L’odore di formaldeide e disinfettante chimico aggredì le narici di Sara non appena varcò la soglia del Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza. Un odore che le ricordava le autopsie, la morte dissezionata e catalogata. Ma qui la morte era ancora viva, sospesa in provette e incubatori, in attesa di essere compresa.
Tommaso Valenti l’aspettava nell’atrio deserto, un’isola di velluto logoro e barba incolta in un mare di pavimenti lucidi e pareti bianche. Non sorrise. Le sue dita tamburellavano nervosamente contro la copertina di un libro antico che teneva stretto al petto.
“Seguimi,” disse, senza preamboli. La voce gli uscì bassa, strozzata dalla tensione. “E non toccare niente.”
La condusse attraverso un labirinto di corridoi silenziosi, illuminati dalla fredda luce al neon che esaltava ogni ombra. Passarono davanti a laboratori chiusi, attraverso porte con vetri spessi che lasciavano intravedere attrezzature costose e scrivanie sommerse da carte. Alla fine di un corridoio laterale, Valenti bussò a una porta anonima, senza targhetta.
La donna che aprì aveva lo sguardo di chi ha visto cose che preferirebbe dimenticare. “Valenti. Entrate. In fretta.” La sua voce era un sussurro raschiante, come carta vetrata su legno.
Il laboratorio era un caos organizzato. Banconi di acciaio inossidabile riflettevano la luce, carichi di strumenti che Sara non sapeva nominare: spettrometri di massa, cromatografi, microscopi elettronici dal look futuristico. In un angolo, sotto una cappa aspirante, erano allineate una dozzina di provette contenenti campioni d’acqua. I campioni che Marco Santini le aveva consegnato di nascosto, strappati ai fascicoli che Claudia Nero credeva di aver sequestrato.
La professoressa Fioravanti si avvicinò alla cappa. Non toccò le provette. Le osservò come se contenessero serpenti a sonagli. “I vostri campioni. Da Trevi e dalle Tartarughe. Li ho analizzati con ogni strumento a mia disposizione.”
Sara sentì il cuore accelerarle nel petto. “E?”
“Chimicamente, sono acqua potabile di ottima qualità. Nessun metallo pesante, nessun residuo di pesticidi, nessun batterio patogeno oltre i limiti di legge. Niente che possa uccidere una persona in quarantasette secondi.” La scienziata si tolse gli occhiali, li pulì con un angolo del camice. Un gesto meccanico, per guadagnare tempo. “Ma la chimica classica, ispettore, a volte è cieca. Cerca il martello, quando l’arma è un ago invisibile.”
“Spiegati,” ordinò Sara, la voce più tagliente di quanto avesse intenzione.
Tommaso posò il libro antico su un banco, aprendolo con cura reverenziale su una pagina ingiallita. “Leggenda o cronaca? Difficile dirlo. Roma, 1632. Un resoconto dell’archivio di San Giovanni dei Fiorentini parla di tre morti ‘stravaganti e repentine’ presso la Fontana della Barcaccia, in Piazza di Spagna. I testimoni descrissero un ‘baglior di fata morgana nell’acqua, come olio su seta’, prima che le vittime cadessero come fulminate.”
Sara guardò il testo, la calligrafia seicentesca fitta e quasi illeggibile. Poi guardò la Fioravanti. “Lei crede a queste favole?”
“Credo ai dati, ispettore,” ribatté la professoressa, riprendendo gli occhiali. “E i dati, uniti alla descrizione clinica che Valenti mi ha fornito – morte istantanea, assenza di segni di soffocamento o trauma, quel bagliore iridescente osservato da voi – mi hanno suggerito una direzione di ricerca… proibita.”
Si avvicinò a un computer, digitò una sequenza di tasti. Sullo schermo apparve la formula molecolare di una sostanza complessa, una ragnatela di atomi di carbonio, idrogeno, azoto e qualcos’altro che Sara non riconobbe. “Esiste una neurotossina. Non è nei database ufficiali. La letteratura grigia, i rapporti militari desecretati per errore, la chiamano *Aquamortis*.”
Il nome cadde nel silenzio del laboratorio come una pietra in uno stagno.
“È di origine biologica,” continuò la Fioravanti, abbassando ancora la voce. “Un composto organo-fosforico di ultima generazione, ma con una firma biologica unica. Deriva da una neurotossina prodotta da un particolare ceppo di dinoflagellato, un’alga microscopica che fiorisce in condizioni estreme. La molecola sintetica è stata potenziata. Agisce sui canali del sodio dei neuroni. Blocca l’impulso nervoso al muscolo cardiaco in modo istantaneo e selettivo. È come spegnere un interruttore.”
Sara fissò la formula sullo schermo. Una matassa di linee e lettere che significavano morte. “Perché non è stata rilevata?”
“Perché l’*Aquamortis*,” spiegò la scienziata, “ha un’emivita brevissima in soluzione acquosa. Novanta secondi, forse meno. Dopo di che, si degrada in composti inerti, non tossici, indistinguibili dai normali prodotti del metabolismo algale. Scompare. Come se non fosse mai esistita.”
Novanta secondi. Meno del tempo che Lukas Bauer aveva impiegato a morire.
“Chi?” la voce di Sara era un filo di rasio. “Chi potrebbe avere accesso a una cosa del genere?”
La Fioravanti incrociò le braccia, come per proteggersi. “Solo tre laboratori al mondo hanno le capacità – e l’autorizzazione etica, per quello che vale – per sintetizzarla in forma pura e stabile. Uno è in Nevada, sotto controllo del Dipartimento della Difesa americano. Uno a Singapore, legato a ricerche farmacologiche di frontiera. E uno…” Esitò. “Uno era qui. In Italia. Presso l’Istituto Superiore di Sanità. Un progetto di ricerca congiunto con la NATO, chiuso nel 2010 per ‘mancanza di applicazioni pratiche eticamente sostenibili’. Tutti i campioni dovevano essere distrutti.”
“Dovevano essere,” ripeté Sara.
In quel momento, il telefono di Tommaso Valenti vibrò sul banco di acciaio, un ronzio sinistro che fece sobbalzare tutti. Lui guardò lo schermo. Numero sconosciuto. Rispose, mettendo il vivavoce senza bisogno che glielo chiedessero.
Una voce uscì dall’altoparlante. Distorta, alterata da un sintetizzatore vocale, piatta e senza inflessioni, come quella dei sistemi di annunci ferroviari.
“La Fontana del Tritone. Piazza Barberini. L’acqua aspetta.”
La chiamata si interruppe.
Sara già si muoveva, la mente che calcolava distanze, tempi, percorsi. Piazza Barberini. Non lontano. Ma la voce… non aveva minacciato un momento. Aveva detto “aspetta”. Come se il pericolo fosse già lì, costante, in agguato.
“Santini,” sbottò, componendo il numero con dita che miracolosamente non tremavano. “Piazza Barberini, Fontana del Tritone. Blocca l’area. Subito. Non far avvicinare nessuno.”
Dall’altra parte, il vicequestore borbottò una bestemmia soffocata, poi il rumore di una sedia che si rovesciava. “C’è già il caos, Montefiore. Mezz’ora fa è arrivata una soffiata anonima a tutte le redazioni. Dicono che ci sarà una ‘performance artistica’ pericolosa alla fontana. La piazza è piena di curiosi e giornalisti.”
Claudia Nero. Doveva essere stata lei. Creare confusione, copertura, folla. Rendere impossibile un intervento pulito.
Sara lanciò un’occhiata a Valenti e alla Fioravanti. “Voi restate qui. Non parlate con nessuno. Di niente.”
“Aspetti,” la fermò la professoressa. La sua mano, ossuta e fredda, afferrò il polso di Sara. La forza della presa sorprese l’ispettore. “L’*Aquamortis*… per essere efficace così rapidamente, deve essere introdotta direttamente nel flusso idrico principale, a monte della vasca. Non basta gettarla nell’acqua stagnante. Chiunque lo stia facendo… conosce gli impianti idrici di queste fontane meglio di chiunque altro. Deve avere accesso ai condotti sotterranei. Ai progetti originali.”
Le parole risuonarono nella mente di Sara mentre correva fuori dal laboratorio, le scarpe che scricchiolavano sul linoleum. *Accesso ai condotti sotterranei*. *Progetti originali*.
Un nome le esplose nella testa, illuminando ogni sospesso, ogni reticenza, ogni sguardo troppo calcolato.
Claudia Nero. Restauratrice di fontane storiche per il Comune di Roma. Con accesso illimitato alle strutture idriche cittadine.
E in quel momento, mentre scendeva le scale della Sapienza a due gradini alla volta, il telefono vibrò di nuovo. Non era Santini. Era un messaggio. Da un mittente sconosciuto.
Conteneva una sola immagine, sfocata, scattata di nascosto. Mostrava l’interno di un vano tecnico sotterraneo, umido e buio, illuminato dalla luce di una torcia. Su un muro di mattoni antichi, accanto a valvole e condotte, c’era un graffito fresco. Non una scritta. Un simbolo.
Due linee curve che si intrecciavano, come onde, come serpenti. E sopra di esse, il profilo stilizzato di una tartaruga.
E sotto, a caratteri cubitali, tracciati con qualcosa che sembrava fango, o forse sangue secco, una sola parola:
**VENEFICA**.
La strega degli avvelenatori.
Il messaggio svanì dallo schermo tre secondi dopo essere stato visualizzato, autodistruggendosi. Ma l’immagine era già stampata a fuoco nella retina di Sara. E la parola, *Venefica*, le rimase in gola, amara come veleno.
Doveva raggiungere Piazza Barberini. Doveva fermare quello che stava per accadere. Ma ora sapeva che la minaccia non era solo nell’acqua.
Era nella persona che, forse, le aveva appena inviato quella foto, mostrandole di sapere esattamente dove si trovava e cosa stava facendo.
E di averla appena sfidata apertamente.