Capitolo 3

Capitolo 3

La Questura di Roma, Via di San Vitale, puzzava di caffè bruciato e tensione repressa. Sara Montefiore fissava la lavagna bianca nella stanza riunioni del secondo piano, dove aveva trascinato Tommaso Valenti dopo la scena alla Fontana delle Tartarughe. Le parole dell’uomo – *fontane avvelenate, un’anima, qualcosa* – rimbombavano ancora nel silenzio che aveva seguito il loro ingresso. Valenti era seduto su una sedia di plastica, le mani incrociate sul tavolo, lo sguardo fisso su di lei come un chirurgo che valuta un taglio.

«Queste fonti tue,» disse Sara, posando le mani sul bordo freddo del tavolo di formica. «Voglio nomi. Ora.»

«Non funziona così, ispettore.» Valenti scosse la testa, un movimento lento, calcolato. «Funziona così: io ti dico cosa so, tu mi lasci guardare. Senza di me, continui a cercare veleni dove non ci sono.»

«L’acqua uccide. C’è un veleno.»

«L’acqua è acqua. L’ho visto anch’io quel bagliore. Non è chimica. È… qualcos’altro.»

La porta si aprì con un colpo secco. Marco Santini entrò, il volto una maschera di granito sotto i neon al neon. Portava una cartellina di cartone grigio sotto il braccio. Il suo sguardo scivolò su Valenti, si indurì, tornò su Sara.

«Montefiore. Fuori. Un attimo.»

Sara lo seguì nel corridoio, lasciando Valenti sotto la guardia silenziosa di un agente giovane che sembrava più spaventato del prigioniero. Il corridoio era deserto, il ronzio dei neon l’unico suono.

«Chi cazzo è quello?» sibilò Santini, avvicinandosi. L’odore del suo aftershave, muschiato e aggressivo, copriva a malapena quello della sudorazione nervosa.

«Tommaso Valenti. Storico dell’arte. Dice di avere informazioni.»

«E tu lo porti in Questura? Senza autorizzazione, senza niente? Sara, sei impazzita? Il prefetto sta già respirandoci sul collo. Il sindaco ha chiamato tre volte. Vogliono la testa di qualcuno, e se continui così, la testa sarà la tua.»

«C’è una terza fontana, Marco. Piazza Navona. Fontana del Moro. Lui dice che ci sono state lamentele. Malori.»

Santini chiuse gli occhi per un secondo, un gesto di stanchezza pura. Quando li riaprì, c’era una rassegnazione che Sara non gli aveva mai visto. «Le analisi dell’ARPA sono arrivate. Preliminari, ma chiare.»

Aprì la cartellina. Sara vide i grafici, le tabelle, il timbro rosso dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale.

«Acqua potabile,» disse Santini, la voce piatta. «Parametri nella norma. Niente metalli pesanti fuori scala, niente agenti chimici atipici, niente tossine organiche rilevabili. Niente. Acqua di Roma, come quella che esce dal rubinetto di casa mia.»

Il pavimento di linoleum sembrò inclinarsi sotto i piedi di Sara. «È impossibile. Quell’uomo è morto in quarantasette secondi. Quella donna è morta toccando l’acqua.»

«Eppure l’acqua è pulita. Scientificamente, irreprensibilmente pulita.» Santini batté un dito sul rapporto. «Questo significa che o abbiamo a che fare con qualcosa che i nostri laboratori non sanno cercare, oppure…»

«Oppure stiamo sbagliando tutto,» completò Sara, la voce un filo di rabbia. «E le morti continueranno.»

Un rumore di tacchi alti, decisi, risuonò nel corridoio. Entrambi si voltarono.

Claudia Nero si fermò davanti a loro senza un saluto. I suoi occhi grigi scattarono sulla porta chiusa della stanza riunioni, poi su Sara.

«Ispettore Montefiore. Sono Claudia Nero, Ministero dei Beni Culturali. Questa riunione d’emergenza delle quattordici è sotto la mia giurisdizione ora.»

Sara sentì la mascella di Santini irrigidirsi al suo fianco. «Non era previsto il suo intervento, dottoressa Nero.»

«È previsto ora.» La voce di Claudia era piatta, metallica, come una lama che non ha bisogno di alzare il tono per tagliare. «La situazione è di interesse nazionale. La psicosi turistica è un virus più rapido di qualsiasi veleno. La riunione inizia. Adesso.»

Entrò nella stanza senza aspettare risposta. Sara e Santini si scambiarono uno sguardo. Seguirono.

Claudia Nero si era già appropriata della testa del tavolo. Valenti la osservava, immobile, un leggero aggrottamento della fronte l’unico segno di riconoscimento. Claudia ignorò completamente la sua presenza, come se fosse un arredo.

«Il Ministero,» iniziò, posando le palme delle mani sul tavolo, «ordina il massimo riserbo. Niente comunicati stampa, niente conferenze, niente fughe di notizie. Le fontane coinvolte resteranno chiuse per “lavori di manutenzione straordinaria”. È la copertura.»

Sara sentì il calore salirle al collo. «Con il dovuto rispetto, dottoressa, due persone sono morte. Tenere il pubblico all’oscuro è criminale. Se c’è una terza fontana contaminata…»

«Non c’è alcuna contaminazione,» interruppe Claudia, girando lentamente la testa verso di lei. I suoi occhi non avevano sfumature, solo una superficie liscia e impenetrabile. «Le analisi lo dimostrano. Diffondere il panico sulla base di… coincidenze, danneggerebbe irreparabilmente il patrimonio culturale e l’economia di questa città. Ordini chiari.»

«I suoi ordini mettono a rischio vite umane.»

Claudia si alzò in piedi, un movimento fluido e minaccioso. «Lei mette a rischio la sua carriera, ispettore. Se una sola parola di questo caso finisce sui giornali prima che noi autorizziamo una versione dei fatti controllata, la solleverò dall’incarico personalmente. Con disonore. Ha capito?»

L’aria nella stanza sembrò solidificarsi. Santini emise un suono gutturale, di protesta trattenuta. Valenti rimase in silenzio, ma i suoi occhi erano fissi su Claudia, studiavano ogni micro-espressione sul suo volto impassibile.

«Ha capito?» ripeté Claudia, la voce un sibilo.

Sara incrociò lo sguardo di quella donna. Vide, oltre la freddezza burocratica, qualcosa d’altro. Una paura feroce, ben nascosta. O una determinazione che andava oltre il semplice zelo ministeriale.

«Sì,» disse infine Sara, la parola che le usciva come un sasso dalla gola. «Ho capito.»

«Bene.» Claudia si sedette di nuovo, come se avesse spento un interruttore. «Ora, mi mostri tutto ciò che ha. Rapporti, foto, video delle telecamere di sorveglianza. Ogni cosa.»

Santini, con movimenti legnosi, aprì il suo laptop e lo girò verso di lei. Iniziò a mostrare le mappe, i rapporti autoptici preliminari, le foto delle scene. Sara osservava, le braccia conserte, il cervello che lavorava a mille all’ora. L’ordine di censura era sbagliato, pericoloso. Ma c’era un’opportunità in quel controllo asfissiante: se Claudia Nero voleva tutto concentrato su di lei, forse era perché aveva paura di cosa poteva filtrare.

«Qui,» disse Santini, cliccando su una mappa satellitare di Roma. Quarantasette puntini rossi lampeggiavano sullo schermo. «Le fontane storiche monumentali del centro. Quelle con circuito idrico semi-autonomo o decorativo.»

Claudia osservò la mappa, il suo volto impassibile. «E?»

Sara si avvicinò allo schermo. I suoi occhi scorrevano da un punto all’altro. Trevi. Tartarughe. Poi si spostarono a ovest, verso Piazza Navona. Il Moro. Non erano allineate in modo perfetto, ma…

«C’è un percorso,» mormorò, più a sé stessa che agli altri. Indicò con un dito. «Trevi è qui, all’estremità est del triangolo. Tartarughe è qui, più a sud, nel Ghetto. E il Moro è a ovest, a Navona.» Tracciò linee invisibili sullo schermo. «Non è una linea retta. È… un triangolo. Un percorso che qualcuno potrebbe fare a piedi, in un tempo ragionevole, toccando punti specifici.»

«Fantascienza,» sbuffò Claudia, ma il suo sguardo era rimasto inchiodato alle linee che Sara aveva disegnato nell’aria.

«È un pattern geografico,» insisté Sara. «Qualcuno, o qualcosa, si sta muovendo attraverso queste fontane. Non a caso.»

Claudia si alzò di scatto. «Basta. Questa riunione è finita.» Si avvicinò a Santini. «Mi consegni tutti i file digitali. E le copie cartacee. Ora. Il Ministero procederà con una propria indagine interna.»

Santini la guardò, poi guardò Sara. Un battito di ciglia, quasi impercettibile. Poi annuì, lentamente. «Come desidera, dottoressa.»

Trasferì i file su una chiavetta USB che Claudia gli porgeva. Raccolse le cartelline dal tavolo e gliele consegnò. Claudia le prese, le strinse al petto come un trofeo.

«Ricordate il silenzio,» disse, l’ultima minaccia sospesa nell’aria prima di uscire dalla stanza, i suoi tacchi che riecheggiavano nel corridoio fino a scomparire.

Il silenzio che lasciò fu più pesante di qualsiasi rumore.

Valenti fu il primo a parlare. «Quella donna nasconde qualcosa. O lo sa già, cosa sta succedendo.»

«Stai zitto,» ringhiò Santini. Poi, rivolto a Sara, abbassò la voce. «Le copie.»

Sara lo guardò.

«Nei server di backup,» mormorò Santini, gli occhi fissi sulla porta. «Ho fatto un mirroring automatico su un drive non in rete. Lei ha la sua copia pulita. Noi abbiamo la nostra. E ho qualcos’altro.» Aprì un cassetto del tavolo e ne tirò fuori una mappa piegata, vecchia, la carta ingiallita ai bordi. La spiegò. Era una pianta di Roma, ma non moderna. Antica. Con simboli, percorsi, annotazioni in un italiano arcaico.

«L’ho trovata in archivio, mesi fa, mentre cercavo altro,» disse Santini. «Pensavo fosse una curiosità. Ora… guarda.» Il suo dito indicò tre punti, cerchiati a inchiostro sbiadito. Tre fontane. Trevi. Tartarughe. Del Moro. Collegate da una linea tratteggiata che formava un triangolo imperfetto. Accanto ad ogni punto, una piccola annotazione: *Aqua Sophis*.

«Cosa significa?» chiese Sara, il cuore che le batteva in gola.

«Non lo so,» ammise Santini. «Ma non è una coincidenza. E Claudia Nero, quella là,» fece un cenno con la testa verso la porta, «è la massima esperta di restauro idrico delle fontane barocche a Roma. Se qualcuno sa come far “cantare” l’acqua in modo diverso, è lei.»

Sara guardò la mappa antica, poi la porta attraverso cui Claudia era scomparsa. L’abisso di cui Valenti aveva parlato non era più solo nelle acque delle fontane. Era nei corridoi del potere, nelle carte ingiallite, negli occhi di ghiaccio di una funzionaria che voleva seppellire la verità.

E Sara, ora, aveva una mappa per cominciare a scavare.