La busta giace sul marmo della hall, un rettangolo di avorio perfetto contro il grigio scuro. Luigi Milatti la raccoglie. La carta è spessa, costosa. L’odore di inchiostro e di qualcosa di antico, di chiuso.
L’apre nel silenzio del suo appartamento milanese. Il rumore della carta che si strappa è secco, definitivo.
*Villa Belvedere*
*Strada Provinciale 14, Castellina in Chianti*
*Si prega l’onorevole presenza del Signor Luigi Milatti per una cena privata.*
*Sabato, ore 20:00.*
*Trasporto incluso dalla stazione di Siena, ore 17:30.*
Nessuna firma. Solo uno stemma in rilievo, un albero stilizzato. Luigi fissa le parole. Le dita sfiorano il bordo della carta. Poi ripiega il foglio con cura eccessiva, lo infila nella tasca interna della giacca. Si guarda intorno, nella stanza piena di libri e silenzio. Come se qualcuno potesse vederlo.
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A Roma, la luce del pomeriggio taglia obliqua la scrivania di Vittoria Salvini. La busta è identica. Avorio, stemma, nessun mittente. L’ha trovata in cima alla pila della corrispondenza, sopra le fatture e le citazioni in giudizio.
La legge in piedi. Il suo riflesso nell’ampia vetrata dell’ufficio è una silhouette rigida, immobile. Le labbra si serrano appena. Piega la lettera in quattro, angoli precisi. La fa scivolare nella borsa di pelle nera. Poi prende il telefono, digita un numero, ascolta. Niente. Solo un tono di occupato, monotono. Riattacca. Lo sguardo si perde verso i tetti della città.
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A Firenze, Marco Fontana sorride. Un sorriso che non raggiunge gli occhi. L’invito è apparso sulla sua scrivania, nel cuore della Fontana Biotech. Nessuno sa come.
Lo solleva, lo fa oscillare alla luce. La carta pesante luccica.
“Belvedere,” mormora. La voce è un basso ronzio nella stanza insonorizzata. Appoggia la lettera accanto a un contratto da milioni. Due mondi che si toccano. Si alza, si avvicina alla finestra. Guarda il traffico sotto di lui. Il sorriso svanisce. Resta solo una maschera di calcolo.
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Nell’atelier di Bologna, tra tessuti colorati e manichini, Elena Russo ha le dita macchiate di inchiostro. Ha strappato la busta con troppa forza. Legge veloce, gli occhi verdi che si spostano avanti e indietro sulle righe.
“Villa Belvedere,” sussurra. Un brivido le corre lungo la schiena, o forse è solo la corrente d’aria dalla finestra aperta. Afferra il telefono, scorre i contatti, preme un nome. Porta l’apparecchio all’orecchio. Aspetta. Dieci squilli. Quindici.
“Rispondi,” bisbiglia. Niente.
Riattacca. Fissa il numero sul display. Poi guarda la lettera. Un’espressione di sfida dura, eccitata, le illumina il viso. Come un segugio che ha fiutato una traccia.
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Nella sacrestia buia e polverosa di una chiesa a Montepulciano, Padre Alessandro Neri tiene la lettera con mano tremante. La luce di una candela tremola sullo stemma. Il suo respiro si fa affannoso, un suono stridulo nel silenzio.
Legge. Rileggé. Le labbra si muovono in una preghiera silenziosa. Incrocia le braccia sul petto, come per proteggersi. La carta cade sul vecchio leggio di legno. Lui la fissa, come se potesse prendere fuoco da un momento all’altro. Si volta verso il crocifisso appeso al muro. Chiude gli occhi. Le sue spalle, sotto la tonaca nera consumata, si incurvano sotto un peso invisibile.
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A Grosseto, nella cassetta postale di una villa silenziosa circondata da cipressi, Carla Benedetti trova la busta. La porta in cucina, sotto la luce fredda del neon.
La legge una volta. Poi una seconda. Una terza. Ogni parola viene pesata, assaggiata. Le sue mani, segnate dalle vene e dall’età, non tremano. Appoggia il foglio sul tavolo di formica, lo liscia con un gesto quasi materno. Si siede. Fissa il vuoto oltre la finestra, dove il giardino autunnale sta perdendo i suoi colori. Un solo, lungo sospiro esce dalle sue labbra. Di stanchezza. Di attesa finita.
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La stazione di Siena è un brusio di voci e annunci. L’aria odora di pioggia imminente e di caffè.
Luigi Milatti è in piedi con la sua valigia, gli occhi che scrutano la folla. Si sistema gli occhiali. È allora che la vede. Una donna alta, capelli neri raccolti in un nodo severo, un tailleur grigio che grida professionalità. La riconosce. La copertina di “Juris Italia” di due mesi prima. *Vittoria Salvini: l’avvocato che fa tremare le multinazionali*.
Lei lo fissa a sua volta. I loro sguardi si incrociano attraverso la folla. Un riconoscimento muto, carico di domande.
Vittoria si stacca dal pilastro su cui era appoggiata. Si avvicina con passo deciso. Si ferma a una distanza precisa, né amichevole né minacciosa.
“Milatti. Luigi Milatti, lo scrittore,” dice. Non è una domanda.
Luigi annuisce, un cenno secco.
Lei indica con un leggero movimento del mento la valigetta che lui stringe. “Anche lei è stato invitato alla Villa Belvedere, vero?”
La domanda pende nell’aria umida della stazione. Luigi cerca le parole, quelle che di solito affiorano così facilmente quando scrive. Adesso no.
“Sì,” riesce a dire. Poi aggiunge, quasi senza volerlo: “Anche lei.”
Un’auto nera, una Mercedes lucida come un insetto, scivola nel parcheggio antistante. La portiera posteriore si apre. Marco Fontana scende. Indossa un cappotto di cashmere scuro. Non guarda né Luigi né Vittoria. Ma si ferma un attimo, il volto ruotato appena nella loro direzione. Li osserva da lontano, attraverso il vetro della stazione. Un’ispezione rapida, fredda. Poi si volta, dice qualcosa all’autista, e rimane in piedi accanto all’auto, ad aspettare.
Un uomo in livrea nera appare come un fantasma tra la gente. Si dirige verso di loro. Renzo. Ha uno sguardo vuoto, professionale.
“Signor Milatti? Signora Salvini? Sono l’autista per Villa Belvedere. Se volete consegnarmi i bagagli.”
La sua voce è piatta, senza inflessioni. Prende la valigia di Luigi, poi si rivolge a Vittoria. Lei esita un attimo, poi gli porge una borsa da viaggio rigida. Renzo fa un cenno con il capo verso l’esterno, dove è parcheggiato un pulmino nero, opaco, senza finestrini laterali posteriori.
Marco Fontana, vedendo l’autista, fa un cenno al suo chauffeur. L’uomo prende un bagaglio elegante dal bagagliaio della Mercedes e lo porta al pulmino. Renzo lo carica senza un commento, senza un’occhiata a Marco, che ora si avvicina al gruppo.
Nessuno si saluta. Si studiano. Luigi, l’osservatore. Vittoria, la difensiva. Marco, l’arrogante. Un triangolo di silenzio sospeso.
Dalla folla emergono gli altri. Una donna minuta con capelli rossi come brace e uno zaino colorato. Elena Russo. I suoi occhi scattano da un volto all’altro, registrando, catalogando. Poco dopo, un uomo in abito talare nero, il viso segnato da una preoccupazione profonda. Padre Alessandro Neri. Si stringe al petto una vecchia valigia di cuoio. Infine, una signora anziana, vestita di scuro, che avanza con passo calmo. Carla Benedetti. Il suo sguardo dolce ma penetrante si posa su ciascuno di loro, come contandoli.
Renzo raccoglie ogni bagaglio, un pezzo dopo l’altro, e li carica nel ventre scuro del pulmino. Un rituale silenzioso.
Quando l’ultimo bagaglio è a bordo, Renzo apre la portiera posteriore del mezzo. Un’apertura nera.
“Prego,” dice semplicemente.
Luigi guarda gli altri. Vittoria è la prima a muoversi, un’espressione di determinazione scolpita sul viso. Sale. Poi Elena, con un’energia nervosa. Padre Alessandro segue, chinando il capo per entrare. Carla Benedetti sale con una calma inquietante. Marco Fontana entra per ultimo, dopo aver lanciato un’ultima occhiata circolare, come a controllare di non essere visto.
Luigi esita un secondo ancora. L’autunno toscano gli porta un brivido. Poi, stringendo la maniglia della sua valigetta, quella che contiene il blocco per gli appunti e una copia del suo ultimo romanzo, sale a sua volta nel pulmino.
La portiera si chiude con un tonfo sordo, smorzato.
Renzo prende posto al volante. Attraverso il parabrezza, la stazione di Siena inizia a scorrere via. Il pulmino si immette sulla strada provinciale, dirigendosi verso le colline che già cominciano a svanire nella prima, sottile coltre di nebbia serale.
All’interno del veicolo, nessuno parla. Il rombo del motore è l’unico suono. Ognuno guarda dal proprio finestrino, verso un paesaggio che diventa sempre più buio, sempre più remoto. Verso Villa Belvedere.