Giacomo distribuisce le buste.
Le consegna con un cenno del capo a ciascuno. Luigi. Vittoria. Marco. Elena. Padre Alessandro. Carla. Le mani degli ospiti si tendono, si ritraggono, afferrano la carta avorio. Il maggiordomo non guarda nessuno in faccia. Il vassoio d’argento brilla alla luce tremula dei candelabri.
Poi si volta. Cammina verso la porta. I suoi passi sono silenziosi sul pavimento a scacchi. La maniglia di ottone scricchiola. La porta si chiude dietro di lui con un tonfo sordo e definitivo. Il chiavistello non scatta, ma l’aria nel salone si fa più pesante.
Luigi Milatti fissa la busta tra le sue dita. È identica a quella dell’invito. Stesso stemma ad albero stilizzato in rilievo. Stessa ceralacca nera, sigillo rotondo. Non c’è nome sul fronte. La rompe. La ceralacca si sbriciola sul pavimento come sangue secco.
Estrae un unico foglio. La scrittura è a mano, inchiostro nero. Corsivo elegante e controllato.
*Hai scritto la verità nei tuoi libri, ma hai nascosto la tua verità. Andrea non è morto per la malattia. È morto per la cura. E tu lo sapevi. Hai scelto i diritti d’autore sulla giustizia. Quanto valeva la vita di tuo fratello?*
Le sue dita si irrigidiscono. La carta trema. Alza lo sguardo. Gli altri stanno leggendo.
Vittoria Salvini è immobile. Il suo volto, solitamente una maschera di controllo professionale, è pallido. Le labbra si muovono senza suono mentre legge. Poi la voce le esce, bassa, rotta, come se le parole le bruciassero la gola.
«Hai difeso un colpevole sapendo che era un assassino. Hai vinto il caso. Hai salvato un mostro. Il sangue di quelle due famiglie è anche sulle tue mani, avvocato. Dormi bene, ancora?»
La guarda. Lei non alza gli occhi dal foglio. Stringe i bordi della carta fino a farle fare le pieghe.
Marco Fontana legge in fretta. I suoi occhi scattano da una riga all’altra. La mascella si serra. Un muscolo trema sulla sua guancia. Arriva in fondo. Un suono gutturale gli esce dalla gola.
«Infamia…»
Strappa la lettera. Una volta. Due. Getta i pezzi a terra. Li calpesta con la suola lucida delle sue scarpe.
«Il tuo successo è costruito sul furto e sulla menzogna. La formula del Farmaco X non era tua. L’hai rubata al tuo partner, il Dottor Enrico Valeri. E quando ha minacciato di parlare, l’hai fatto sparire. Hai ucciso per ambizione. L’ambizione è la tua unica religione.»
Elena Russo legge la sua. Un rossore violento le sale dal collo al viso. Si alza di scatto dal divano di velluto rosso. L’abito nero di seta fruscia.
«Chi ha scritto queste infamie?» grida. La voce echeggia nel salone alto. «Chi osa? *‘La tua ricerca della verità è una menzogna. Sai chi ha ucciso Sofia Benedetti. L’hai visto quella notte. E hai taciuto. Perché la tua carriera valeva più della sua vita.’* È falso! È tutto falso!»
Padre Alessandro Neri non si muove. Legge la sua lettera lentamente, come se ogni parola fosse un peso. Le sue mani, quelle mani che benedicono e impartiscono l’Eucarestia, tremano visibilmente. La carta fruscia tra le sue dita. Quando finisce, non strappa, non grida. Piega il foglio con cura meticolosa, in quattro, poi in otto. Lo stringe nel pugno chiuso. Il suo sguardo è fisso sul camino spento, ma non vede le ceneri. Vede qualcos’altro.
Carla Benedetti è seduta sulla sedia accanto alla consolle. Si tiene al bracciolo come per non cadere. La sua lettera è aperta sulle ginocchia. La sua voce, quando parla, è un filo di suono rocco, spezzato dall’emozione.
«La mia… la mia lettera parla di mia sorella Beatrice…» dice, fissando il vuoto. «Della sua morte. Dice… dice che non fu un incidente domestico. Dice che io sapevo che mio marito la odiava. Che la minacciava. E che quella notte… quella notte dell’incendio in cucina… io ero uscita. Di proposito. L’ho lasciata sola con lui.»
Un silenzio di tomba segue le sue parole. Solo il crepitio lontano del fuoco nel camino grande.
Luigi si china. Raccoglie i pezzi strappati della lettera di Marco Fontana dal pavimento. Li sistema sul palmo della mano, cerca di ricomporre il puzzle. Legge i frammenti: *“…rubata…” “…partner…” “…fatto sparire…”*. E poi, chiaro, su un pezzo più grande: *“Hai ucciso per ambizione.”*
Alza lo sguardo verso Marco. L’imprenditore lo fissa, gli occhi stretti, le narici dilatate. Un toro pronto alla carica.
«Non è vero niente,» sibila Marco. «Valeri se n’è andato. Ha cambiato vita. Io non c’entro.»
«La lettera dice il contrario,» dice Luigi, la sua voce più calma di quanto si senta.
«E le tue dicono la verità, scrittore?» ringhia Marco, puntando un dito accusatorio. «Sapevi che la cura di tuo fratello era letale?»
Luigi non risponde. Abbassa gli occhi sui frammenti di carta.
Vittoria Salvini si stacca dal suo posto. Si avvicina a Padre Alessandro. I suoi passi risuonano netti sul marmo. Si ferma davanti a lui. Lui non la guarda.
«Padre,» dice Vittoria. La sua voce ha ripreso un tono professionale, ma c’è una crepa, una tensione sottile. «Cosa c’era scritto nella sua lettera?»
Padre Alessandro Neri solleva lentamente il viso. I suoi occhi sono velati di una sofferenza antica. Apre la mano. Il foglietto piegato è lì, un piccolo cubo bianco macchiato dal sudore del suo palmo.
«Ho tradito,» dice semplicemente. La voce è un sussurro roco. «Ho tradito il sigillo della confessione. Per proteggere un segreto. Per proteggere… qualcuno.»
«Qualcuno qui?» insiste Vittoria, il suo sguardo che scruta il volto del prete.
Padre Alessandro chiude gli occhi. Fa un cenno appena percettibile con il capo.
«Chi?» la voce di Vittoria si fa tagliente.
«Non posso. Il danno è fatto, ma il segreto… il segreto rimane. È la mia croce.»
Elena Russo si avvicina a Carla, si inginocchia davanti a lei. La sua rabbia è svanita, sostituita da un’intensità diversa.
«Signora Benedetti,» dice, più dolcemente. «La lettera dice che sapeva? Suo marito e sua sorella?»
Carla fissa Elena. Le sue lacrime non cadono, restano appese alle ciglia. «Mio marito… era un uomo violento. Beatrice… Beatrice mi proteggeva. Quella notte… mi ha detto di uscire, di andare al cinema. Mi ha detto che lui era calmo. Ma io… io sentivo che qualcosa non andava. Sono uscita lo stesso.» Una lacrima finalmente scivola, tracciando un solco sulla sua pelle rugosa. «L’ho lasciata lì.»
«E l’incendio?» chiede Elena.
«La polizia disse che era un corto circuito. La cucina era vecchia. Ma io… io ho sempre saputo.»
Marco Fontana sbuffa, un suono di disgusto. «Una bella compagnia di santi, siamo. Un prete che tradisce, una che lascia morire la sorella, un avvocato che difende assassini…» Il suo sguardo si posa su Luigi. «…e uno scrittore che vende la memoria del fratello per una trama.»
«E lei, Fontana?» interviene Vittoria, voltandosi di scatto. «Cosa ha fatto sparire il Dottor Valeri?»
«Niente!» ruggisce Marco. «È una montatura! Qualcuno qui sta giocando sporco. Qualcuno che sa cose. Cose vecchie.» I suoi occhi scorrono su tutti, sospettosi, furiosi. «Chi è? Chi ci ha invitati?»
«Giacomo sa,» dice Elena, alzandosi. «Il maggiordomo. O quella cuoca. Beatrice.»
«Beatrice Conti,» mormora Carla, come rispondendo a un richiamo. «Stesso nome di mia sorella. Non è un caso.»
Luigi guarda le lettere sparse, le facce sconvolte. La macchia di sangue al centro della stanza sembra più scura alla luce tremula. Il corpo di Giacomo è solo a pochi metri, nascosto dietro quella tenda. Un morto e sei accusati.
«Non è un gioco,» dice Luigi, parlando più a se stesso che agli altri. «È un processo. Qualcuno ci sta processando. Con le nostre colpe come prove.»
«E il giudice chi è?» chiede Vittoria. «Chi ha il diritto di farlo?»
«Qualcuno che pensa di averlo,» risponde Luigi. «Qualcuno che è stato danneggiato da tutti noi. Direttamente o indirettamente.»
«Sofia,» sussurra Carla. «Tutto torna a Sofia.»
Un rumore le interrompe.
Viene dal corridoio. Non sono passi. È un suono strisciante, metallico. Come qualcosa di pesante trascinato sul pavimento di legno.
Tutti si immobilizzano. Il respiro di Elena diventa affannoso.
Il suono si avvicina. Si ferma proprio dall’altra parte della porta del salone.
Silenzio.
Poi, lentamente, la maniglia di ottone comincia a girare.