Capitolo 7

Capitolo 7

Luigi è il primo a muoversi.

Si alza così in fretta che la sedia di legno scricchiola sul pavimento e quasi cade all'indietro. Il suo piatto di cioccolato si rovescia, la foglia d'oro si appiccica al tovagliolo di lino. Non lo guarda.

Corre verso la porta della sala da pranzo. Gli altri lo seguono in un groviglio di movimenti confusi. Vittoria è alle sue spalle, il suo passo deciso echeggia sul legno. Padre Alessandro borbotta una preghiera mentre si alza, le mani tremanti. Carla rimane seduta per un secondo, fissa il posto vuoto alla capotavola, poi si alza lentamente. Marco è l'ultimo, con un'espressione di fastidio più che di paura.

La porta della sala da pranzo è aperta. La chiave di ottone è ancora nella serratura. Luigi la afferra, la tiene stretta nel pugno mentre sale di corsa la breve scalinata di pietra. L'aria umida della cantina gli sibila intorno.

Riemerge nell'atrio. Il pavimento a scacchi bianco e nero è freddo sotto i suoi piedi. La luce delle applique a muro è fioca, getta ombre lunghe e distorte.

Il grido è cessato. Al suo posto, un silenzio denso, rotto solo dal crepitio del fuoco nel camino del salone.

Luigi spinge la porta a due battenti del salone. Si apre con un cigolio basso.

La scena si svela a scatti, come se la sua mente rifiutasse di metterla a fuoco tutta insieme.

Prima, il divano di velluto rosso. Quello accanto al camino.
Poi, la forma sdraiata sopra di esso.
Infine, i dettagli: l'abito nero di seta di Elena. Le sue gambe piegate a un angolo innaturale. Una mano penzolante che sfiora il pavimento a scacchi.

Luigi si blocca sulla soglia. Il respiro gli si blocca in gola.

Vittoria lo supera. Si avvicina al divano con la precisione clinica di chi ha visto troppi corpi. Si china. Due dita vanno al polso di Elena, premono contro la pelle pallida del polso. Attende. I secondi si allungano, scanditi solo dal ticchettio dell'orologio a pendolo sul camino.

Vittoria alza lo sguardo. I suoi occhi incontrano quelli di Luigi.

"È morta."

La voce è piatta, professionale. Ma le sue dita, quando si ritraggono, tremano leggermente.

Padre Alessandro emette un suono strozzato. Si fa il segno della croce. Le sue labbra si muovono in una preghiera silenziosa. Carla si ferma a metà stanza, una mano sulla consolle per sostenersi. Fissa il corpo senza espressione.

Marco Fontana entra per ultimo. Non guarda il divano. I suoi occhi scattano verso il telefono posato su un tavolino accanto alla poltrona. Si avvicina. Solleva la cornetta. La porta all'orecchio.

Silenzio.

Scatta l'impugnatura più volte. Niente tono di linea. Abbassa la cornetta, esamina il filo. Segue il cavo con lo sguardo fino a dove scompare dietro un mobile. Si china, tira il cavo.

Esce da sotto il divano. Tagliato di netto. La fine del cavo è sfilacciata, i fili di rame luccicano alla luce del fuoco.

"Le linee sono state tagliate," dice Marco. La sua voce è stranamente calma. "Tutte."

Luigi si costringe a muoversi. A fare ciò che la sua mente, quella parte di scrittore, sa che deve fare. Si avvicina al divano. Il profumo di gardenia e sandalo, quello che aveva sentito nella camera di Carla, è qui, mescolato a un odore più metallico, più acre.

Elena giace supina. I suoi occhi sono aperti, vitrei, fissi sugli affreschi sbiaditi del soffitto. La bocca è semiaperta in un'ultima espressione di sorpresa. Il pugnale è conficcato proprio sotto lo sterno. L'elsa è antica, di ferro lavorato a forma di testa di serpente. La lama è immersa fino all'impugnatura nel tessuto nero della seta. Intorno al punto di entrata, il tessuto è più scuro, inzuppato.

Ma non è questo che cattura l'attenzione di Luigi.

È la collana.

Un pendente d'argento, a forma di albero stilizzato. Lo stesso simbolo che era sull'invito. Lo stesso che era sull'ex libris del libro nella sua camera. Pende dal collo esile di Elena, luccicando contro la pelle cadaverica. Non la indossava durante la cena. Luigi ne è certo. Il suo décolleté era nudo, semplice.

"Qualcuno gliel'ha messa," mormora. "Dopo."

Padre Alessandro si avvicina. Le lacrime gli solcano le guance scavate. Estrae dalla tasca dell'abito talare un'ampollina d'olio e un batuffolo di cotone. Le sue mani, ora ferme, compiono i gesti antichi dell'estrema unzione. Tocca le palpebre chiuse di Elena, le labbra, le mani. La sua voce è un sussurro roco: "Per questa tua serva, Signore, e per tutti i peccati che ha commesso con la parola, con l'opera e con l'omissione..."

Carla non guarda il prete. I suoi occhi scrutano il pavimento vicino al divano. Si china, con uno scricchiolio delle ginocchia. Raccoglie qualcosa.

Un biglietto. Cartoncino avorio, identico a quello dell'invito e del messaggio nella camera di Luigi.

Lo tiene tra il pollice e l'indice, come se potesse scottare.

"Che c'è?" chiede Vittoria, voltandosi.

Carla legge ad alta voce. La sua voce è un filo di suono, ma ogni parola cade nella stanza come un sasso in uno stagno.

"La prima a pagare per i suoi peccati."

Silenzio.

Marco fa un passo avanti. "Peccati? Quali peccati? Era una giornalista."

"Una giornalista che scavava," dice Vittoria, guardando fisso Marco. "Forse scavava troppo nel posto sbagliato."

Luigi si stacca dalla vista del corpo. Deve pensare. Deve agire. L'assassino è qui, tra queste mura. Forse è nella stanza in questo momento.

Si dirige verso la finestra più grande, quella che dà sul cortile. Afferra la pesante tenda di velluto rosso e la tira da parte.

Non c'è vetro.

O meglio, c'è, ma dietro una barriera di assi di legno inchiodate di traverso alla cornice esterna. Le assi sono nuove, il legno chiaro stride contro la pietra antica del davanzale.

"Che diavolo..." borbotta Luigi.

Vittoria va all'altra finestra. Stessa cosa. Assi inchiodate. Prova quella più piccola vicino al camino. Identica.

"Siamo sbarrati dentro," annuncia, voltandosi verso gli altri. "Tutte le finestre del salone. Bloccate dall'esterno."

Padre Alessandro ha finito il rito. Si asciuga gli occhi con il dorso della mano. "Dio ci aiuti," sussurra.

Luigi si volta a guardare il gruppo. Cinque persone vive. Un corpo che si raffredda. E l'oscurità della villa che li circonda.

"Non possiamo chiamare aiuto," dice, misurando ogni parola. "Non possiamo uscire da questa stanza se non dalla porta che dà nell'atrio. E l'assassino..." Fa una pausa, lascia che la verità si depositi. "...è uno di noi. Deve esserlo. Non c'è nessun altro."

Lo sguardo di ognuno scatta sugli altri. Sospetti che diventano muri visibili tra di loro. Vittoria studia Marco. Carla fissa le mani vuote. Padre Alessandro guarda il pavimento.

Marco Fontana emette un suono che potrebbe essere una risata se non fosse così carico di disprezzo. "Uno di noi. Fantastico." La sua mano scivola all'interno della sua giacca di tweed elegante. Non estrae un portafoglio.

Estrae un revolver.

Lucido, compatto, di metallo bluastro. Lo impugna con una familiarità inquietante.

"Allora è meglio che ci proteggiamo," dice Marco. La canna dell'arma non punta verso nessuno in particolare, ma è tenuta in modo che tutti la vedano. "Fino a quando non verrà la luce del giorno e potremo ragionare su come uscire da questa trappola."

Vittoria irrigidisce la schiena. "Dove l'ha presa?"

"È legale. Porto permesso," risponde Marco, senza distogliere lo sguardo dal gruppo. "E in questo momento, è l'unica cosa che ci separa da quello che è successo a lei." Un cenno del capo verso il divano.

Luigi fissa l'arma. Un nuovo elemento nell'equazione. Pericoloso. Imprevedibile. La tensione nella stanza si è fatta tagliente, palpabile come l'odore del sangue.

"Metterla via non risolve nulla," dice Luigi, mantenendo la voce il più calma possibile. "Uccidere l'assassino non ci farà uscire di qui. E se spara, potrebbe colpire la persona sbagliata. O far crollare quel poco di fiducia che ci resta."

"Fiducia?" ringhia Marco. "Quale fiducia? Siamo sei estranei in una trappola mortale. Uno è un killer. Io punto a sopravvivare la notte. Il resto può andare all'inferno."

Il crepitio del fuoco sembra più forte nel silenzio che segue. Le ombre danzano sulle pareti, si allungano sui volti tirati degli ospiti.

È Carla a rompere lo stallo. Si muove lentamente, andando verso la poltrona accanto al camino. Si siede. Appoggia la testa allo schienale. Chiude gli occhi.

"Siamo tutti stanchi," dice, senza aprirli. "E spaventati. L'arma non terrà fuori la paura, signor Fontana. La alimenterà solo."

Luigi annuisce, anche se Carla non può vederlo. "Ha ragione. Dobbiamo pensare. L'assassino ha agito mentre eravamo tutti in sala da pranzo. Il grido è partito da qui. Doveva essere qui, o vicino."

"Giacomo," dice Vittoria all'improvviso. Tutti si voltano verso di lei. "Il maggiordomo. È scomparso durante la cena. Potrebbe essere lui."

"O potrebbe essere morto anche lui," obietta Luigi. "Come il suo predecessore." Ricorda il corpo di Giacomo, il primo Giacomo, trovato in questa stessa stanza. Una macabra ripetizione.

"Beatrice," mormora Carla, aprendo gli occhi. Fissa il fuoco. "La cuoca. Ha sentito il grido? Ha visto qualcosa?"

Marco scuote la testa, ma l'arma rimane bassa. "La cuoca, il maggiordomo, l'autista... tutti dipendenti. Tutti potrebbero essere complici. O vittime. Non possiamo fidarci di nessuno al di fuori di questa stanza."

"Allora dobbiamo cercare," propone Luigi. "Non possiamo restare qui, seduti accanto a... accanto a lei." Non guarda il divano. "Dobbiamo controllare il resto della villa. Trovare Beatrice. Trovare un telefono che funzioni. Una via d'uscita che non sia sbarrata."

"Dividersi sarebbe un suicidio," dice Marco subito.

"Rimanere insieme significa essere un unico bersaglio," ribatte Vittoria. "E significa che l'assassino resta tra noi, ascolta ogni nostro piano."

Padre Alessandro si alza in piedi. Sembra aver ritrovato un barlume di determinazione. "Non possiamo lasciare Elena qui sola. Non... non così."

"Non la lasceremo incustodita," dice Luigi. "Ma dobbiamo agire. La notte non fa che cominciare." Guarda fuori dalla finestra sbarrata. Oltre le assi, solo buio pesto. L'autunno toscano ha inghiottito la villa.

Prende una decisione.

"Controlliamo l'atrio. Poi la cucina. Cerchiamo Beatrice. In gruppo, ma mantenendo le distanze." Guarda Marco. "E lei, per favore, tenga quell'arma puntata a terra. A meno che non veda una minaccia chiara e immediata."

Marco lo fissa per un lungo momento. Poi, con un movimento lento, abbassa la canna del revolver fino a puntarla verso il pavimento a scacchi. Non lo ripone.

È un compromesso. Fragile come il ghiaccio sottile.

Luigi fa un respiro profondo. L'odore di gardenia, sandalo e sangue gli riempie i polmoni. Si volta verso la porta del salone, quella che dà sull'atrio.

La partita è cambiata. Non si tratta più di scoprire un mistero.

Si tratta di sopravvivare fino all'alba.