Il silenzio nel salone è denso come la nebbia fuori dalle finestre sbarrate. La fotografia tremula nella mano di Vittoria. Il retro con quella scritta. *Il patto delle sei.*
Carla Benedetti vacilla. Le ginocchia cedono. Crolla su una poltrona di velluto accanto al camino spento. Le mani, nodose e pallide, si stringono al grembiule. Respira a fatica. Boccheggia.
“Nel 2003,” dice, voce rotta, un sussurro che taglia il gelo della stanza. “Eravamo sei persone. In questa villa.”
Luigi Milatti si avvicina. Si china verso di lei. Occhiali che catturano il riflesso tremulo delle candele residue.
“Chi erano le altre due?” chiede. Voce bassa, controllata. “Oltre a voi quattro presenti?”
I suoi occhi scorrono su Vittoria, su Padre Alessandro, su Marco Fontana che rimane in piedi vicino al tavolino con la bottiglia di whisky. Tutti fermi. Statue di ghiaccio.
Carla solleva lo sguardo. Lacrime silenziose solcano le rughe profonde.
“Mia sorella Beatrice,” sussurra. Poi una pausa. L’aria sembra solidificarsi. “E una donna. Valeria Montesi. La proprietaria di Villa Belvedere.”
Marco Fontana sbatte il bicchiere sul tavolino di marmo. Un suono secco, una pistolettata nel silenzio.
“Valeria Montesi,” ripete, tono piatto, da cronaca nera. “Morì in un incidente. Quell’estate. Ricordo le cronache. Caduta da una scala nella biblioteca. Colpo fatale alla testa.”
Padre Alessandro Neri fa un passo avanti. Le mani giunte, le nocche bianche. Il suo volto ascetico è una maschera di tormento.
“Io ero qui,” ammette. Le parole escono a fatica, come conficcate in gola. “Come giovane prete. In vacanza nella vicina canonica. Valeria mi invitò per una benedizione.” Fa una pausa, deglutisce. “Qualcuno… qualcuno si confessò a me. Quella notte.”
Tutti lo guardano. Il prete che custodisce un segreto mortale.
Vittoria Salvini lascia cadere la fotografia sul divano, accanto ai piedi inerti di Elena. Si passa una mano sulla fronte. Un gesto raro, di stanchezza assoluta.
“Io ero qui,” dice, voce che non ammette repliche. Legale in aula. “La giovane avvocata di Valeria Montesi. Stavo redigendo il suo testamento. Un testamento… complicato.”
Carla emette un singhiozzo soffocato. Si piega in avanti, come colpita allo stomaco.
“Beatrice…” piange, il nome è un lamento strozzato. “Beatrice morì qui. A Villa Belvedere. Quella notte.” Alza lo sguardo, occhi lucidi di un dolore vecchio vent’anni. “Non fu un incidente.”
Luigi raddrizza la schiena. L’istinto dello scrittore di gialli si accende, una scheggia di lucidità nel caos. Scorre i volti uno per uno.
“Qualcuno di voi,” chiede, lentamente, “sa come morì veramente Beatrice?”
Silenzio.
Marco Fontana si versa un altro whisky. Il liquido ambrato scintilla nel bicchiere di cristallo. Lo guarda, non lo beve.
“Beatrice,” dice, senza guardare nessuno, fisso nel suo bicchiere, “scoprì un segreto. Quel weekend. Un segreto che non avrebbe dovuto conoscere.”
“Quale segreto?” incalza Vittoria, tornata la tigre.
Marco alza finalmente lo sguardo. I suoi occhi sono due pezzi di vetro scuro.
“Non lo so. Non volli saperlo. Ma so che dopo che lo scoprì… le cose cambiarono. L’atmosfera. Valeria era nervosa. L’avvocatessa,” un cenno del capo verso Vittoria, “lavorava giorno e notte a quel maledetto testamento. Il prete,” guarda Alessandro, “passava ore in giardino, in preghiera, o forse in ascolto.” Una pausa carica di veleno. “E tua sorella, Carla, non usciva più dalla sua camera. Aveva paura.”
Vittoria si stacca dal gruppo. Cammina verso la porta del salone. Si ferma sulla soglia, guarda il corridoio buio.
“Elena,” dice, voltandosi. “Elena Russo era qui nel 2003. Nella foto. Giovane. Forse studentessa. Come c’entra?”
“Forse non c’entrava,” mormora Carla, asciugandosi le lacrime con il dorso della mano. “Forse… sapeva solo troppe cose. Come mia figlia Sofia.”
Il nome di Sofia cade nella stanza come una pietra in uno stagno immobile.
“Il diario,” dice all’improvviso Luigi. “Elena. Nella sua camera. Ha detto di aver lasciato delle note.”
Vittoria annuisce, un lampo di comprensione negli occhi. Senza aggiungere una parola, esce dal salone. I suoi passi risuonano veloci sul pavimento a scacchi dell’atrio, poi salgono le scale che scricchiano.
Il resto rimane in un silenzio teso. Padre Alessandro si avvicina a Carla, le posa una mano tremante sulla spalla. Un gesto di conforto che sembra non confortare nessuno dei due.
Marco finisce il whisky. Fissa il corpo di Elena sul divano. Il pugnale con l’elsa a serpente brilla alla luce delle candele.
“Sei persone,” borbotta. “Un patto. Per coprire cosa? La morte di Beatrice? O quella di Valeria?”
“Forse entrambe,” sussurra Padre Alessandro. La sua mano stringe la spalla di Carla. “Forse erano collegate.”
Vittoria ritorna. In fretta. In mano tiene un taccuino di cuoio nero, consumato agli angoli. Lo stesso che Luigi aveva intravisto nella camera di Elena.
“L’ho trovato sotto il cuscino,” annuncia, rientrando nel cerchio di luce. Lo apre. Sfoglia le ultime pagine. I suoi occhi scorrono veloci, professionali. Si fermano. Il suo volto, di solito impenetrabile, tradisce un fremito.
“Leggi,” ordina Luigi.
Vittoria alza lo sguardo, li guarda tutti. Poi legge, voce chiara e metallica che recita una condanna.
“*Ultima annotazione. I pezzi combaciano. Villa Belvedere, 2003. Il testamento di Valeria Montesi non era solo una disposizione di beni. Era una trappola. Una condizione segreta. Beatrice Conti lo scoprì. Lo pagò con la vita. La verità su sua sorella Carla e su…*” Vittoria interrompe la lettura. Deglutisce. “Qui il testo è interrotto. Macchiato. Forse da acqua.” Riprende. “*…suo marito. Stanotte, a cena, confesserò tutto quello che ho scoperto. Metterò le carte in tavola. Forse è quello che vuole chi ci ha riuniti qui. Forse è l’unico modo per rompere il patto.*”
Abbassa il taccuino. L’aria è elettrica.
“Confesserò tutto,” ripete Luigi, lentamente. “Elena è morta prima di poterlo fare.”
“Ma qualcuno sapeva che l’avrebbe fatto,” dice Vittoria. “Qualcuno che era qui nel 2003. Qualcuno che faceva parte del patto.”
Tutti gli sguardi, lentamente, inevitabilmente, si spostano. Non l’uno sull’altro, ma su se stessi. Un circolo vizioso di sospetti che si richiude.
Carla si alza dalla poltrona. Tremante. I suoi occhi non sono più lucidi di dolore, ma di una rabbia antica, glaciale.
“Mio marito,” dice, voce che non trema più. “Il padre di Sofia. Era un uomo violento. Beatrice… mia sorella Beatrice mi proteggeva da lui. La notte in cui morì, io non c’ero. L’avevo lasciata sola con lui. Sentivo che sarebbe successo qualcosa, ma partii lo stesso.” Una lacrima di fuoco le scende lungo la guancia. “Beatrice morì in un incendio in cucina. Ufficialmente, un corto circuito. Io ho sempre saputo che non fu così.”
“E cosa c’entra Valeria Montesi?” chiede Marco, pragmatico, crudele.
“Valeria lo sapeva,” sibilà Carla. “Sapeva della violenza di mio marito. Sapeva che Beatrice stava per denunciarlo. Forse… forse offrì a mio marito qualcosa in cambio del suo silenzio. O in cambio di qualcos’altro.”
Padre Alessandro ritira la mano dalla sua spalla. Come se si scottasse.
“La confessione,” mormora. “Quella notte del 2003. Non fu di Beatrice. Fu di un uomo. Disperato. Pieno di rabbia e di… rimorso anticipato. Parlava di un fuoco. Di un debito estinto.”
“Mio marito,” dice Carla, come un’eco. “Si confessò a te.”
Il prete annuisce, lentamente, il capo pesante come un macigno.
“Il sigillo della confessione…” inizia.
“È rotto!” urla Carla, all’improvviso, con una forza che viene dalle viscere. “È rotto da vent’anni! Mia figlia è morta! Beatrice è morta! Elena è morta! Dov’è la tua misericordia adesso, padre? Dov’è il perdono?”
Padre Alessandro arretra di un passo, colpito. La sua faccia è cenere.
In quel momento, un suono.
Dall’alto.
Non un grido. Non un tonfo.
*Musica.*
Un pianoforte. Debole, distante, che scende dalle scale. Una melodia antica, malinconica. Un valzer.
Tutti immobilizzati. Ascoltano.
La melodia proviene dal primo piano. Dalla biblioteca. O forse dallo studio.
Luigi guarda Vittoria. Un’intesa immediata, nata dalla pura adrenalina.
“Non siamo soli,” sussurra Luigi.
La musica continua. Un invito. Una trappola.
Marco Fontana mette giù il bicchiere. La sua mano, per la prima volta, trema leggermente.
“Il patto delle sei,” dice, guardando la fotografia abbandonata sul divano. “Uno è morto allora. Beatrice. Uno è morto da poco. Valeria. Quattro sono qui.” Poi guarda il corpo di Elena. “Cinque, con la ragazza. Ma la foto… la foto mostra sei persone.”
Si avvicina, prende la fotografia. La studia alla luce di una candela. L’uomo ombra con il cappello di paglia, in piedi dietro al gruppo.
“Chi è il sesto?” chiede, alzando lo sguardo. “Chi è l’ombra che non si è mai presentata?”
La musica del pianoforte, dall’alto, accelera leggermente. Il valzer diventa più incalzante. Più minaccioso.
È allora che le luci, le ultime candele, si spengono tutte insieme.
Un soffio simultaneo.
Buio pesto.
Nel buio, la musica si interrompe di colpo.
Nel silenzio che segue, perfetto, assoluto, un altro suono.
Il *clic* metallico, inequivocabile, di una pistola che viene armata.
Proveniente dall’angolo della stanza dove, fino a un secondo prima, non c’era nessuno.