Capitolo 5

Capitolo 5

La retina di Sara bruciava ancora dell’immagine autodistrutta. *Venefica*. La parola le rimase in gola, amara come veleno, mentre il taxi sfrecciava lungo Via del Tritone. Piazza Barberini era un alveare impazzito.

Luci lampeggianti blu della polizia si confondevano con i flash delle macchine fotografiche. Una folla di curiosi, spinta dai giornalisti accorsi per la soffiata sulla “performance artistica”, formava un semicerchio attorno alla fontana. Il Tritone di Bernini, imponente sulla sua conchiglia, sembrava guardare dall’alto quel caos con disprezzo barocco.

“Ispettore!” Conti le si parò davanti, bloccandole brevemente il passaggio. “Il Vicequestore Santini è laggiù, vicino al Caffè. Dice di aspettare ordini. L’acqua… abbiamo già fatto i prelievi standard, ma…”

“Ma niente,” tagliò corto Sara, scrutando la piazza. “Dove sono i nostri in borghese?”

“Quattro, come da ordini. Uno al chiosco dei giornali, due che fanno coppia come turisti con la mappa, uno seduto sui gradini della chiesa.” Conti indicò con un cenno del mento quasi impercettibile. “Nessun movimento sospetto verso la vasca dall’inizio del nostro dispiegamento.”

Sara annuì, gli occhi che scannerizzavano la folla. Cercava una silhouette familiare, una postura. Niente. Attraversò il cordone di nastro giallo, ignorando le domande urlate dai giornalisti. Marco Santini era appoggiato alla vetrina del Caffè Barberini, il telefono premuto contro l’orecchio, la fronte corrugata.

“Montefiore. Finalmente.” Riagganciò. “Niente. La folla è solo folla. Nessuno si è avvicinato alla fontana in modo strano. A meno che il nostro soggetto non sia un piccione particolarmente aggressivo.”

“Ha controllato le uscite della metropolitana? I vicoli laterali?”

“Bloccati. Ma se è già qui, mimetizzato… Sara, siamo in piena vista. Se fa una mossa, scatenerà il panico.”

Era proprio quello il punto, pensò Sara. Forse era quello l’obiettivo. Creare talmente tanto rumore da rendere impossibile un intervento pulito. Da rendere inevitabile un’altra morte sotto gli occhi di tutti.

Il suo telefono vibrò. Un messaggio da numero sconosciuto.

*Guarda in alto. A destra del Tritone.*

Alzò lo sguardo, il cuore che le martellava contro le costole. Niente. Solo la pietra travertino illuminata dai riflettori. Poi, un movimento. Una finestra al secondo piano di un palazzo d’angolo, quella con le persiane verdi socchiuse. Un’ombra dietro il vetro. Un bagliore, come quello di una lente d’ingrandimento che cattura la luce.

“Santini,” sibilò. “Palazzo d’angolo, persiane verdi. Secondo piano.”

Marco seguì la sua direzione. “Vedo la finestra. Non vedo…”

L’ombra si mosse. E dalla finestra, qualcosa cadde. Non un oggetto solido, ma una scia liquida, trasparente come acqua di sorgente, che scintillò per un attimo alla luce dei lampioni prima di scomparire nel buio del cornicione sottostante. Un attimo dopo, un rivolo sottile iniziò a scendere lungo la parete del palazzo, diretto verso il bacino di raccolta alla base della fontana.

“Cazzo,” imprecò Marco, portando la mano alla radiolina. “Tutti i punti, movimento! Qualcuno ha gettato qualcosa dalla finestra! Conti, a quel palazzo, subito!”

Il caos esplose. La folla, sentendo l’urgenza nelle voci amplificate dalle radioline, si agitò. I giornalisti premevano per avvicinarsi. Sara vide i suoi agenti in borghese muoversi a fatica nel groviglio di persone.

“L’acqua,” disse Sara, più a se stessa che a Marco. “Deve entrare nel flusso idrico principale.”

E poi lo vide. Dall’altro lato della piazza, una figura incappucciata in un giubbotto scuro, bassa e agile, scivolare fuori dal portone dello stesso palazzo. Non correva. Camminava a passo svelto, diretta verso Via della Dataria.

“Lì!” urlò Sara, puntando il dito. “Santini, è lei!”

Partì di corsa, schivando un turista con il selfie stick. Il rumore dei suoi passi sul sanpietrino si perse nelle grida e nelle sirene. La figura si voltò di scatto, per un istante il cappuccio si abbassò rivelando una chioma di capelli biondo platino, tagliati corti. Occhi chiari che incontrarono i suoi. Claudia Nero.

Non c’era paura in quello sguardo. C’era una sfida gelida. Poi si girò e sparì nell’oscurità del vicolo.

“Bloccate Via della Dataria!” ansimò Sara nella radiolina, il fiato già corto. “Soggetto femminile, giubbotto scuro, capelli biondi. È Claudia Nero!”

Dietro di lei, sentì Marco che ordinava il blocco dell’area. Le sue scarpe battevano sul selciato bagnato di ruglia. Svoltò nella via stretta, illuminata solo da un lampione fioco. Il vicolo era deserto. A sinistra, un arco che portava in un cortile interno. A destra, una scalinata che scendeva verso Via del Tritone.

Un rumore. Il tonfo sordo di un tombino che veniva richiuso.

Si precipitò verso il suono. In mezzo alla strada, il pesante disco di ghisa del tombino era stato spostato. Dall’apertura circolare, nera come la pece, saliva un odore di umido, di muschio e di qualcosa di chimico, dolciastro.

“Santini, tombino aperto in Via della Dataria! Probabile fuga attraverso i condotti!”

Non esitò. Afferrò i bordi freddi e viscidi del foro e si calò nell’oscurità, trovando con i piedi i pioli di ferro incastrati nella parete. L’aria cambiò immediatamente, diventando fredda, pesante, satura dell’odore della Roma che nessun turista vede mai. Il suono della piazza si attutì, sostituito dal gocciolio costante dell’acqua e da un ronzio lontano, forse il flusso di una condotta principale.

Sul fondo, uno stretto cunicolo di mattoni antichi. Accese la torcia del telefono. Il fascio di luce tremolante illuminò pareti umide coperte di muffa bianca e condotte di metallo ossidato. E, sul pavimento fangoso, impronte fresche. Impronte di scarpe da ginnastica, piccole.

Le seguì. Il cunicolo si diramava, un labirinto di viscere cittadine. Il ronzio diventava più forte. Svoltò un angolo e la torcia illuminò una scena che le gelò il sangue.

Era una camera di manutenzione, forse risalente all’epoca della fontana stessa. Alle pareti, mappe tecniche ingiallite e progetti schematici delle condutture idriche di Piazza Barberini. Su un bancone di pietra grezza, accanto a una lampada a batteria spenta, c’erano strumenti da restauratore: spatole, pennelli, boccette di solvente. E una piccola custodia termica in acciaio, aperta.

Sara si avvicinò, il cuore in gola. Dentro la custodia, su un letto di schiuma sagomata, c’erano tre fiale di vetro. Due erano vuote, pulite. La terza era piena per metà di un liquido trasparente, più denso dell’acqua, che sembrava trattenere la luce della torcia in un bagliore interno, opalescente. Accanto, un contagocce di precisione.

Sul bancone, un foglietto di carta da lucido. Con una grafia precisa, quasi calligrafica, era scritto:

*Formula di stabilizzazione – Emivita estesa a 120 secondi. Dosaggio: 2ml per 1000 litri. Prossimo test: Fontana dei Fiumi. Piazza Navona. L’acqua purifica. L’acqua giudica.*

Ma non fu il foglietto a fermarle il respiro. Fu quello che vide accanto alla custodia. Una piccola cornice di legno consumato. Dentro, una foto sbiadita. Raffigurava una donna più giovane, dai lunghi capelli biondi, che sorrideva abbracciata a una ragazzina di circa dieci anni davanti alla Fontana delle Tartarughe. La ragazzina, seria, teneva in mano una piccola tartaruga di legno intagliato. Sullo sfondo, un uomo con barba incolta e occhi grigi – un Tommaso Valenti di vent’anni prima – scattava la foto.

Sul retro della cornice, incisa nel legno, una data: *10 Maggio 2004*. E una sola parola: *Adele*.

Il rumore di un calpestio veloce alle sue spalle la fece voltare di scatto. La torcia illuminò la figura di Claudia Nero in fondo al cunicolo, a pochi metri da lei. Non stava scappando. La stava osservando. In mano teneva un piccolo dispositivo metallico, simile a un telecomando.

“Lascia stare, Sara,” disse la voce di Claudia, piatta, senza inflessioni. Risuonava stranamente nel cunicolo. “Quella foto non c’entra con te.”

“Adele era tua figlia,” disse Sara, non come una domanda. Una constatazione gelida che univa tutti i pezzi. La fissazione per le fontane. L’ossessione per la purezza dell’acqua. Il disegno della tartaruga.

Claudia non rispose. Il suo pollice si posò su un pulsante del dispositivo.

“Quel telecomando controlla le valvole, vero?” continuò Sara, mantenendo la voce calma mentre la mente lavorava febbrilmente. “Introduci l’Aquamortis nel flusso principale da un accesso remoto. Poi apri la valvola di scarico dopo novanta secondi, quando la tossina si è già degradata. Niente prove. Solo un altro mistero.”

“L’acqua delle fontane di Roma è sacra,” sibilò Claudia. Gli occhi le brillavano di una luce febbrile nella penombra. “È memoria. È vita. Loro… i turisti, gli ignoranti… la bevono come se fosse acqua del rubinetto. La sporcano con le monete. La profanano. Adele lo sapeva. Le piacevano le tartarughe perché erano lente, rispettose. Loro… sono veloci. Avidi. Meritano di essere purificati.”

“Tua figlia è morta,” disse Sara, lentamente, facendo un passo avanti. “Come? Un incidente? Una malattia? E hai deciso che se l’acqua non poteva darle la vita, doveva portare via quella di chi non la rispetta?”

Un tremito percorse la figura di Claudia. “Non parlare di lei. Non ne hai il diritto.” Il suo dito premette il pulsante.

Dall’alto, attraverso il tombino, arrivò la voce amplificata di Marco Santini. “Sara! Rispondi! Abbiamo trovato il punto di immissione nella condotta principale! È bloccato! L’acqua del Tritone è al sicuro!”

Claudia sussultò, gli occhi che andarono verso il soffitto. Quello fu l’attimo che Sara aspettava.

Si lanciò in avanti, non verso Claudia, ma verso il bancone. La sua mano si chiuse sulla fiala semipiena di Aquamortis, strappandola dalla custodia termica. Si girò, tenendo il fragile vetro davanti a sé, come uno scudo.

“Ferma!” urlò Claudia, il telecomando alzato. “È instabile! Un urto e…”

“E ci ucciderà entrambe in meno di un minuto,” completò Sara, il respiro affannoso. La sentiva, la fredda paura che le serrava lo stomaco, ma la sua voce rimase ferma. “Ma tu non vuoi morire qui, nelle fogne. Vuoi finire il tuo lavoro. Piazza Navona. La Fontana dei Fiumi. L’acqua che giudica.”

Le due donne si fissarono nel buio, separate da pochi metri e da una fiala di morte trasparente. Il gocciolio dell’acqua era l’unico suono.

“Lasciala andare, Claudia,” disse Sara, piano. “Per Adele. Non in suo nome. Non così.”

Per un istante infinito, negli occhi febbrili di Claudia parve vacillare qualcosa. Un dolore antico, puro, straziante. Poi si irrigidì di nuovo. Senza dire una parola, fece un passo indietro, poi un altro, sparendo nell’oscurità di un cunicolo laterale che Sara non aveva notato.

Sara non inseguì. Rimase immobile, la mano che stringeva la fiala che tremava impercettibilmente. Dal tombino sopra di lei, iniziò a calare una scala a pioli. La voce di Marco.

“Sara! Ci sei?”

“Ci sono,” rispose, la voce roca. Abbassò lo sguardo sulla fiala. Il liquido opalescente sembrava innocuo. Ma sapeva che dentro c’era la chiave per dimostrare tutto. E la foto di una bambina sorridente, che forse era stata l’innocente prima vittima di questa storia, molto tempo prima che l’acqua iniziasse a uccidere.

Piazza Navona era la prossima. E ora sapeva non solo il come, ma anche il perché. Il motivo, però, non fermava le mani di un’assassina. E Claudia Nero era ancora là fuori, con abbastanza veleno per un’intera piazza.