stesse mani callose che Sara aveva immaginato maneggiare scalpelli e veleni, erano appoggiate piatte sul piano del tavolo, immobili. Accanto a lei, in piedi vicino alla finestra con le spalle tese, c’era Marco Santini. Non la guardò.

“Ispettore Capo Montefiore.” La voce di Claudia Nero era calma, professionale, ma gli occhi erano due lame di ghiaccio. “Si accomodi.”

Sara rimase in piedi. “Spiegazioni. Ora.”

“Le spiegazioni,” tagliò corto Claudia, “sono che ieri sera, senza autorizzazione, ha organizzato un’operazione di sorveglianza in un luogo pubblico di alto valore storico e mediatico. Ha coinvolto agenti in servizio, ha creato un pericoloso inseguimento notturno nel centro di Roma, e ha manomesso una fontana monumentale senza il via libera della Soprintendenza. Senza il *mio* via libera.”

“Ho fermato un avvelenatore,” ribatté Sara, la voce che le vibrava di rabbia contenuta. “Ho la prova che esiste una persona che introduce una neurotossina letale nell’acqua.” Estrasse dal trench il sacchetto con la fiala e lo scagliò sulla scrivania. Il vetro tintinnò contro il legno. “*Aqua Mortis*. L’ho trovata alla Fontana del Tritone. La stessa sostanza che ha ucciso Bauer e la Valli. La stessa di cui la Fioravanti mi ha parlato.”

Claudia non degnò la fiala di uno sguardo. Il suo sguardo rimase inchiodato a Sara. “Una fiala vuota. Trovata in una piazza pubblica dopo un caos da lei generato. Prova di cosa, esattamente?”

“Prova che c’è un modus operandi! Che qualcuno con accesso ai condotti e conoscenze tecniche specifiche sta uccidendo! Qualcuno come una restauratrice di fontane, per esempio!”

Fu allora che Claudia si mosse. Con un gesto fluido e preciso, prese il sacchetto, lo aprì e estrasse la fiala, maneggiandola con le dita protette dal risvolto della giacca. “Questo reperto,” disse, “verrà sequestrato e analizzato dai laboratori del Ministero. L’indagine sulle fontane è stata riclassificata come materia di sicurezza nazionale. Ogni elemento, ogni prova, ogni *sospetto* passerà attraverso questo ufficio.”

Sara sentì il terreno mancarle sotto i piedi. “Sicurezza nazionale? Queste sono morti, Nero! Omicidi! Non una esercitazione di protezione civile!”

“Proprio perché sono morti, Ispettore,” la voce di Claudia si fece più bassa, più pericolosa. “Morti inspiegabili in monumenti simbolo della nazione. In piena stagione turistica. Il panico che sta cercando di scatenare con le sue azioni sconsiderate è un danno maggiore, in questo momento, dell’azione di un singolo squilibrato.”

“Squilibrato?” Sara rise, un suono secco e amaro. “Sta insabbiando. Sta proteggendo qualcuno. O sta coprendo se stessa.”

Claudia si alzò in piedi. La sua statura minuta sembrò improvvisamente occupare tutta la stanza. “Ispettore Capo Sara Montefiore, per condotta gravemente pregiudizievole al decoro e all’efficienza del servizio, per aver organizzato operazioni non autorizzate e per aver messo a rischio l’ordine pubblico, è sospesa dal servizio per due settimane, con effetto immediato.”

Le parole rimbalzarono sulle pareti imbottite della stanza. Sara guardò Santini. “Marco.”

Lui finalmente si voltò. Il suo viso era grigio, scavato. “Consegna il distintivo, Sara. E l’arma.”

Fu il tono, più delle parole, a trafiggerla. Non c’era rabbia, non c’era complicità. C’era solo una rassegnazione totale. Lui aveva ricevuto ordini da una catena di comando che non poteva sfidare, e aveva scelto. Non aveva scelto lei.

Con movimenti meccanici, Sara si sfilò dalla tasca interna della giacca il portafoglio con il distintivo e lo pose sulla scrivania. Poi estrasse la Beretta 92FS dalla fondina sotto l’ascella, la scaricò con gesto automatico, estraendo il caricatore e facendo scorrere l’otturatore per espellere il colpo in camera, che rotolò sul legno lucido. Posò l’arma accanto al distintivo.

“I documenti del caso,” incalzò Claudia. “Tutti. Cartacei e digitali.”

“Sono nella mia auto. Bloccata. Li consegnerò alla Questura.”
“Li consegnerà a me. Personalmente. Entro mezzogiorno.” Claudia fece un cenno alla guardia sulla porta. “L’accompagnino fuori.”

“Se muore un’altra persona,” disse Sara, la voce ridotta a un sibilo, mentre due agenti della sicurezza ministeriale le si avvicinavano, “se c’è un’altra vittima mentre voi giocate a fare i burocrati, renderò pubblico tutto. I rapporti, le analisi della Fioravanti, il documento del 1632, questa fiala. Andrò da ogni giornale, da ogni televisione.”

Claudia la fissò, e per un attimo, nello sguardo glaciale, Sara credette di vedere un bagliore di qualcosa d’altro. Non era paura. Era quasi… soddisfazione. “Minacce da una poliziotta sospesa non hanno alcun peso, Montefiore. La prego, non si renda ridicola. Le due settimane di sospensione sono un atto di clemenza. Approfitti per riposare. Lasci che gli adulti gestiscano la situazione.”

Le mani degli agenti non furono brutali, ma erano ferme, inesorabili. Sara si lasciò condurre fuori dall’ufficio, attraverso i corridoi di marmo, mentre sentiva gli sguardi discreti degli impiegati dietro le porte socchiuse. La vergogna era una fiamma sul suo viso. Ma più bruciante della vergogna era la certezza: Claudia Nero sapeva. Sapeva dell’Aquamortis, sapeva dei condotti, sapeva tutto. E la stava mettendo fuori gioco.

Fu accompagnata oltre il cancello principale, sulla strada. Il sole primaverile era alto, ironicamente splendente. Le sue mani, senza il peso familiare dell’arma, si sentivano nude, inutili.

Il telefono vibrò in tasca. Un messaggio. Da un numero sconosciuto.

Lo aprì. Non c’era testo. Solo una foto. Scattata dall’alto, come da una telecamera di sicurezza. Mostrava l’ingresso del Ministero in Via Depretis, pochi minuti prima. La si vedeva lei, Sara, mentre veniva scortata fuori dai due agenti. Un fotogramma perfetto della sua umiliazione.

Sotto l’immagine, una sola parola, scritta in un font semplice:

**OSSERVATA.**

Poi, l’immagine si dissolse in pixel grigi e scomparve.

Sara alzò lo sguardo, scrutando le finestre del palazzo, i tetti, le automobili parcheggiate. Nessuno. Ma qualcuno l’aveva vista. Qualcuno che non era Claudia Nero. Qualcuno che giocava con lei, che le mostrava di essere sempre un passo avanti, che la osservava mentre veniva spogliata della sua autorità.

La sua sospensione non era la fine dell’indagine. Era l’inizio di una nuova, pericolosissima partita. E ora, era completamente sola, e nel mirino di tutti.