Le scale scricchiolano sotto i loro piedi. Una discesa silenziosa, precipitosa. Luigi guida il gruppo, le spalle tese. Vittoria è a un passo da lui, il respiro corto. Dietro, il fruscio della seta nera di Elena, il sussurro di una preghiera di Padre Alessandro, il passo incerto di Carla. Marco chiude la fila, pesante.
Il salone è illuminato solo dal fuoco morente nel camino. Le ombre danzano sui damaschi rossi, sugli angeli sbiaditi del soffitto.
Al centro del pavimento a scacchi bianco e nero, una macchia scura.
Luigi si ferma. Alza una mano. Tutti si immobilizzano.
La macchia è irregolare, umida. Riflette la luce del fuoco. Non è vino.
Vittoria si avvicina, si china. Toccando il pavimento con la punta delle dita. Le alza. Sono bagnate di un liquido scuro, viscoso. Rosso scuro.
"Sangue," dice, voce piatta.
Elena emette un suono soffocato. Si porta una mano alla bocca.
Padre Alessandro fa il segno della croce.
Luigi esamina il pavimento. La macchia parte dal centro della stanza, si allunga verso il grande camino di pietra. Una scia interrotta. Come se qualcuno, o qualcosa, fosse stato trascinato.
Segue la scia con lo sguardo. Si ferma davanti al camino. Il fuoco è basso, solo braci incandescenti. Ma c'è qualcosa. Un oggetto scuro, parzialmente nascosto dalla legna accatastata.
Si avvicina. Si inginocchia.
È una scarpa. Una scarpa da uomo, nera, di cuoio lucido. Elegante. Consumata sul tacco.
La solleva con due dita. È pesante, bagnata.
"Di Giacomo," dice Luigi, senza voltarsi. "Le scarpe che indossava."
Marco Fontana sbuffa. "Il maggiordomo? Probabilmente si è tagliato affettando il prosciutto. Sono ipersensibili."
Nessuno ride.
Luigi si alza, posa la scarpa sul bordo del camino. I suoi occhi percorrono la stanza. I libri sugli scaffali. Le poltrone. La sedia a dondolo che oscilla leggermente, come se qualcuno si fosse appena alzato.
Il suo sguardo si ferma sulla parete di fondo, accanto alla porta che conduce forse alle cucine. Una delle pesanti tende di velluto è stranamente gonfia alla base. Come se nascondesse qualcosa.
Fa un passo verso di essa. Poi un altro.
Vittoria lo segue, gli occhi fissi sulla tenda.
Luigi allunga una mano. Afferra il pesante tessuto. Lo tira da parte.
Giacomo è seduto a terra, appoggiato al muro. La testa è reclinata all'indietro, la bocca semiaperta. I suoi occhi, sempre così sfuggenti, ora fissano il soffitto con un'espressione di sorpresa congelata. La sua livrea nera è imbrattata di una macchia più scura che parte dal centro del petto e si allarga. Umida. Lucida.
Accanto alla sua mano aperta, sul pavimento di marmo, c'è un oggetto piccolo e metallico. Luigi si china.
È un temperino. Un semplice temperino da tasca, con il manico di corno. La lama è estesa. Pulita.
"Non è quello che l'ha ucciso," mormora Vittoria, osservando la ferita sul petto. "Una lama così corta... non avrebbe causato quel flusso. E la ferita è... più grande."
Padre Alessandro si avvicina, il volto scavato dalla luce delle braci. "Dio abbia pietà della sua anima."
"La pietà può aspettare," ringhia Marco Fontana, ma la sua voce è meno sicura di prima. I suoi occhi scrutano le ombre della stanza. "Dov'è l'arma vera? E dov'è il nostro amabile ospite?"
Luigi ignora la domanda. Studia la scena. La posizione del corpo. La scia di sangue. La scarpa trovata lontana. "Non è stato ucciso qui."
"Come?" chiede Elena, la voce un filo di suono.
"La scia di sangue. Parte da qui, ma la concentrazione maggiore è al centro della stanza. È stato colpito lì. Poi è caduto, o è stato fatto cadere. Poi è stato trascinato fino qui, dietro la tenda." Indica la scarpa. "L'ha persa durante il trascinamento."
"Perché nasconderlo?" chiede Vittoria, pensierosa. "Per guadagnare tempo? Per farci trovare il corpo più tardi?"
"O per farci trovare *noi* qui, con lui," dice Luigi, guardandosi intorno. "Con la prova del delitto."
Un brivido percorre il gruppo.
In quel momento, un rintocco profondo e vibrante squarcia il silenzio.
Uno. Due. Tre.
Viene dall'alto. Dal piano superiore.
"Sette," conta sottovoce Carla Benedetti. La sua voce è un fantasma. "Le sette. L'ora della cena."
Il rintocco continua. Quattro. Cinque. Sei. Sette.
Con l'ultimo rintocco, la porta principale del salone, quella che dà sull'atrio, si apre lentamente.
Giacomo non c'è ad aprirla.
In piedi sulla soglia, c'è una donna.
La donna, Beatrice, non batte ciglio. Il suo sguardo passa dal corpo a loro.
"La cena è servita nella sala da pranzo," dice. La voce è roca, profonda, come levigata dal fumo e dai comandi. "Il padrone di casa si scusa per il ritardo. Vi attende."
Elena scoppia in una risata nervosa, strozzata. "Attende? Con un uomo morto nel salone?"
Beatrice inclina appena la testa. "Giacomo ha avuto un incidente. Verrà sistemato dopo. Per ora, la cena non può attendere. Seguitemi, per favore."
Si volta e inizia a camminare lungo l'atrio, senza voltarsi indietro, come certa che la seguiranno.
Gli ospiti si guardano. Un silenzio carico di orrore e incredulità.
Marco Fontana è il primo a muoversi. Si sistema la cravatta. "Beh, non si fa aspettare un ospite. E io ho fame." Si incammina dietro di lei.
Vittoria lancia a Luigi uno sguardo eloquente. *È pazzo?* sembra dire.
Luigi fissa il corpo di Giacomo, poi la porta dove è scomparsa Beatrice. La partita è iniziata, aveva detto il biglietto. E le mosse vengono dettate dalla casa. Seguire è l'unica opzione, per ora.
Fa un cenno del capo. Uno alla volta, escono dal salone, lasciando Giacomo solo con le braci che si spengono.
Beatrice li conduce attraverso un passaggio laterale dell'atrio, una porta nascosta in un'alcova. Scendono una breve scalinata di pietra, più fredda, più umida. L'aria sa di cantina, di terra e di vecchio legno.
La sala da pranzo è una stanza lunga e stretta, con un tavolo di quercia scura così massiccio che sembra crescere dal pavimento. Può ospitare venti persone. Sono apparecchiati solo sei posti, uno a ogni lato, tre per parte. I posti in fondo e a capotavola sono vuoti.
Candelabri d'argento alti e sottili illuminano la stanza con una luce tremula. I piatti sono di porcellana bianca e blu, finissima. I bicchieri di cristallo tagliato brillano. Tutto è perfetto, irreale, dopo ciò che hanno appena visto.
Beatrice indica i posti. Su ogni piatto, c'è un cartoncino con un nome scritto in corsivo elegante.
Luigi trova il suo. È seduto a metà tavolo, di fronte a Vittoria. Alla sua sinistra c'è il posto di Elena, alla sua destra quello di Padre Alessandro. Di fronte a Elena c'è Marco, di fronte al Padre c'è Carla. I posti alle estremità sono vuoti.
Si siedono. Il rumore delle sedie che scricchiolano sul pavimento di legno è assordante nel silenzio.
Beatrice sparisce attraverso una porticina laterale.
Per un minuto, nessuno parla. Osservano le posate d'argento, i bicchieri, le proprie mani.
È Marco a rompere l'incantesimo. Prende il tovagliolo di lino, se lo sistema in grembo. "Allora. Sembra che il nostro ospite abbia un macabro senso dell'umorismo. Un morto come antipasto."
"Non è divertente," sibila Elena. Le sue mani, sul tavolo, tremano leggermente.
"Chi era quella donna?" chiede Vittoria, rivolta a tutti e a nessuno. "La cuoca? Un'altra serva? Quanti sono qui dentro?"
"E dove sono gli altri?" aggiunge Luigi, guardando i sei posti. "Noi siamo sei. I posti sono sei. L'ospite non cena con noi."
Padre Alessandro ha gli occhi chiusi, le labbra che si muovono in silenzio.
Carla fissa il posto vuoto in fondo al tavolo, quello che dovrebbe essere del padrone di casa. "Ci sta osservando," dice, piano. "Da qualche parte. Ci sta guardando sedere a questo tavolo, dopo... dopo quello. È tutto parte dello spettacolo."
La porticina si riapre. Beatrice rientra, spingendo un carrello d'argento con una zuppiera di porcellana. La posa su un credenzione, poi inizia a servire, con movimenti efficienti e silenziosi. Versa una crema densa e color avorio in ogni piatto. Profuma di funghi porcini e tartufo.
Serve Luigi per ultimo. Quando si china, Luigi vede che il suo grembiule immacolato ha una piccola macchia, quasi impercettibile, sul bordo. Una macchia brunastra. Come ruggine. O sangue secco.
Beatrice si raddrizza, sentendo il suo sguardo. I loro occhi si incrociano per un secondo. I suoi sono piatti, opachi, come quelli di un pesce. Poi annuisce leggermente. "Buon appetito."
Esce di nuovo, lasciandoli con il profumo ricco della zuppa e il gelo che si è insinuato nelle loro ossa.
Nessuno tocca il cucchiaio.
"Potrebbe essere avvelenata," dice Elena, guardando la sua ciotola come se contenesse un ragno.
"Se volessero avvelenarci, ci sarebbero modi più semplici," obietta Luigi, ma non fa movimento per mangiare.
Vittoria prende il suo cucchiaio d'argento. Lo esamina contro la luce della candela. "È un messaggio. Tutto qui è un messaggio. L'invito. Le camere. Il libro. Il fascicolo. La fotografia. L'abito. Il... corpo. E ora questa cena. Siamo dentro a una storia già scritta. E dobbiamo recitare la nostra parte fino alla fine."
"Quale fine?" chiede Marco, ma per la prima volta non c'è sfida nella sua voce. Solo una stanchezza improvvisa.
"La fine che l'autore ha deciso," dice Luigi. Prende il cucchiaio. Lo immerge lentamente nella zuppa. La crema è vellutata, calda. La porta alle labbra.
Tutti trattengono il respiro.
Luigi assaggia. Deglutisce. Mette giù il cucchiaio. "È solo zuppa. Buona, peraltro."
Un sospiro collettivo, quasi deluso.
Uno a uno, iniziano a mangiare. Il suono dei cucchiai sulla porcellana è l'unico rumore. Masticano senza gusto, ingoiano per fare qualcosa.
A metà della zuppa, le luci delle candele sussultano.
Una corrente d'aria fredda attraversa la stanza.
La porta principale della sala da pranzo, quella attraverso cui sono entrati, non quella della cucina, si apre lentamente.
Non c'è nessuno sulla soglia.
Ma sul pavimento, appena dentro la stanza, c'è un oggetto.
È un altro foglio di carta avorio. Identico a quello trovato da Luigi in camera.
È piegato a metà.
Luigi si alza. Le sue gambe sono di legno. Attraversa la stanza, i passi che echeggiano. Si china. Raccoglie il foglio.
Lo apre.
La scrittura è la stessa. Corsivo elegante, inchiostro nero.
Legge ad alta voce, voce che cerca di essere ferma:
"Bravi ospiti. Spero apprezziate la cena. Il primo atto è concluso. Il secondo sta per iniziare. Ognuno di voi custodisce un pezzo della verità. Ognuno di voi ha una colpa. Prima del dolce, una confessione. La più leggera sarà la prima a essere assolta. La più grave... pagherà il conto. Avete fino alla fine della portata principale. Il tempo scorre. Buona cena."
Luigi alza lo sguardo dal foglio. I volti intorno al tavolo sono maschere di ghiaccio illuminate dal tremolio delle candele.
Ognuno guarda l'altro. Con diffidenza. Con paura. Con accusa.
Il silenzio che segue non è più solo orrore.
È un silenzio che taglia, carico di segreti pronti a esplodere.
Il secondo atto è iniziato.