Capitolo 2

Capitolo 2

Il pulmino nero percorre il viale di cipressi. Un chilometro perfetto, dritto come una spada. Gli alberi scuri si stagliano contro il cielo plumbeo del crepuscolo. Le foglie autunnali, gialle e arancioni, volteggiano in piccole spirali davanti ai fari.

Luigi Milatti preme il viso contro il finestrino freddo. Osserva la villa che si avvicina. Una massa ocra e severa, con il tetto di cotto. Le finestre del secondo piano hanno le persiane verdi. Chiuse. Tutte. Un dettaglio che registra. Come annotare una battuta su un taccuino invisibile.

Il veicolo si ferma sul selciato del cortile circolare. Una fontana di pietra al centro, asciutta. Renzo spegne il motore. Il silenzio che segue è assoluto.

La portiera scorrevole si apre con un sibilo d’aria.

Elena Russo scende per prima. Un movimento rapido, nervoso. Indossa un tailleur rosso fuoco, un colore che grida nel grigio del cortile. I tacchi altissimi scricchiolano sulla ghiaia. Si sistema la giacca con un gesto secco. I suoi occhi verdi scrutano la facciata, poi gli altri ospiti che scendono.

Padre Alessandro Neri si alza con lentezza. Si volta verso Carla Benedetti, ancora seduta. Le offre una mano magra, dalle vene in rilievo.

“Permetta.”

Carla Benedetti lo guarda. Un attimo di esitazione. Poi appoggia la sua mano piccola e rugosa nella sua. Scende con un piccolo sospiro. “Grazie, Padre.”

Marco Fontana è già sceso dall’altro lato. Non guarda nessuno. Si avvicina alla fontana asciutta. Estrae un portasigarette d’argento. Ne accende una. Il fumo si alza lento nell’aria immobile. Osserva la villa attraverso la nicchia di fumo. Valuta.

Vittoria Salvini scende dopo Luigi. Si sistema il cappotto di lana. Il suo sguardo va subito a Renzo, che sta scaricando i bagagli dal portabagagli.

“Renzo.”

L’autista si ferma. Volto impassibile.

“Chi è il padrone di casa?” chiede Vittoria. Voce chiara, professionale. L’avvocato che interroga un testimone.

Renzo non la guarda negli occhi. Fissa un punto oltre la sua spalla. “Non sono autorizzato a dirlo, signora.”

“Autorizzato da chi?”

“Dall’incarico.” Risposta circolare. Vuota. Riprende a sollevare una valigia.

Vittoria incrocia le braccia. Non insiste. Ma il suo mento si irrigidisce.

Carla Benedetti si è allontanata dal gruppo. I suoi passi lenti la portano verso Elena Russo, che sta fissando una finestra al primo piano. Carla si ferma accanto a lei. La studia di profilo.

“Mi scusi, signorina.”

Elena si volta. Un sopracciglio alzato.

“Non ci siamo già incontrate da qualche parte?” chiede Carla. La voce è gentile, ma c’è una punta di certezza. “Forse… a Grosseto? Qualche anno fa?”

Elena Russo la fissa. I suoi occhi si restringono di una frazione. Un muscolo guizza alla mascella. “Non credo proprio.” La voce è piatta, gelida. “Si sbaglia.”

Si volta di nuovo verso la villa, ponendo fine alla conversazione. Le sue dita, però, stringono la tracolla della borsa fino a sbiancare le nocche.

Carla Benedetti annuisce lentamente. Non sembra convinta. Si allontana, le mani intrecciate davanti al suo cappotto sobrio.

Il portone principale di legno massiccio si apre. Non uno scricchiolio. È ben oliato.

Sulla soglia appare Giacomo. Silenzioso come un'ombra. Aspetta che tutti gli sguardi si posino su di lui.

“Benvenuti a Villa Belvedere.” La voce è secca, senza inflessione. “Sono Giacomo, il maggiordomo. Il padrone di casa vi attende in salone. Se avete la cortesia di seguirmi.”

Non sorride. Fa un cenno con la mano, un gesto minimo, e si volta per entrare.

Gli ospiti si scambiano un ultimo sguardo. Marco Fontana butta la sigaretta nella polvere della fontana e la schiaccia con la punta lucida della scarpa. È il primo a muoversi, superando gli altri con passo sicuro. Vittoria lo segue, la schiena dritta. Padre Alessandro e Carla entrano insieme, lui con il capo leggermente chino, lei con lo sguardo che raccoglie ogni dettaglio dell’atrio. Elena esita un attimo, poi entra con decisione.

Luigi Milatti rimane per ultimo. L’istinto dello scrittore. Osservare l’ingresso degli altri personaggi nella scena.

Oltrepassa la soglia.

L’atrio è alto, freddo. Un pavimento a scacchi bianco e nero di marmo lucido. L’aria odora di cera per mobili, di chiuso e di un vago sentore di muffa, nascosto sotto.

Luigi alza lo sguardo. Sulla parete di fronte, sopra un tavolino barocco dalle gambe ricurve, è appeso un ritratto.

Si avvicina.

È una donna in abito settecentesco. Una dama. Lo sfondo è scuro, il viso pallido ed elegante. Ma qualcosa non va.

Luigi si sporge. Gli occhiali gli scivolano un poco sul naso.

Gli occhi della donna nel ritratto sono stati cancellati. Non danneggiati dal tempo. Cancellati di proposito. Due chiazze di colore scuro, quasi nero, coprono gli occhi e parte della fronte. Il resto del dipinto è intatto. Le mani delicate, il tessuto del vestito, lo sfondo di colonne. Solo gli occhi, obliterati.

Un brivido gli corre lungo la schiena. Non è arte. È un messaggio.

“Signor Milatti.” La voce di Giacomo risuona nell’atrio. È rimasto in disparte, vicino a un’arcata che conduce al corridoio. “Gli altri sono già in salone.”

Luigi si volta. Annuisce. Segue il maggiordomo, ma l’immagine del ritratto gli rimane impressa sulla retina. Occhi ciechi che guardano nel vuoto.

Il salone è vasto. Soffitti affrescati con angeli e nuvole sbiadite dal tempo. Un enorme camino di pietra dove arde un fuoco vivo. Le fiamme danzano, proiettando ombre mobili sulle pareti tappezzate di damasco rosso scuro.

Gli ospiti sono disposti in un semicerchio imbarazzato. Nessuno si è seduto. Stanno in piedi, distanti l’uno dall’altro, come pezzi degli scacchi all’inizio della partita.

Marco Fontana è vicino al camino, le mani aperte verso il calore. Vittoria Salvini esamina i libri in uno scaffale alto, il dito che sfiora i dorsi senza leggerne i titoli. Elena Russo fissa il fuoco, il riflesso delle fiamme nei suoi occhi. Padre Alessandro Neri ha le mani giunte davanti a sé, le labbra che si muovono in una preghiera silenziosa. Carla Benedetti si è seduta infine su una piccola sedia a dondolo vicino alla finestra. Dondola appena. Avanti e indietro. Un movimento ipnotico e inquietante.

Non c’è traccia del padrone di casa.

Giacomo si ferma al centro della stanza. Si schiarisce la gola.

“Il padrone di casa si scusa per il ritardo. Un imprevisto lo trattiene. Vi prega di accomodarvi. La cena sarà servita tra un’ora nel salone da pranzo.” Fa una pausa. “I vostri bagagli sono stati portati nelle rispettive camere, al secondo piano. Le scale sono alla fine del corridoio principale. Le camere sono contrassegnate dai vostri nomi.”

Si volta per andarsene.

“Un momento.” La voce di Vittoria è tagliente. Tutti si voltano. “Chi è il nostro ospite? E perché siamo qui?”

Giacomo si ferma. Non si volta completamente. Profilo tagliente contro la luce del camino. “Domande che dovrete rivolgere a lui direttamente, signora Salvini. Io servo. Non interrogo.”

Esce. I suoi passi non fanno rumore sul tappeto pesante.

Il silenzio che lascia è più pesante di prima.

Marco Fontana rompe la tensione con una risatina breve, senza gioia. “Mistero e suspence. Mi piace.” Si volta verso gli altri. “Allora? Nessuno ha il coraggio di ammettere di non sapere perché diavolo siamo qui?”

“Io so perché sono qui.” Tutti guardano Elena Russo. Ha parlato a denti stretti, ancora rivolta verso il fuoco. “Per un articolo. O quello che ne rimane.”

“Quale articolo?” chiede Luigi. La domanda gli sfugge prima che possa trattenerla. L’istinto della trama.

Elena si volta. I suoi occhi verdi lo scrutano, poi si spostano su Marco Fontana. “Uno su una certa azienda farmaceutica. Su certi trial clinici andati male. Su certe morti convenienti.”

Marco non batte ciglio. Un sorriso sottile gli incide le labbra. “Ah. La crociata della giornalista. Mi dispiace deluderti, cara, ma quell’articolo non lo pubblicherà mai.”

“Perché lei lo ha impedito?” La voce di Vittoria è calma, analitica.

Marco si stringe nelle spalle. “Io? Io proteggo i miei interessi. Come farebbe chiunque. La legge, cara avvocato, è dalla mia parte. Sempre.”

Vittoria non replica. Ma il suo sguardo dice che sta già costruendo un caso. Nella sua testa.

Padre Alessandro alza la voce, per la prima volta. È un suono basso, stanco. “Forse… forse siamo qui per un’altra ragione. Una ragione che ci accomuna tutti.” Guarda Carla Benedetti. Lei ha smesso di dondolare. Lo fissa. “Un evento. Una… una perdita.”

Carla Benedetti stringe le mani in grembo. Le nocche sono bianche. “Mia figlia.” Dice solo quello. Due parole che cadono nel salone come sassi in uno stagno.

“Anche io ho perso qualcuno.” La voce di Luigi sorprende anche lui stesso. Tutti lo guardano. Si schiarisce la voce, imbarazzato. “Mio fratello. Molti anni fa.”

Un altro silenzio. Ognuno misura la rivelazione dell’altro. Cerca connessioni.

“Bene.” Marco Fontana batte le mani una volta, un suono secco che fa sobbalzare tutti. “Una riunione di orfani e reduci. Commovente. Io, per la cronaca, non ho perso nessuno. Eccetto un po’ di denaro in cause legali inutili.” Si avvia verso la porta. “Vado a vedere la mia camera. L’aria qui inizia a puzzare di psicodramma.”

Esce. I suoi passi risuonano nel corridoio.

Uno dopo l’altro, anche gli altri si muovono. Senza parlare. Vittoria esce con passo deciso. Padre Alessandro offre il braccio a Carla, che lo rifiuta con un piccolo, fermo scuotimento del capo, e esce da sola. Elena Russo lancia un’ultima occhiata al fuoco, poi a Luigi. Uno sguardo indecifrabile. Poi sparisce.

Luigi rimane solo nel salone. Il crepitio del fuoco è l’unico suono.

Respira a fondo. L’odore del legno bruciato, della polvere antica.

Si avvicina alla finestra. Sposta una pesante tenda di velluto.

Fuori, è scesa la notte. Una notte profonda, senza luna. Le colline sono inghiottite dal buio. Solo i contorni dei cipressi si stagliano contro un cielo leggermente meno nero.

Vede una luce. Una sola. Al secondo piano, nell’ala est della villa. Una finestra con le persiane verdi. Ora è illuminata.

Mentre guarda, l’ombra di una figura passa davanti alla finestra. Alta. Ferma. Rivolta verso il cortile. Verso di lui.

Poi la luce si spegne.

L’oscurità è totale.

Luigi lascia cadere la tenda. Il suo riflesso appare per un attimo nel vetro della finestra. Pallido. Solo.

Si volta verso la porta del salone. Il corridoio è buio, illuminato solo da qualche fioca applique a muro.

Prende la sua valigia, lasciata vicino a una poltrona. Si avvia verso le scale.

Ogni gradino scricchiola sotto i suoi piedi. Un suono antico, di lamento.

Al secondo piano, un lungo corridoio si estende in entrambe le direzioni. Tappeto rosso consumato. Una fila di porte di legno scuro. Ognuna con una piccola targhetta di ottone.

Trova la sua. “L. Milatti”.

La maniglia è fredda. Gira. La porta si apre senza rumore.

La camera è ampia, arredata con mobili pesanti d’epoca. Un letto a baldacchino. Un caminetto spento. Una scrivania.

Sulla scrivania, c’è una lampada accesa. E, sotto la luce del paralume, un foglio di carta.

La stessa carta avorio dell’invito.

Luigi si avvicina. Il cuore gli batte forte alle tempie.

Sul foglio, poche righe scritte a mano. La stessa calligrafia elegante, precisa.

*“Signor Milatti,*

*Lei che scrive di delitti perfetti, riconoscerà l’imperfezione in questo?*

*La prima mossa è stata fatta. La partita è iniziata.*

*Osservi. Non scriva. Per ora.”*

Non c’è firma.

Luigi solleva lo sguardo. Nello specchio sopra la scrivania, vede riflessa la porta della sua camera.

È socchiusa.

Un’ombra si muove nel corridoio, oltre la fessura. Si ferma.

Poi, lentamente, la porta inizia a chiudersi.

Da sola.

Un click silenzioso. La serratura che scatta.

Luigi trattiene il respiro. Ascolta.

Nessun passo nel corridoio. Nessun respiro.

Solo il ticchettio lontano di un orologio a pendolo, da qualche piano inferiore. Misura il tempo che passa.

È chiuso dentro.