Capitolo 2

Capitolo 2

Il telefono vibrò contro la coscia, un insetto metallico che le morse attraverso la stoffa del pantalone. Sara Montefiore distolse lo sguardo dalle acque di Trevi, dal loro riflesso ingannevole di innocenza, e portò il dispositivo all’orecchio. Non disse «Pronto». L’attesa, quel mezzo secondo di silenzio, era già una risposta.

La voce di Santini era un basso continuo, strozzato. «Piazza Mattei. Fontana delle Tartarughe. Un’altra.»

Le parole non formavano una frase completa. Non serviva. Il gelo che le aveva attraversato le vene a Trevi si solidificò in un blocco di ghiaccio nello stomaco. «Quando?»

«Dieci minuti fa. Chiamata al 112 da un passante. Squadra in arrivo. Tu sei più vicina.»

Sara chiuse gli occhi. Visualizzò la mappa mentale della città. Da Trevi a Piazza Mattei, attraverso il groviglio di vicoli del Ghetto. A piedi, di corsa, forse sette minuti. «Ci sono.» Tagliò la comunicazione senza aggiungere altro. Un cenno secco a Santini, che annuì, il volto scavato dalla stessa comprensione immediata. Due morti. Non era più un incidente. Era uno schema.

Si lanciò nella corsa, le suole delle scarpe basse che schioccavano sul sanpietrino bagnato dalla rugiada mattutina. I palazzi rinascimentali e barocchi le sfrecciavano accanto, finestre cieche che osservavano il suo passaggio. L’aria, fresca e carica dell’odore di pane appena sfornato da una panetteria socchiusa, le bruciò i polmoni. Non sentiva la fatica, solo l’urgenza acuta, un ticchettio mentale che scandiva i secondi. *47 secondi a Trevi. Quanti alla Fontana delle Tartarughe?*

Svoltò in Via dei Funari, poi a destra. Piazza Mattei si aprì davanti a lei, un gioiello raccolto e silenzioso, ancora in ombra. E lì, al centro, la fontana. Quattro efebi di bronzo che sorreggevano con grazia innaturale quattro tartarughe, come se stessero per berne l’acqua. Una figura giaceva ai piedi della vasca, supina, un braccio abbandonato nell’acqua bassa e cristallina.

E un uomo era in ginocchio accanto a lei.

Sara rallentò l’andatura, il respiro che le usciva a fiotti corti e visibili nell’aria fresca. Non era un agente. Non indossava la giacca della Scientifica. Jeans scuri, una giacca di velluto marrone consumata ai gomiti, i capelli scuri mossi da una precoce sfumatura di grigio. Teneva in mano uno smartphone, e il suo pollice scattava sullo schermo. Stava fotografando il corpo.

«Polizia!» La voce di Sara squarciò la piazza deserta, un comando che rimbalzò contro le facciate dei palazzi. «Allontanati immediatamente dalla scena!»

L’uomo si voltò di scatto. Non ebbe paura. Non mostrò sorpresa. I suoi occhi grigi, di un grigio chiaro e inquieto come il cielo prima di un temporale, la inquadrarono, la valutarono. Si alzò con un movimento fluido, senza fretta. «Ispettore Montefiore. Più veloce del previsto.»

Sara si bloccò a due metri di distanza, la mano istintivamente vicina alla fondina sotto la giacca. «Chi è lei? Come sa il mio nome?»

«Tommaso Valenti.» Non tese la mano. Indicò con un cenno del mento il corpo della donna. «Anche questa, vero? Come il turista a Trevi. Morta dopo aver toccato l’acqua.»

Il sangue sembrò ritirarsi tutto dalla testa di Sara, lasciandola leggera e pericolosamente lucida. «Lei è un giornalista.» Non era una domanda. L’odore della stampa, quella miscela di caffè stantio, cinismo e carta, le era familiare.

«Storico dell’arte. Freelance. A volte scrivo.» Valenti fece scivolare il telefono in tasca. «E a volte ascolto. Le voci in Questura viaggiano veloci, Ispettore. Soprattutto quando un ispettore capo ordina la chiusura della Fontana di Trevi alle sei del mattino.»

Sara ignorò la provocazione. I suoi occhi erano inchiodati alla vittima. Una donna sulla sessantina, vestita con un tailleur blu marino modesto, una borsa della spesa rovesciata accanto a sé. Mele e un pacchetto di pasta si erano sparsi sul selciato. Una residente. Una che passava di lì ogni giorno. Forse si era chinata per bere, per un gesto abituale, inconscio. *Perché? Perché bere da una fontana pubblica?*

«Ha toccato qualcosa?» La domanda di Sara era un rasoio.

«Solo per verificare il polso. Non c’era.» Valenti fece una pausa. «I suoi occhi, Ispettore. Li ha visti?»

Sara si avvicinò, superando Valenti senza degnarlo di un altro sguardo. Si inginocchiò, il ginocchio destro che premette sul sanpietrino umido. La donna aveva il viso sereno, quasi sorpreso. Nessuna contorsione da agonia, nessun segno di lotta. E gli occhi. Aperti, vitrei, fissi sul cielo che si schiariva. E in quegli occhi, catturata dalla cornea ormai opaca, una minuscola, impercettibile sfumatura. Un bagliore. Verde e viola, iridescente. Identico a quello che aveva visto, o creduto di vedere, a Trevi.

Il cuore di Sara fece un tonfo sordo contro le costole. Non era un’allucinazione.

Il rumore di passi frettolosi riempì la piazza. La squadra della Scientifica, con Santini in testa, il suo passo pesante e ansimante. «Sara!» Il suo sguardo passò da lei a Valenti, e si fece duro. «Chi è questo?»

«Tommaso Valenti.» Rispose Valenti al posto suo, con una calma che suonava come una sfida. «Stavo passando di qui. Ho chiamato il 112.»

Santini lo squadrò dalla testa ai piedi, l’istinto del vecchio poliziotto che fiutava una menzogna a chilometri di distanza. «E le foto?»

«Documentazione. Per un articolo.»

«Sul crimine?» ringhiò Santini. «Lei non è accreditato. Il telefono. Ora.»

Valenti non si mosse. Guardò Sara. «Ispettore Montefiore sa che ho fotografato anche la scena di Trevi, dalle inferriate. So che la vittima è morta in 47 secondi. So che non era annegamento. So che l’acqua è apparentemente pulita.» Ogni frase era un colpo preciso, calibrato per colpire la sua curiosità professionale. «So che state brancolando nel buio.»

Sara si alzò in piedi, le ginocchia che scricchiolavano. Il gelo nello stomaco era diventato fuoco. Rabbia. E un’ammissione terribile: quell’uomo, quel *storico dell’arte*, sapeva cose che non avrebbe dovuto sapere. «Come?» La parola le uscì a denti stretti.

«Fonti. Contatti. Lo stesso modo in cui so che c’è una terza fontana. Quella in Piazza Navona. La Fontana del Moro. Ci sono state… lamentele. Turisti che hanno avuto malori dopo aver toccato l’acqua. Niente di mortale. Non ancora.» Valenti incrociò le braccia. «Potrei essere utile.»

«Utile?» Santini sbuffò. «La faccio accompagnare in Questura per intralcio alle indagini e violazione di scena del crimine, ecco cosa è utile.»

«Aspetti.» Sara alzò una mano. I suoi occhi non si staccavano da quelli grigi di Valenti. C’era qualcosa in quello sguardo, oltre alla sfida. Una conoscenza più profonda. Un’ossessione. «Cosa vuole?»

«Un accesso. Non ufficiale. Voglio capire cosa sta succedendo. Le fontane di Roma… non sono solo pietra e acqua. Hanno una storia. Un’anima. E qualcuno, o qualcosa, le sta avvelenando.» Fece una pausa drammatica, studiando la sua reazione. «Le do quello che scopro. In cambio, lei mi dà l’esclusiva. Quando sarà il momento.»

«Assurdo.» Santini era paonazzo. «Sara, non puoi seriamente—»

«La vittima, Marco.» Sara lo interruppe, la voce piana, morta. «Chi è?»

Santini deglutì, spostando il peso da un piede all’altro. «Maria Grazia Valli. Cinquantotto anni. Residente in Via della Reginella, due isolati da qui. Lavorava come contabile. Nessun nemico, nessun debito. Il marito dice che usciva sempre a fare la spesa a questa ora. Che a volte… che a volte si fermava alla fontana.» La sua voce si fece più bassa. «Per “salutare le tartarughe”.»

Un gesto innocente. Un’abitudine. Un rituale cittadino. Ucciso da cosa?

Santini fece un cenno agli agenti della Scientifica, che iniziarono a delimitare l’area con il nastro giallo. «Preleveremo l’acqua. Confronteremo con i campioni di Trevi. L’ARPA ha già messo tutto in priorità assoluta.»

Sara annuì, ma la sua mente era altrove. Sulla terza fontana. Piazza Navona. Il Moro. Valenti la stava osservando, aspettando.

«Lei viene con me.» Disse Sara, decisa.

«Sara!» protestò Santini.

«In Questura, *dottor* Valenti.» Specificò lei, inchiodandolo con lo sguardo. «Per una deposizione formale. Sulle sue “fonti”. E su tutto quello che sa su queste morti.» Si avvicinò di un passo, fino a sentire l’odore di lui, vecchi libri e caffè forte. «E se fa una sola foto, se parla con un solo giornalista prima che io lo autorizzi, la faccio arrestare per favoreggiamento e occultamento di prove. È chiaro?»

Un sorriso sottile, quasi impercettibile, sollevò gli angoli della bocca di Valenti. Non era un sorriso di vittoria. Era il sorriso di chi ha finalmente trovato qualcuno disposto a guardare nell’abisso. «Chiarissimo, Ispettore.»

Mentre Santini dava ordini concitati e il corpo di Maria Grazia Valli veniva coperto da un telo termico, Sara si voltò verso la Fontana delle Tartarughe. L’acqua scorreva leggera, un mormorio gentile. Le quattro tartarughe di bronzo sembravano protendersi per bere, eternamente sospese in quel gesto. E per un attimo, nella luce radente del mattino, Sara credette di vedere un guizzo, un tremolio velenoso di verde e viola, là dove l’acqua si increspava contro la zampa di una delle bestie di metallo. Scomparve in un battito di ciglia.

Ma Tommaso Valenti l’aveva vista anche lui. Lo seppe dal suo respiro che si era fermato per un secondo, dal modo in cui le sue dita si erano strette attorno al bordo della sua giacca di velluto.

L’abisso non era solo nelle fontane. Era nelle conoscenze che quell’uomo portava con sé. E Sara, contro ogni istinto, stava per tuffarcisi dentro.