La luce del salone è fredda. Artificiale. Il corpo di Elena Russo sul divano sembra una macchia di inchiostro su una pagina bianca.
Luigi Milatti fissa la pistola nella mano di Marco Fontana. L’acciaio luccica sotto la lampada del camino.
"Rimettila via," dice Vittoria Salvini. La sua voce è un filo di rasoio. "Non sei l’unico qui con un segreto da proteggere."
Marco non abbassa l’arma. La punta oscilla tra Luigi e Vittoria. "Questa è protezione. Fino a quando non sapremo chi ha fatto questo."
"Dividiamoci," propone Luigi. Le parole escono piatte. Da scrittore che organizza una trama. "Perquisiamo la villa. Ogni stanza. Ogni angolo. In coppie. Per sicurezza."
Padre Alessandro incrocia le braccia sul petto. Il suo sguardo è fisso sul corpo di Elena. "Non è saggio separarsi."
"È meno saggio stare tutti insieme come bersagli," ribatte Marco. Abbassa finalmente la pistola. Non la ripone. La tiene lungo la coscia. "Io vado con il prete."
Vittoria annuisce verso Luigi. Un cenno secco. "Biblioteca. Primo piano. Se c’è un archivio, è lì."
Carla Benedetti non si muove dal suo posto accanto al camino. Fissa le fiamme che lambiscono i ceppi. "Io resto. Con lei." Non specifica se parla di Elena o dell’assassino.
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La biblioteca occupa un’intera ala del primo piano. Doppie porte di quercia intarsiata. Vittoria le spinge. Una nuvola di polvere si alza nell’aria immobile.
La stanza è un canyon di libri. Scaffali dal pavimento al soffitto, alti almeno quattro metri. Una scala a pioli di legno scuro è appoggiata contro una parete. L’odore è di carta vecchia, cuoio e muffa nascosta.
Luigi cammina lungo la prima fila. Le dita sfiorano i dorsi in pelle sbiadita. Titoli in latino, in francese, trattati di botanica, atlanti geografici del Settecento.
"Non cercare un libro," dice Vittoria. Si dirige verso un grande scrittoio barocco vicino alla finestra. "Cerca un registro. Conti. Lettere. Qualcosa che spieghi perché siamo qui."
Luigi annuisce. I suoi occhi scorrono sugli scaffali più alti. Vede una fila di volumi identici, rilegati in pergamena scura. Si arrampica sulla scala. La scala scricchiola sotto il suo peso.
Il terzo volume da sinistra non ha un titolo sul dorso. Lo estrae. È più pesante degli altri. Lo apre.
Non è un libro. È un registro a fogli mobili, rilegato con cura. La prima pagina è bianca. La seconda ha un’intestazione scritta a mano con inchiostro nero, corsivo elegante: **Ospiti di Villa Belvedere - Anno 2003**.
Il cuore di Luigi accelera. Scorre le pagine.
Nomi. Date di arrivo. Date di partenza. Note brevi.
*Salvini, Vittoria - 15 luglio - 22 luglio - Camera 5 - Osservazione: Determinata.*
*Fontana, Marco - 15 luglio - 22 luglio - Camera 1 - Osservazione: Ambizioso.*
*Russo, Elena - 15 luglio - 22 luglio - Camera 6 - Osservazione: Curiosa.*
*Neri, Alessandro - 15 luglio - 22 luglio - Camera 2 - Osservazione: In cerca di pace.*
*Benedetti, Carla - 15 luglio - 22 luglio - Camera 4 - Osservazione: Dolore silenzioso.*
E un sesto nome. Cancellato con tratti di inchiostro nero così fitti da aver bucato la carta. Illeggibile.
"Vittoria," chiama Luigi. La voce gli esce roca.
Lei si volta dallo scrittoio. Ha in mano una fotografia rettangolare, ingiallita dal tempo.
"Guarda," dice Luigi, scendendo dalla scala. Le mostra il registro.
Vittoria legge. Il suo volto, solitamente una maschera di controllo, si incrina per un secondo. Poi fissa la foto che ha trovato. La confronta con i nomi sul registro.
"Ecco," sussurra.
Luigi si avvicina. La fotografia ritrae un gruppo di sei persone sul prato davanti a Villa Belvedere. Estate. Sole alto. Sorrisi.
Riconosce una giovane Elena Russo, capelli rossi sciolti sulle spalle, un vestito estivo a fiori. Accanto a lei, Carla Benedetti, più giovane di vent’anni, ma con lo stesso sguardo triste. Il braccio di Carla è stretto attorno alle spalle di una ragazza. Una ragazza con capelli scuri, occhi chiari, un sorriso timido. Sofia.
E ci sono loro. Vittoria, più magra, i capelli più lunghi, senza l’espressione dura di adesso. Padre Alessandro, senza l’abito talare, in una semplice camicia bianca, ma con lo stesso sguardo gentile.
Il sesto membro del gruppo è un uomo. Alto. Spalle larghe. Il viso è in ombra, coperto dal cappello di paglia che tiene in mano. Non si riconosce.
Sul retro della foto, una scritta a penna blu: *Villa Belvedere - Estate 2003 - Il patto delle sei*.
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Nello studio, l’atmosfera è diversa. Più intima. Più pericolosa.
Marco Fontana fruga nella scrivania con movimenti bruschi. Apre cassetti. Li svuota sul tappeto persiano. Fogli, penne, sigilli di ceralacca.
Padre Alessandro sta fermo al centro della stanza. Osserva. Non tocca nulla. La sua attenzione è catturata da un piccolo mobiletto a muro con sportello di vetro. Dentro, una fila ordinata di cartelle di cartone grigio.
Le apre. Ogni cartella ha un nome scritto a mano su un’etichetta bianca.
La prima che prende è la sua. **NERI, Alessandro**.
La apre. Il respiro gli si blocca in gola.
All’interno, fotocopie di pagine di un diario. La sua grafia. Datate luglio 2003. E un foglio a parte, una trascrizione. La trascrizione di una confessione udita nel buio di un confessionale della chiesa di Montepulciano. Una confessione su un incidente. Una macchina. Una ragazza che non si doveva alzare.
La firma in calce è illeggibile. Ma la data è chiara: 20 luglio 2003. Il giorno dopo l’arrivo a Villa Belvedere.
Le sue mani tremano. Chiude la cartella. La riposiziona con precisione maniacale. Poi prende quella accanto. **FONTANA, Marco**.
Marco se ne accorge. "Lascia stare quelle!"
Troppo tardi. Padre Alessandro ha già estratto il contenuto. Non diari o confessioni. Prove. Fotocopie di un manoscritto giovanile, intitolato *L’Ombra del Dubbio*, con il nome di Marco Fontana. Accanto, fotocopie dello stesso identico manoscritto, pubblicato sei mesi dopo da un altro autore emergente, con titolo leggermente cambiato. Una lettera dell’avvocato dell’autore plagiato, minaccia di azione legale. Un assegno staccato da Marco Fontana, di importo consistente, con la causale: "Accordo di riservatezza".
"Un plagio," dice Padre Alessandro, senza enfasi. "All’inizio della tua carriera. L’hai comprato il silenzio."
Marco gli strappa i fogli di mano. "Non era plagio! Era… ispirazione condivisa. Lui non aveva i mezzi per pubblicarlo. Io sì." Strappa le fotocopie. Le getta nel caminetto spento. "Questo non significa nulla. Non c’entra con quello che sta succedendo."
"Tutto c’entra," mormora il prete. "Tutto è collegato. Il 2003. Quel patto. Quel segreto."
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Nel salone, il silenzio è rotto solo dal crepitio del fuoco.
Carla Benedetti si è avvicinata al divano. Si siede su uno sgabello basso, accanto al corpo di Elena Russo. Non lo tocca. Lo guarda.
"Tu sapevi," sussurra. La sua voce è un filo di vento. "Non eri qui per caso. Nemmeno io. Nemmeno loro."
Il volto di Elena è pallido. Cereo. Gli occhi vitrei fissano il soffitto affrescato.
"Tu sapevi cosa è successo a Beatrice. Mia sorella. Non fu un incidente. Lo so. Tu lo sapevi. L’hai scritto in quell’articolo che non hanno mai pubblicato. Quello su mio marito. Sull’incendio."
Carla allunga una mano. Non verso Elena. Verso la collana con il pendente a forma di albero che le cinge il collo. La sfiora con un dito.
"Questo simbolo. Lo portava anche Sofia. Il giorno in cui partì per l’ultima volta. Me lo disse al telefono. ‘Ho un appuntamento, mamma. Con un uomo importante. Per parlare della sua ricerca.’ Tu sai chi era quell’uomo, vero Elena? Lo stavi per smascherare."
Un rumore di passi veloci nel corridoio. Carla si irrigidisce. Si allontana dal divano. Riprende il suo posto accanto al camino. Fissa le fiamme con espressione vuota.
La porta del salone si spalanca. Luigi e Vittoria rientrano. Luigi ha il registro sotto il braccio. Vittoria stringe la fotografia.
Vedono Carla, immobile. Vedono il corpo di Elena. L’aria è satura di morte e segreti.
"Carla?" chiama Luigi.
Lei non si volta.
Vittoria si avvicina. Guarda il volto della donna. Vede le tracce di lacrime silenziose che solcano le rughe sulle sue guance.
"Ha trovato qualcosa?" chiede Carla, senza voltarsi.
"Sì," dice Vittoria. Alza la fotografia. La luce del camino illumina l’immagine ingiallita. "Villa Belvedere. Estate 2003. Il patto delle sei."
Finalmente Carla si gira. I suoi occhi, umidi e rossi, si posano sulla foto. Li percorre tutti: la giovane se stessa, sua figlia Sofia che sorride, Elena, Vittoria, Alessandro, l’uomo ombra.
"Il patto," ripete Carla. Una risata amara le esce dalle labbra. Un suono secco, spezzato. "Non fu un patto. Fu una condanna."
Fuori, nel buio della notte toscana, un tuono lontano romba. Il temporale, che minacciava da ore, sta finalmente arrivando.