Capitolo 6

Capitolo 6

Giacomo apre le porte della sala da pranzo con un movimento fluido e silenzioso. Le ante di legno scuro scricchiolano appena sui cardini antichi. La stanza lunga e stretta si rivela, illuminata solo dai tremuli cerchi di luce dei candelabri d’argento.

Luigi Milatti entra per primo. I suoi occhi scattano da un dettaglio all’altro. Il tavolo di quercia scura, massiccio, apparecchiato con una precisione maniacale. Sei posti, tre per lato. Piatti di porcellana bianca e blu finissima. Bicchieri di cristallo che catturano e rifrangono la luce delle candele. E poi lo vede.

Un settimo posto.

Alla capotavola. Vuoto. Il piatto è apparecchiato come gli altri. Il bicchiere è pulito. Il tovagliolo di lino, piegato a triangolo. Un cartoncino bianco, senza nome, poggia sul piatto.

Elena Russo passa accanto a Luigi con un fruscio di seta nera. L’abito trovato nell’armadio le cade perfetto. Si siede di fronte al posto vuoto, proprio al centro del lato opposto del tavolo. Fissa il piatto senza nome.

“Il nostro misterioso ospite si unirà a noi?” dice. La sua voce è piatta, senza inflessione. Una domanda retorica gettata nel silenzio della stanza.

Marco Fontana ignora la disposizione dei segnaposti. Prende il posto più vicino alla porta, a metà del tavolo. Afferra la bottiglia di vino rosso già stappata al centro. Versa. Il liquido scuro riempie il calice quasi fino all’orlo. Beve un sorso lungo. Non guarda nessuno.

Gli altri entrano. Vittoria Salvini con passo misurato, lo sguardo che analizza la stanza come una scena del crimine. Padre Alessandro Neri con il capo leggermente chino, le mani giunte davanti a sé. Carla Benedetti, il suo viso gentile è una maschera di cera pallida.

Giacomo, immobile accanto alla credenza, annuisce appena. “Prego, accomodatevi secondo i vostri nomi.”

Luigi trova il suo posto. ‘LUIGI MILATTI’ scritto in un corsivo elegante sul cartoncino. Alla sua sinistra, Vittoria. Alla sua destra, un posto vuoto che porta al settimo posto della capotavola. Di fronte a lui, Elena. Accanto a Elena, Padre Alessandro e poi Carla. Marco è isolato dall’altro lato, tra due posti vuoti.

Carla Benedetta rimane in piedi. Fissa il posto vuoto alla capotavola. Le sue labbra si muovono senza suono. Poi un sussurro rocco esce. “Beatrice… è impossibile.”

Si siede lentamente, come se le ossa le facessero male. Rifiuta con un gesto della mano il tovagliolo che Giacomo le porge.

Il maggiordomo inizia a servire. Porta un vassoio d’argento con una zuppiera di ceramica. Pici al ragù. Il profumo di carne e pomodoro si diffonde nella stanza, contrastante con l’aria fredda e umida del sotterraneo.

“Giacomo,” dice Vittoria, mentre lui le serve il piatto. “Il padrone di casa. Ci sarà o no?”

Giacomo non alza lo sguardo. “Il padrone è sempre presente, signora.” La risposta è meccanica. Una frase imparata a memoria.

“Dove?” incalza Marco, posando il bicchiere con un tonfo sordo.

“In spirito, signor Fontana.” Giacomo si sposta verso Padre Alessandro. “In attesa.”

Vittoria si avvicina a Luigi, il tono è un sussurro che taglia il rumore dei cucchiai sulla porcellana. “Lei scrive gialli.” Una pausa. Osserva il suo volto. “Cosa pensa stia succedendo qui?”

Luigi ruota lentamente il bicchiere d’acqua tra le dita. Non beve. Guarda il posto vuoto alla capotavola. Guarda i volti illuminati dalle candele: Elena tesa, Marco che mastica con rabbia, Carla che fissa il suo piatto intatto, Padre Alessandro che tiene gli occhi chiusi.

“Qualcuno ci ha riuniti,” dice Luigi, la voce più bassa del sussurro di Vittoria. “Non è una cena. È un’aula di tribunale. E quel posto vuoto…” Fa un cenno con la testa verso la capotavola. “…è il seggio del giudice.”

Padre Alessandro Neri posa la forchetta. Intreccia le mani sul bordo del tavolo. Chiude gli occhi. Le sue labbra si muovono in una preghiera silenziosa. Poi apre gli occhi e guarda il vuoto davanti a sé.

“Che Dio ci protegga questa notte,” dice. Non è una benedizione. È un presagio. La sua voce trema appena.

Il pasto procede in un silenzio spezzato solo dal tintinnio delle posate. Il ragù è ricco, perfetto. Il vino è corposo, costoso. Tutto è di una qualità impeccabile, surreale. Come recitare una parte in una commedia macabra.

Giacomo sparecchia i primi piatti senza un rumore. Ritorna con un secondo: arista di maiale con patate arrosto. L’odore dell’aglio e del rosmarino riempie la stanza.

Marco stacca un pezzo di carne con la forchetta. “Almeno chi ci vuole morti ha buon gusto,” borbotta, rivolto a nessuno.

Elena lo fissa. “Forse vuole solo che siamo sazi. Più facile uccidere chi non combatte.”

“E lei combatterebbe, signorina Russo?” chiede Marco, un sorriso storto sulle labbra. “Con i suoi articoli e i suoi moralismi?”

“Con la verità,” ribatte Elena. Le sue nocche sono bianche dove stringe il coltello.

“La verità.” Marco sbuffa. Beve un altro sorso di vino. “Una merce di scambio. Come tutto il resto.”

Carla Benedetti non ha toccato nulla. Le sue mani sono appoggiate in grembo. Fissa il posto vuoto con un’intensità spettrale. “Beatrice amava cucinare,” mormora, come parlando a se stessa. “La sua cucina… era sempre calda. Piena di profumi. Poi quel fumo… quel fumo che sapeva di plastica bruciata e…”

Si interrompe. Un singhiozzo secco le scuote le spalle. Padre Alessandro le posa una mano sulla mano. Lei la ritira come se l’avesse scottata.

Giacomo riappare. Rimuove i piatti del secondo. Sparisce attraverso la porticina laterale.

Il silenzio che segue è più spesso, più pesante. Le candele si sono consumate. Le ombre sulle pareti di pietra sono più lunghe, più danzanti.

La porticina si riapre.

Giacomo ha un vassoio d’argento. Sopra, sei piccole coppe di cristallo. In ognuna, una delizia al cioccolato fondente, decorata con una foglia d’oro.

Le serve con la solita, spettrale precisione. Una davanti a ogni ospite. L’ultima coppa la posa con particolare delicatezza davanti al posto vuoto alla capotavola.

“Il dessert,” annuncia, con la sua voce priva di tono. “Per tutti.”

Si ritrae verso la credenza. Incrocia le braccia dietro la schiena. Fissa un punto sopra le loro teste.

Luigi guarda la sua coppa. Il cioccolato luccica. La foglia d’oro sembra una ferita. Alza lo sguardo verso Vittoria. Lei sta già guardando lui. Un lampo di comprensione passa tra loro. *Non mangiare.*

Marco afferra il cucchiaino. “Dopo una cena del genere, un po’ di dolce ci sta.”

Elena esita. Guarda la sua coppa, poi guarda Luigi. Vede che lui non tocca la sua.

Padre Alessandro china il capo sulla sua, come in preghiera.

Carla non sembra neanche vederla.

Marco porta il primo cucchiaino alla bocca. Mastica. Annuisce. “Eccellente.”

In quel preciso istante, le luci si spengono.

Non uno sfarfallio. Non un calo di tensione. Un’estinzione totale, immediata. Il buio è assoluto, come se qualcuno avesse spento il sole. Le uniche fonti di luce sono le sei fiammelle tremule dei candelabri, che ora proiettano ombre mostruose e gigantesche sul soffitto a volta.

Un sussulto collettivo. Una sedia che striscia sul pavimento di legno.

“Che diavolo…” ringhia Marco nel buio.

“State calmi,” ordina Vittoria. La sua voce è un comando, ma c’è una scheggia di tensione sotto la superficie.

Luigi cerca di abituare gli occhi. Le sagome degli altri sono appena visibili, macchie più scure nell’oscurità. Vede il profilo di Giacomo, ancora immobile accanto alla credenza.

Poi, dal piano di sopra, attraverso la pietra e il legno, arriva il suono.

Un grido. Acuto, femminile, strozzato a metà. Viene dal salone. È pieno di un terrore puro, primordiale.

Segue un tonfo sordo. Pesante. Come un corpo che cade su un tappeto spesso.

Poi il silenzio.

Un silenzio più profondo, più minaccioso del buio.

“Elena?” dice Luigi, rivolto alla macchia scura di fronte a lui.

“Sono qui,” risponde la voce di Elena, vicina, piena di paura trattenuta.

“Carla?” chiama Vittoria.

“Qui,” sussurra Carla.

“Padre?”

“Presente,” risponde la voce roca del prete.

“Fontana?” ringhia Luigi.

“Cosa vuoi, scrittore?” la voce di Marco è stranamente vicina. Si è spostato.

Tutti sono al loro posto. Tutti tranne uno.

Luigi si alza in piedi così in fretta che la sedia cade all’indietro con un fracasso che rimbomba nella stanza sotterranea. Afferra uno dei candelabri d’argento. La luce tremula salta sulle pareti.

“Giacomo!” chiama.

Nessuna risposta.

Punta la luce verso la credenza.

È vuota.

Giacomo è sparito.

“Il grido…” dice Elena, alzandosi anche lei. “Era una donna. Ma noi siamo tutte qui.”

Vittoria afferra l’altro candelabro. “A meno che non siamo *noi* tutte qui.”

Si guardano intorno, nel cerchio di luce tremula. Sei volti pallidi, sei paia di occhi spalancati. Sei persone.

Ma la cena era per sette.

E il settimo posto è ancora vuoto. La coppa di cioccolato intatta, la foglia d’oro che brilla nella luce delle candele.

“La governante,” dice Luigi, improvvisamente. “Beatrice Conti.”

Si precipitano verso la porta. Luigi la scuote. È chiusa. Non dal chiavistello interno, che è aperto. Ma dalla serratura della maniglia di ottone. Chiusa a chiave dall’esterno.

“Siamo bloccati,” annuncia Marco, provando a sua volta la maniglia.

“Aiuto!” grida Elena, picchiando il pugno sul legno spesso. “Qualcuno! Aiuto!”

Le sue urla si perdono nella pietra. Non c’è risposta. Solo il loro respiro affannoso che rimbomba nella stanza sotterranea.

Luigi si allontana dalla porta. Punta la luce del candelabro verso il tavolo. Verso il posto vuoto. Verso la coppa di cristallo.

Si avvicina. Con la mano libera, prende il cucchiaino d’argento posato accanto alla coppa vuota. Lo immerge nel cioccolato fondente del posto del misterioso ospite. Lo solleva.

Non è solo cioccolato.

Mischiato alla crema scura, c’è qualcosa di piccolo, di metallico. Qualcosa che luccica alla luce della fiamma.

Lo estrae. Lo pulisce sul tovagliolo di lino.

È una chiave.

Piccola, antica, di ottone consumato.

La tiene tra il pollice e l’indice. La luce della candela vi si riflette.

Tutti lo guardano. Nessuno parla.

Luigi cammina lentamente verso la porta. Inserisce la chiave nella serratura di ottone.

Gira.

Un *clic* secco, netto, risuona nella stanza silenziosa.

La porta è aperta.

Oltre, c’è il buio del passaggio che porta alle scale. E oltre ancora, il silenzio assoluto della villa.

Il grido si è spento.

La partita è andata avanti. E il misterioso ospite ha appena fatto la sua mossa.