Il click della serratura risuona nel silenzio della camera.
Luigi Milatti rimane immobile. Foglio di carta avorio stretto tra le dita. Ascolta. Niente passi nel corridoio. Solo il ticchettio dell’orologio a pendolo, da qualche piano sotto. Un battito costante, meccanico.
Si avvicina alla porta. Legno pesante, scuro. Poggia l’orecchio contro il pannello freddo. Niente.
Gira la maniglia. Freddo ottone. Scatta, ma la porta non cede. Chiusa dall’esterno.
Si volta. Osserva la camera. Ampia, mobili d’epoca. Letto a baldacchino con tende di velluto pesante. Caminetto spento, nera bocca spalancata. La scrivania con la lampada accesa getta un cono di luce gialla sul legno lucido. Sopra, uno specchio ovale riflette la sua immagine: uomo di mezza età, occhiali, espressione tesa.
Sul letto, accanto al cuscino, un libro. Si avvicina. Copertina di cuoio consumato, titolo in oro sbiadito: *L’Enigma della Camera Chiusa* di A. R. Innes. Un giallo antico. Apre la prima pagina. Ex libris: una piccola incisione di un albero stilizzato. Lo stesso stemma della busta d’invito.
Mette da parte il libro. Torna al messaggio. Lo rilegge alla luce della lampada.
*"Lei che scrive di delitti perfetti, riconoscerà l'imperfezione in questo? La prima mossa è stata fatta. La partita è iniziata. Osservi. Non scriva. Per ora."*
Nessuna firma. Calligrafia precisa, inclinata.
Una partita. Lui è un pedone? O un giocatore?
Si avvicina alla finestra. Tira le pesanti tende di broccato. Vetro freddo contro le nocche. Fuori, il buio è totale. La nebbia ha inghiottito i vigneti. Solo il riflesso della sua lampada sul vetro, un fantasma giallo nella notte.
Poi, un movimento. Una luce. Al secondo piano, nell’ala opposta della villa. Una finestra si illumina. Breve, poi si spegne. Come un segnale.
Qualcuno è là fuori. Qualcuno che guarda.
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**Camera numero cinque.**
Vittoria Salvini non ha toccato la valigia. Rimane in piedi al centro della stanza, il fascicolo di cartoncino grigio in mano. Lo ha trovato sulla scrivania, posato con precisione geometrica accanto al calamaio vuoto.
Apre la copertina. Prima pagina: il suo nome. Vittoria Salvini. Data di nascita. Indirizzo di Milano. Nome della madre. Padre deceduto. Tutto corretto.
Gira pagina. Fotocopie di articoli di giornale. *L’Avvocato d’Acciaio vince contro la Fontana Biotech*. *Salvini ottiene risarcimento record per le famiglie delle vittime del trial clinico FarmaX*. I suoi successi.
Poi, altre pagine. Documenti che non dovrebbero esistere fuori dal suo studio. Bozze di strategie difensive per clienti discutibili. Appunti confidenziali su casi archiviati. Una fotografia sgranata: lei, più giovane, all’uscita di un tribunale, il viso scavato dalla stanchezza.
Chi ha messo insieme questo dossier? Chi sa così tanto?
Chiude il fascicolo. Lo stringe. Le nocche sbiancano. Non è spaventata. È arrabbiata. Un’invasione calcolata. Una dimostrazione di potere.
Esce dalla camera. Il corridoio è lungo, illuminato da fioche applique a muro che proiettano cerchi di luce sul tappeto rosso consumato. Porte di legno scuro, tutte chiuse. Targhette di ottone con i numeri.
Cammina. I tacchi delle sue scarpe affondano nel tappeto, silenziosi.
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**Camera numero uno.**
Marco Fontana ha svuotato il contenuto del cassetto del comodino sul letto di seta. Fazzoletti di lino. Una scatola di fiammiferi con lo stemma della villa. Una Bibbia antica.
E la fotografia.
La solleva alla luce del lampadario di cristallo. Bianco e nero, bordi sfrangiati. Una donna. Giovane. Capelli chiari, mossi dal vento. Sorride, ma gli occhi sono tristi, lontani. Sullo sfondo, un mare indistinto.
Non la riconosce.
Gira la foto. Sul retro, una scritta a matita, sbiadita: *Per tutto quello che non è stato. M.*
M. Marco? Impossibile. Non ricorda. Ma un groppo freddo gli si forma nello stomaco.
Strappa la fotografia a metà. Poi in quattro. Getta i pezzi nel caminetto freddo. Si sistema la cravatta allo specchio. Il suo riflesso è solido, controllato. L’imprenditore. Il vincitore.
Ma gli occhi, nello specchio, scrutano la porta. In attesa.
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**Camera numero sei.**
Elena Russo fissa l’abito. È appeso all’interno dell’armadio a muro, su una gruccia di legno scuro. Un abito da sera lungo, nero, di seta opaca. Taglio semplice, elegante. Accanto, un paio di scarpe con tacco sottile.
Sul ripiano inferiore dell’armadio, un biglietto di carta pesante.
*Per la cena.*
Non lo tocca. Indietreggia. Il suo tailleur rosso fuoco sembra uno schiaffo di colore nella camera sobria. Si sente nuda, esposta. Qualcuno ha previsto il suo arrivo. Ha previsto le sue dimensioni.
Si avvicina alla porta. La apre di uno spiraglio. Il corridoio è deserto. In lontananza, sente una voce bassa. Umana.
Esce. Cammina verso il suono.
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**Camera numero due.**
Padre Alessandro Neri è inginocchiato sul pavimento di legno, davanti al piccolo crocifisso di ottone appeso al muro. Le mani giunte, le nocche prominenti. Le labbra si muovono in una preghiera silenziosa.
I suoi occhi sono chiusi, ma le palpebre tremano.
Nella stanza c’è un odore. Non di muffa o di cera. Un odore dolciastro, familiare. Incenso. Lo stesso tipo usato nella sua chiesa a Firenze.
Apre gli occhi. Il crocifisso è antico, il Cristo sofferente. Sotto di esso, sul comodino, c’è un rosario. Di legno scuro, grani consumati dall’uso. Non è il suo.
Si alza. Le ginocchia scricchiolano. Prende il rosario. Lo fa scorrere tra le dita. Un gesto automatico, consolatorio.
Ma la consolazione non arriva. Solo il ricordo di una confessione, ascoltata anni fa, in un altro luogo. Una voce spezzata dal rimorso. Una storia di omissione, di silenzio che ha portato alla morte.
Mette via il rosario. Esce. Deve trovare gli altri.
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**Camera numero quattro.**
Carla Benedetti è seduta sulla sponda del letto. Le mani intrecciate in grembo. Respira profondamente.
L’odore è ovunque. Un profumo. Non un profumo moderno. Qualcosa di antico, di floreale e speziato insieme. Gardenia e sandalo. Lo conosce.
Era il profumo di sua figlia. Sofia.
Lo comprava in una piccola profumeria di Firenze. Un lusso per una studentessa universitaria. "È il mio profumo, mamma. Solo mio."
Carla chiude gli occhi. L’odore la avvolge, la trasporta indietro di dieci anni. Nel salotto di casa, la luce del pomeriggio, Sofia che studia sul divano, una ciocca di capelli scuri che le cade sugli occhi.
Poi, il vuoto. La polizia alla porta. L’incidente. La macchina fuori strada. Il guidatore mai trovato.
Apre gli occhi. La stanza è vuota. Ma il profumo persiste. Un messaggio. Una tortura.
Si alza. Apre la borsa. Ne estrae una fotografia incorniciata. Sofia, a vent’anni, sorridente. La bacia delicatamente, poi la ripone.
Esce in corridoio. Deve chiedere. Deve sapere.
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**Corridoio del secondo piano.**
Luigi ha provato la porta ancora due volte. Niente. Ha esaminato la serratura. Antica, complessa. Niente grimaldelli a portata di mano. Solo la sua mente che lavora, veloce, come sulle pagine di un suo romanzo.
Chi lo ha chiuso dentro? Perché? Il messaggio parla di una "prima mossa". Questa è la seconda? O fa parte della stessa?
Un rumore fuori. Passi.
"Pronto?" chiama, voce bassa. "C'è qualcuno?"
I passi si fermano. Poi si avvicinano. Una figura scura attraverso la fessura sotto la porta.
"Milatti?" La voce di Vittoria Salvini. Tagliente, controllata.
"Sì. Sono chiuso dentro. La serratura è scattata."
Un attimo di silenzio. Poi un metallico scorrere. Qualcosa di sottile infilato nella fessura tra porta e stipite. Una lama? Una carta di credito?
Un click. Più secco del primo.
La maniglia gira dall'esterno. La porta si apre.
Vittoria è lì, in piedi nel corridoio. Tiene in mano una sottile forcina per capelli, nera. La fa scivolare in tasca con un gesto fluido.
"Grazie," dice Luigi, uscendo. Il corridoio sembra più vasto, più minaccioso, ora che è libero.
Vittoria non sorride. Tiene il fascicolo grigio stretto al petto. "Non è l'unica cosa strana."
Gli mostra la copertina. Il suo nome.
Luigi fissa il dossier. Poi guarda Vittoria. "Cosa c'è dentro?"
"Troppo." Lo apre, gli mostra una pagina. La fotografia sgranata di lei al tribunale. "Questo è stato scattato sette anni fa. L'originale è nel mio archivio privato. A Milano."
"Qualcuno ha avuto accesso," dice Luigi. Non una domanda. Una constatazione.
"Qualcuno sa. Qualcuno ci sta studiando." La voce di Vittoria è piatta, professionale, ma c'è una tensione sottile alle labbra. "Perché siamo qui, Milatti? Davvero."
Altri passi. Arrivano da entrambe le estremità del corridoio.
Da sinistra, Elena Russo. Il volto pallido, gli occhi che vanno dal dossier in mano a Vittoria alla porta aperta di Luigi. "Anche a voi...? Nell'armadio. C'è un abito. Per me."
Da destra, Padre Alessandro e Carla Benedetti insieme. Lui sembra aver invecchiato di dieci anni in un'ora. Lei ha gli occhi rossi, ma asciutti.
"Padre?" chiede Luigi.
"Un rosario. Non mio." La voce del prete è un sussurro roco. "E un odore... di incenso. Del tipo che uso io."
Carla non parla. Guarda oltre le loro spalle, verso la porta della camera numero uno. Quella di Marco Fontana.
La porta si apre.
Marco Fontana esce. Giacca impeccabile, espressione impassibile. Ma una piccola tensione alla mascella tradisce il controllo. I suoi occhi scorrono sul gruppo, sul dossier di Vittoria, sulle facce tese.
"Allora," dice, voce troppo alta per il corridoio silenzioso. "Anche voi avete ricevuto i... regali di benvenuto?"
"Cos'hai trovato tu, Fontana?" chiede Vittoria, senza preamboli.
Marco esita. Un attimo, brevissimo. "Nulla di importante. Sciocchezze."
"Una fotografia," dice Carla Benedetti. La sua voce, di solito così dolce, è un filo di ghiaccio. "Hai trovato una fotografia, vero? Di una donna."
Marco la fissa. Il suo volto perde un po' del colore artificiale. "Come lo sai?"
"Perché so chi l'ha messa lì," sussurra Carla. Le lacrime finalmente le lucidano gli occhi, ma non cadono. "So perché siamo qui. Tutti."
Il silenzio che segue è rotto solo dal ticchettio distante dell'orologio. Più forte, ora. Come un cuore meccanico della villa.
"Spiega," ordina Vittoria.
Carla fa un respiro profondo. Guarda ognuno di loro. "Dieci anni fa. Una ragazza. Mia figlia. Sofia Benedetti. Morì in un incidente d'auto. Su una strada di campagna, come quella che porta qui. L'auto andò fuori strada. Il guidatore... non fu mai trovato. La polizia archiviò il caso come tragico incidente."
"Che c'entriamo noi?" chiede Marco, ma la sua voce non è più così sicura.
Carla lo fissa. "Quella sera, Sofia non era sola. Aveva un appuntamento. Con un uomo. Un uomo che non si presentò mai alla stazione di polizia per fare dichiarazioni. Un uomo che la stampa non nominò mai, perché la sua azienda... la sua potente azienda... fece pressioni."
Gli occhi di tutti vanno a Marco Fontana.
Lui scatta indietro. "Assurdo! Non sapevo nemmeno chi fosse tua figlia!"
"Ma la conoscevi," insiste Carla, un tremito nella voce. "Eri tu l'uomo. L'uomo che doveva incontrarla quella sera. L'uomo di cui stava scrivendo un articolo. Sui trial clinici della Fontana Biotech. Sui dati falsificati."
"Bugie!" ringhia Marco. "Diffamazione! Provalo!"
"Non posso," dice Carla, e la disperazione finalmente spezza la sua voce. "Perché tutte le prove sparirono. Come l'autista che la tamponò e la fece finire fuori strada. Come la verità."
Si volta verso gli altri. "E non è l'unica. Ognuno di voi... in qualche modo, siete legati a quella notte. Alla morte di mia figlia. O alla copertura che ne è seguita."
Guarda Vittoria. "Lei, avvocato Salvini, difese in un secondo momento le famiglie delle vittime di quei trial. Ma all'inizio... il suo studio rifiutò il caso. Perché?"
Vittoria impallidisce. Stringe il dossier fino a far scricchiolare la cartoncino.
Guarda Padre Alessandro. "Lei, Padre. Sentì la confessione di qualcuno coinvolto. Qualcuno che sapeva. E mantenne il segreto."
Il prete abbassa la testa. Le sue labbra si muovono in una preghiera muta.
Guarda Elena. "Lei, signorina Russo. Sta indagando sullo stesso scandalo, anni dopo. Ma perché proprio ora? Cosa ha scoperto?"
Elena non risponde. Fissa le sue scarpe.
Infine, guarda Luigi. "E lei, signor Milatti. Lo scrittore. Il narratore di storie. Suo fratello... morì molti anni fa, ha detto. In circostanze mai chiarite. C'entra forse con una clinica privata? Con una cura sperimentale?"
Luigi sente il gelo diffondersi nello stomaco. Suo fratello, Andrea. La leucemia. La cura costosa, sperimentale, offerta da una clinica svizzera. I soldi raccolti a fatica. La morte rapida, comunque. I sospetti mai confermati sul farmaco usato.
Non risponde. Non deve. L'espressione sul suo volto è risposta sufficiente.
"Vedete?" sussurra Carla. "Non siamo estranei. Siamo collegati. Da un filo nero. Da una morte. E qualcuno... qualcuno che sa tutto... ci ha riuniti qui."
Il gruppo rimane in silenzio nel corridoio. Sei persone legate da un segreto mortale. Sei potenziali bersagli.
È in quel momento che il suono arriva.
Non è il ticchettio dell'orologio.
È un urlo. Breve, strozzato. Venire dal piano di sotto. Dal salone.
Poi, un tonfo sordo.
Seguito da un silenzio più profondo, più spaventoso, di qualsiasi rumore.
Luigi, Vittoria, Elena, Padre Alessandro, Carla e Marco si guardano. Per un secondo, nessuno si muove.
Poi Luigi scatta verso le scale. Gli altri lo seguono, una discesa silenziosa e precipitosa nel cuore oscuro di Villa Belvedere.
La partita è davvero iniziata.
E la prima pedina potrebbe essere già caduta.