Luce grigia dell’alba filtra dalle alte finestre a lancetta della cappella. Dipinge strisce pallide sul pavimento di pietra. Padre Alessandro Neri è inginocchiato davanti all’altare di legno scuro. Le sue labbra si muovono in silenzio. Le dita stringono un rosario di legno consumato.
Un rumore. Leggero. Come un sasso che rotola.
Luigi Milatti si sveglia di soprassalto nel letto a baldacchino. Gli occhi si adattano al buio. Il rumore non viene dal corridoio. È più lontano. Più profondo. Si alza. Infila i pantaloni sopra il pigiama. Apre la porta.
Il corridoio è deserto. La luce dell’alba tinge di grigio il tappeto rosso consumato. Il rumore arriva di nuovo. Un tonfo sordo. Viene dall’ala est. Luigi cammina a piedi nudi sul pavimento freddo.
Bussa alla porta accanto. Quella di Vittoria.
La porta si apre dopo pochi secondi. Vittoria Salvini è già vestita. Capelli neri sciolti sulle spalle. Sguardo allerta. “Cos’è stato?”
“Non lo so. Viene da quella parte.”
Indica il corridoio verso est. Una porta bassa e massiccia che non hanno mai aperto.
Vittoria annuisce. Prende una torcia dalla sua borsa. “Andiamo.”
La porta non è chiusa a chiave. La maniglia di ferro è fredda. Luigi la gira. La porta cigola aprendosi su un breve corridoio in pendenza. L’aria è più fredda. Odora di incenso vecchio e umidità.
In fondo, un’altra porta. Di legno pesante con feritoie. È spalancata.
Luigi e Vittoria si scambiano un’occhiata. Avanzano.
La cappella privata è una stanza lunga e stretta. Volta a botte bassa. Banchi di legno scuro. In fondo, un altare semplice con una croce di ferro. E una figura inginocchiata.
“Padre Alessandro?” chiama Luigi a bassa voce.
La figura non si muove.
Vittoria punta la torcia. Il fascio di luce bianca illumina la schiena curva della tonaca nera. Le mani giunte. Il rosario stretto tra le dita.
Poi la luce scivola sul pavimento. Una pozza scura si allarga dalle ginocchia del prete. Riflette la luce in modo viscido.
Luigi fa un passo avanti. “Padre?”
Nessuna risposta. Solo il silenzio denso della cappella.
Luigi si inginocchia accanto a lui. Toccargli la spalla è come toccare un sacco di farina. Il corpo cede. Padre Alessandro rotola lentamente sul fianco. Gli occhi sono aperti. Vitrei. Fissi sulla volta. Dalla bocca semiaperta cola un filo di sangue scuro, quasi nero. Si è già rappreso agli angoli delle labbra. Le sue dita stringono il rosario con una forza spasmodica, le nocche bianche.
Vittoria trattiene il respiro. “Dio mio.”
Luigi esamina il volto. Nessun segno di violenza. Solo quel sangue dalla bocca. L’odore è acre. Dolciastro. Metallico. Conosce quell’odore. L’ha descritto in un romanzo.
“Veleno,” mormora. “Veleno per topi. Agisce sulle emozorragie. Sanguini dall’interno.”
Alza lo sguardo verso l’altare. Su una tovaglia di lino bianco sporca di polvere, c’è un calice di metallo semplice. È rovesciato. Una chiazza di vino rosso, quasi marrone, si è sparso sulla tovaglia. Si è mischiata a qualcos’altro. Una striatura più scura.
Marco Fontana appare sulla porta. È in vestaglia di seta. I capelli grigi sono arruffati. “Cosa succede? Ho sentito…” La frase muore quando vede il corpo. Il suo volto perde ogni colore. Poi si irrigidisce. “Un altro.”
Si avvicina. Fissa il calice rovesciato. “Ha bevuto.”
Carla Benedetti arriva dietro di lui. Si blocca sulla soglia. Una mano si porta alla bocca. I suoi occhi vanno dal corpo al calice, poi all’altare. Fissa un punto sulla tovaglia.
“C’è… c’è scritto qualcosa,” sussurra.
Vittoria avvicina la torcia. La chiazza di vino e sangue sulla tovaglia bianca non è casuale. Qualcuno ha usato un dito, o forse il bordo del calice, per tracciare delle lettere nel liquido rappreso. Le parole sono in corsivo, tremule.
*Il silenzio si paga.*
Carla legge ad alta voce. La sua voce è un filo di suono.
Luigi si alza. Le ginocchia gli scricchiolano. Si avvicina al corpo di Padre Alessandro. Con un gesto che gli costa, fruga nelle tasche della tonaca nera. La stoffa è ruvida e consumata. Nella tasca interna, le sue dita trovano qualcosa di freddo e metallico.
Tira fuori una chiave. È antica, di ottone pesante. Il manico è lavorato a forma di fiore. Sul fusto, un numero è inciso profondamente: **7**.
La mostra agli altri. “L’aveva addosso.”
Vittoria fissa la chiave. Poi guarda Luigi. “Le camere al secondo piano sono sei. Da uno a sei.”
Luigi annuisce lentamente. “Esatto. Quindi… dove porta la chiave numero sette?”
Marco Fontana non guarda più il corpo. Guarda la porta della cappella. Poi guarda loro. I suoi occhi sono due fessure calcolatrici. Senza preavviso, si sposta. Due passi rapidi. Afferra il pesante battente di legno.
E chiude la porta.
Il *tonfo* risuona nella cappella come un colpo di cannone.
Tutti si voltano di scatto.
Marco gira la chiave che era nella serratura interna. Un *clic* metallico, definitivo. Si volta, appoggiando la schiena contro il legno. La sua figura in vestaglia di seta sembra più grande nell’ombra.
“Basta,” dice. La voce è piatta, senza emozione. “Nessuno esce di qui. Non finché non parliamo. Davvero.”
Vittoria si irrigidisce. “Fontana, cosa stai facendo?”
“Quello che avremmo dovuto fare da ore,” ringhia lui. “Siamo rimasti in cinque. Uno di noi è un assassino. Forse più di uno. E io non ho intenzione di essere il prossimo a finire avvelenato o con un pugnale nel petto.”
“Chiudendoci qui non risolvi nulla,” dice Luigi. Tiene la chiave numero sette stretta in pugno. Il metallo è freddo.
“No? Fuori ci sono corridoi bui, stanze nascoste, e Dio solo sa cos’altro. Qui siamo in uno spazio chiuso. Possiamo vederci tutti.” Marco incrocia le braccia. “Quindi parliamo. Del 2003. Del patto. Di cosa sapeva realmente il buon padre qui.” Accenna con la testa al corpo senza vita. “E di quella dannata chiave.”
Carla si lascia cadere su un banco di legno. Sembra svuotata. “Che cosa c’è da dire? Beatrice è morta. Valeria è morta. Sofia è morta. E ora… anche lui.” Guarda Padre Alessandro. Le lacrime non arrivano più. Ha solo gli occhi secchi e spenti.
“Il messaggio,” dice Vittoria, indicando l’altare. “‘Il silenzio si paga’. Era diretto a lui. Alessandro sapeva qualcosa. Qualcosa che ha taciuto.”
“La confessione,” mormora Luigi. Ricorda le carte nello studio. “Quella notte del 2003. Qualcuno si confessò a lui. Disse di ‘un fuoco’ e di ‘un debito estinto’.”
“Mio marito,” dice Carla, la voce rotta. “Lui si confessò quella notte. Alessandro me lo ha confermato ieri, senza dire i particolari. Il segreto del sacramento… lo ha portato alla tomba.” Fissa le mani in grembo. “Ma Beatrice scoprì quel segreto prima. Per questo è morta.”
Marco scuote la testa. “Non basta. Perché uccidere *ora*? Dopo tutti questi anni? Perché riunirci qui?” I suoi occhi vanno da uno all’altro. “Qualcuno sta sistemando i conti. Uno per uno. Elena stava per parlare. È morta. Alessandro custodiva un segreto. È morto. Chi è il prossimo? Io? Perché ho rubato una formula? Tu, Vittoria, perché hai redatto un testamento? O tu, Carla, perché… perché hai perso una figlia?”
Pronuncia l’ultima frase con un tono che non è di compassione. È un’accusa.
Carla alza lo sguardo. Un lampo di vecchio fuoco nei suoi occhi. “Non osare. Non osare usare lei.”
“Perché no?” insiste Marco, spingendosi via dalla porta. “Siamo tutti collegati da quella ragazza. Sofia. Stava indagando sulla *mia* azienda. È morta in un incidente. La sua amica Elena, che continuava le indagini, è morta *qui*. Sua zia Beatrice, che scoprì chissà cosa su mio marito,” dice guardando Carla, “è morta *qui*. Non è una coincidenza. È un motivo.”
Luigi guarda la chiave nella sua mano. Il numero 7 brilla alla fioca luce. “La villa ha sei camere per gli ospiti. Ma questa chiave indica un settimo spazio. Una stanza che non ci è stata mostrata. Una stanza segreta.”
“Forse la stanza del padrone di casa,” suggerisce Vittoria. “Di chi ci ha invitati.”
“O forse,” dice Marco, avvicinandosi a Luigi, “è la stanza di qualcuno che è sempre stato qui. Che ci ha osservati fin dall’inizio.” Tende una mano. “Dammi quella chiave.”
Luigi stringe il pugno. “Perché?”
“Perché sono l’unico qui con le palle di andare a controllare,” ringhia Marco. “Tu scrivi di morti, Luigi. Io li *faccio*, quando è necessario per gli affari. So come si affronta un nemico.”
“Non sei in ufficio, Fontana,” lo interrompe Vittoria, posizionandosi tra lui e Luigi. “E non siamo tuoi dipendenti. La chiave la decidiamo insieme.”
Un rumore.
Tutti si immobilizzano.
Viene dall’altra parte della porta. Un fruscio. Come di stoffa che striscia sulla pietra.
Marco si volta di scatto verso la porta. Vittoria spegne la torcia. Il buio li inghiotte, rotto solo dalle strisce grigie dell’alba.
Il fruscio si ferma. Poi ricomincia. Più vicino.
Qualcuno è fuori. Si sta muovendo proprio davanti alla porta della cappella.
Marco afferra il pesante candeliere di ferro accanto alla porta. Lo alza come un’arma.
Il *clic* della serratura che viene girata dall’esterno è nitido, cristallino nell’aria immobile.
La maniglia comincia a girare.