La porta della cappella si chiude con un tonfo sordo. Il chiavistello di ferro scatta.
Marco Fontana si volta. Il revolver nella sua mano non trema. La canna punta verso il centro della stanza, un punto neutro tra Luigi, Vittoria e Carla.
La luce delle candele sull’altare danza sui suoi lineamenti tesi. Il profilo duro. Gli occhi che passano da uno all’altro.
"È tempo," dice. Voce bassa, raschiata. "È tempo che ognuno racconti la verità sul 2003."
Silenzio. Solo il respiro affannoso di Carla. Lei è accasciata su una panca di legno, le mani strette sul grembiule. Fissa il corpo di Padre Alessandro disteso davanti all’altare. Il sangue secco agli angoli della bocca. Il rosario stretto tra le dita livide.
Luigi fa un passo avanti. Lento. Le mani aperte ai fianchi.
"Marco," dice. "La pistola non serve."
"Non serve?" Marco ridacchia, un suono secco e vuoto. "Giacomo è morto. Elena è morta. Adesso lui." Accenna con la canna verso il sacerdote. "Qualcuno sta sistemando i conti. E io non intendo essere il prossimo."
Vittoria si sposta. Si mette tra Luigi e la pistola. Il suo corpo è una linea rigida. I capelli neri, sciolti sulle spalle, catturano la luce tremula.
"Allora parliamo," dice. "Ma abbassa quell’arma. Non sei un assassino, Fontana. Sei un uomo d’affari. Negozia."
Marco la fissa. I secondi passano. Il ticchettio di un orologio nascosto da qualche parte segna il tempo.
Poi, lentamente, la canna del revolver si abbassa. Punta verso il pavimento di pietra. Non lo ripone.
Carla alza lo sguardo. Le sue lacrime hanno tracciato solchi lucidi sulle guance. La voce esce come un sussurro rocco.
"Beatrice," dice. Tutti si voltano verso di lei. "Mia sorella Beatrice… era incinta quando morì."
L’aria nella cappella sembra solidificarsi.
"Incinta?" ripete Luigi.
Carla annuisce. Un singolo, lento movimento. "Lo scoprii dopo. Dalle analisi… quelle che fecero dopo l’incendio. Non lo disse a nessuno. Forse neppure a me." Una pausa. Il suo sguardo si posa su Marco. "Il padre del bambino… era uno di noi. Uno di quelli che erano qui, quella notte del 2003."
Marco impallidisce. Un tremito gli attraversa la mano che regge la pistola.
Vittoria incrocia le braccia. Il suo sguardo è diventato quello dell’avvocato in aula. Analitico. Distaccato.
"Valeria Montesi lo scoprì," dice. Non è una domanda. È un’affermazione. "La proprietaria di questa villa. Stavo redigendo il suo testamento in quei giorni. Era… complicato. Piena di clausole segrete. Una trappola, come scrisse Elena nei suoi appunti."
Si interrompe. Tira un respiro profondo, come se stesse per immergersi in acque fredde.
"Valeria scoprì che Beatrice stava per ereditare una fortuna. Da un parente lontano, una zia materna in America di cui nessuno sapeva nulla. Una somma… considerevole. Che avrebbe cambiato tutto."
Marco Fontana emette un suono. Un gemito strozzato. La pistola gli cade dalle dita, atterra sul pavimento di pietra con un rumore metallico che rimbomba nella cappella.
Non si china a raccoglierla.
"Basta," dice. La sua voce è crollata. Tutta l’arroganza, la maschera dell’uomo di potere, è evaporata. Resta un uomo spaventato e disperato. "Basta con le mezze verità. Io e Beatrice… eravamo amanti."
Carla trattiene il fiato. Una mano le vola alla bocca.
"Eravamo amanti," ripete Marco, fissando il vuoto davanti a sé. "Da mesi. Era… era la cosa più vera della mia vita. Volevo sposarla. Lasciare tutto. La Biotech, la carriera, la moglie a Firenze. Tutto."
Luigi guarda Vittoria. Un rapido scambio di sguardi. Poi si muove. Non verso la pistola. Verso l’altare.
Si inginocchia accanto al corpo di Padre Alessandro. Le sue dita esplorano il retro della struttura di legno intarsiato. Cerca. Tasta.
Trova.
Una lastra di legno si muove. Scivola via con un lieve scricchiolio. Dietro, in una nicchia polverosa, c’è un piccolo fascio di lettere. Legate con un nastro di seta sbiadita.
Le tira fuori. Si alza. Il profumo di carta vecchia e polvere si mescola all’odore di cera e morte.
Le lettere. Una dozzina. La grafia è quella di Marco Fontana, impulsiva, inclinata. L’indirizzo su ogni busta: *Alla mia adorata Beatrice, Villa Belvedere*.
"Tu," sussurra Carla. Si alza dalla panca. Il suo corpo tremante si dirige verso Marco. "Tu. Eri il padre. E quando scopristi dell’eredità… quando capisti che con quel denaro sarebbe stata libera, che forse non ti avrebbe più avuto bisogno…"
"NO!"
La negazione di Marco è un urlo che si frange contro le volte della cappella. Gli occhi gli si dilatano, pieni di un terrore genuino.
"Non io! Io l’amavo! Avrei dato via ogni centesimo per lei! Qualcun altro… qualcun altro la uccise per l’eredità! Per impedire che quei soldi finissero a lei… o al suo bambino!"
Vittoria prende le lettere dalla mano di Luigi. Ne sfoglia una. Legge ad alta voce, la voce monotona e precisa.
*«Mia cara Beatrice, questa menzogna mi sta uccidendo. Ogni giorno al tuo fianco, di fronte a tutti, fingendo di essere solo l’amico di famiglia… è un inferno. Presto, te lo prometto. Parleremo. Diremo tutto. Costi quel che costi.»*
Alza lo sguardo. Fissa Marco.
"Un matrimonio segreto con Beatrice avrebbe reso pubblico il vostro legame. Avrebbe messo a rischio la tua azienda, il tuo matrimonio di facciata, tutto. E se Beatrice avesse avuto quell’eredità… sarebbe diventata una donna ricca e indipendente. Forse non avrebbe più avuto bisogno di nascondersi. Forse avrebbe voluto davvero parlare."
"Non io," ripete Marco, ma la sua voce è solo un soffio. Si appoggia a una panca, come se le gambe non lo reggessero più.
Vittoria lascia cadere le lettere sul pavimento. Si rivolge a Carla.
"Il testamento di Valeria Montesi," dice. "Dopo la morte di Beatrice, fu modificato. In fretta. La notte stessa dell’incendio, credo. Tutto il patrimonio di Valeria… la villa, le rendite, i titoli… tutto andava a un’altra persona. Non a un parente. A una giovane giornalista promettente che Valeria ammirava molto. Una che, secondo le sue parole, ‘sapeva cercare la verità’."
Luigi sente un brivido freddo salirgli lungo la schiena.
"Elena Russo," dice.
Vittoria annuisce. "Elena Russo. Che vent’anni dopo, grazie a quell’eredità, poteva permettersi di fare la giornalista investigativa. Di indagare su casi irrisolti. Come la morte di Beatrice Conti. Come i trial clinici della Fontana Biotech. Come l’incendio in questa villa."
Il puzzle si compone nella mente di Luigi. Pezzo dopo pezzo. Con una logica spietata.
"Elena aveva un movente per uccidere Beatrice," dice, lentamente. "Un movente da milioni di euro. Se Beatrice fosse vissuta, l’eredità sarebbe andata a lei. Non a Elena. Elena sarebbe rimasta una studentessa squattrinata."
Poi scuote la testa. "Ma qualcuno ha ucciso Elena. Ieri notte. Qualcuno che è ancora qui, in questa villa. Qualcuno che non vuole che la verità sul 2003 venga fuori. Perché se Elena è morta…"
"L’eredità passa di nuovo," conclude Vittoria, la voce gelida. "A un altro beneficiario. Forse indicato in una clausola segreta del testamento che nemmeno io conosco. Forse… a qualcuno in questa stanza."
Lo sguardo di Vittoria scivola su Carla. Su Marco. Poi, per un attimo, su Luigi stesso.
Il silenzio che segue è totale. Opprimente.
È in quel silenzio che sentono il rumore.
Un clic metallico. Fuori dalla porta.
Il pesante chiavistello di ferro scivola via. La porta della cappella si apre, cigolando lentamente sui cardini arrugginiti.
Sulla soglia, contro la luce grigia dell’alba che filtra dal corridoio, c’è una figura.
Alta. Magra. Vestita di nero.
Giacomo.
Il maggiordomo. Il suo volto scavato è impassibile come sempre. La livrea nera è impeccabile. Non c’è traccia della ferita mortale che, poche ore prima, lo aveva lasciato esangue dietro la tenda del salone.
Li guarda, uno per uno. I suoi occhi scuri non esprimono nulla.
Poi, con un lieve inchino, parla. La voce è un sussurro raschiato, identico a quello che ricordano.
"La Signora vi aspetta," dice. "Nella stanza numero sette."
Si gira. Inizia a camminare lungo il corridoio. I suoi passi non fanno rumore sul tappeto rosso.
Non si volta a vedere se lo seguono.