Capitolo 12

Capitolo 12

Giacomo si volta. Cammina lungo il corridoio senza fare rumore. I suoi passi non producono suono sul pavimento di pietra.

Luigi lo fissa. La ferita al petto non c’è. La livrea è impeccabile.

Vittoria scambia uno sguardo con Luigi. Un cenno impercettibile della testa. Seguiamo.

Marco Fontana tiene ancora il revolver. Lo punta verso il pavimento. Le dita tremanti.

Carla Benedetti si alza dalla panca. Le gambe cedono per un attimo. Si aggrappa al legno scuro.

Giacomo raggiunge la parete dietro l’altare. Appoggia una mano su una pietra che sembra identica alle altre. Premette. Un clic secco.

Un pannello di pietra scivola indietro. Rivela un’apertura stretta e buia. Un corridoio che scende.

L’aria che esce è fredda. Odora di terra umida e muffa antica.

“Questa via,” dice Giacomo. La voce è piatta. Senza inflessione. “La Signora aspetta.”

Entra per primo. Scompare nell’oscurità.

Luigi estrae la torcia dalla tasca. L’ha presa dalla sua camera all’alba. Accende il fascio di luce bianca.

Illumina il corridoio. Pareti di pietra grezza. Il soffitto è basso. Luigi deve chinarsi.

Vittoria lo segue. Poi Marco. Carla viene per ultima. Il suo respiro è affannoso.

Il corridoio scende a spirale. I gradini di pietra sono consumati al centro. Segno di passaggi antichi.

Dopo una cinquantina di scalini, il corridoio si appiattisce. Prosegue dritto. L’aria diventa più secca. Odora di legno vecchio e inchiostro.

In fondo, una porta massiccia di quercia scura. Ferramenta di ferro battuto. Al centro, un grande numero “7” in ottone consumato.

Non c’è maniglia. Solo una serratura antica a forma di stella.

Luigi si ferma. Ricorda. La chiave. Quella che ha trovato addosso a Padre Alessandro nel buio della cappella.

La estrae dalla tasca dei pantaloni. È di ferro pesante. La lama è sagomata a stella.

La inserisce nella serratura. Si adatta perfettamente.

Gira. Un rumore di meccanismi arrugginiti che cedono. Uno scatto secco.

La porta si apre verso l’interno. Senza un suono.

La luce della torcia penetra nella stanza.

È circolare. Una torre. Le pareti sono di pietra chiara. Il soffitto è una cupola bassa.

Ma non sono le pareti ad attirare l’attenzione.

Sono le fotografie.

Centinaia. Forse migliaia. Ricoprono ogni centimetro di muro. Dall’altezza della vita fino al soffitto.

Polaroid sbiadite. Stampa in bianco e nero. Ritagli di giornale. Fotocopie ingrandite.

Tutte ritraggono loro.

Luigi vede una foto di sé stesso. È giovane. Vent’anni forse. È in un bar universitario. Ride. Accanto a lui, suo fratello Andrea. Il viso è sfocato ma riconoscibile.

Vittoria si avvicina a una sezione della parete. Le sue dita sfiorano una foto. Lei in toga. Primo giorno in tribunale. Accanto, un ritaglio di giornale: “Salvini vince caso Fontana Biotech: risarcimento record per le famiglie.”

Marco Fontana fissa una serie di immagini. Lui e Beatrice. In un giardino. Lei ride, la testa gettata all’indietro. Lui le tiene la mano. In un’altra, sono a cena. I bicchieri di vino alzati. Gli occhi di Beatrice brillano.

Carla emette un suono strozzato. È davanti a una foto più grande. Incorniciata.

Beatrice. Sdraiata sul pavimento di questa stessa stanza circolare. Gli occhi aperti. Il viso segnato da fuliggine. Il grembiule macchiato. Accanto a lei, una macchia scura sul pavimento di legno. Sangue.

Sotto la foto, una didascalia scritta a mano: “Beatrice Conti. 3 agosto 2003. La verità brucia.”

“Dio mio,” sussurra Carla. Le dita si stringono sul bordo della cornice. Le nocche bianche.

Al centro della stanza, un tavolo rotondo di legno scuro. Sopra, un diario con copertina di cuoio marrone. Accanto, una pila di documenti legali. Fascicoli spessi.

Vittoria si avvicina al tavolo. Prende il primo fascicolo. Apre.

“Il testamento di Valeria Montesi,” legge ad alta voce. La voce è piana. Professionale. “Ma c’è un’annotazione a margine. Scritta a mano diversa.”

Luigi si avvicina. Guarda.

La calligrafia è quella di Elena Russo. Giovane. Inesperta. “Modifica beneficiario: da Beatrice Conti a Elena Russo. Con la clausola che, in caso di mia morte prematura, l’eredità passerà al prossimo giornalista che indagherà sulla verità.”

“Ha falsificato il testamento,” dice Marco. La voce è rauca. “Elena. L’ha modificato dopo la morte di Beatrice.”

“No,” dice Vittoria. Scorre le pagine. “Questo è solo un abbozzo. Una bozza trovata tra le carte di Elena. Guardate qui.”

Mostra un’altra pagina. Un testamento ufficiale. Timbrato. Firmato da Valeria Montesi. La firma è tremante. Ma autentica.

“Valeria lasciò tutto a Beatrice,” dice Vittoria. “Ma c’è una clausola segreta. Se Beatrice fosse morta prima di ereditare, tutto sarebbe andato a una fondazione per la ricerca sulla verità nei media. Elena ne era la prima beneficiaria. Non ha falsificato nulla. Ha solo… accelerato il suo destino.”

Luigi prende il diario dal tavolo. Apre la copertina.

La calligrafia è femminile. Elegante. Quella di Beatrice.

*3 agosto 2003. Oggi ho scoperto qualcosa. Non avrei dovuto. Valeria è nervosa. Marco mi ha promesso che lascerà tutto per me. Ma c’è qualcosa che non torna. Ho sentito parlare di un testamento. Di un’eredità dalla zia in America. Una somma enorme. Valeria lo sa. Forse per questo è così agitata.*

*Stasera c’è una riunione. Le sei persone. Io non dovrei essere qui. Ma non posso andarmene. Devo sapere.*

*Ho paura.*

Le pagine successive sono vuote. L’ultima entry si interrompe a metà frase.

Sul tavolo, accanto al diario, c’è un vecchio registratore a cassette. Di quelli anni ’90. Con i tasti di plastica consumata.

Vittoria preme “play”.

La bobina gira. Un sibilo. Poi voci.

Una voce femminile, anziana, educata. Valeria Montesi. “Non posso permetterlo. L’eredità cambierebbe tutto. Marco, tu lo sai.”

La voce di Marco Fontana, più giovane. “L’amo, Valeria. Voglio sposarla. L’eredità è sua di diritto.”

“La sua morte sarebbe più… conveniente,” dice un’altra voce maschile. Profonda. Il marito di Carla. “Un incidente. In cucina. Con il gas.”

Un respiro affannoso. La voce di Padre Alessandro. “Questo è peccato mortale. Non posso permetterlo.”

“Hai già permesso altro, Padre,” ringhia il marito di Carla. “Il tuo silenzio ha un prezzo.”

La registrazione si interrompe. Un clic.

Il silenzio nella stanza circolare è assoluto.

Poi, dagli angoli della stanza, una voce esce da altoparlanti nascosti.

È una voce femminile. Calda. Materna. Con una leggera inflessione toscana.

“Benvenuti nella stanza della verità,” dice la voce. “Tutto ciò che avete cercato di seppellire è qui. Sulla parete. Sul tavolo. Nell’aria che respirate.”

Carla Benedetti si irrigidisce. Il suo volto diventa cenere.

“No,” sussurra. “È impossibile.”

“Beatrice?” dice Luigi. Guarda verso il soffitto. Cerca gli altoparlanti. “Sei tu?”

La voce ride. Un suono gentile. Quasi triste.

“Beatrice è morta,” dice la voce. “Sono io che ho conservato la sua memoria. Che ho raccolto ogni prova. Che ho aspettato vent’anni per questo momento.”

“Chi sei?” grida Marco. Alza il revolver. Punta verso il soffitto. “Mostrati!”

“Guarda meglio le pareti,” dice la voce. “C’è una foto che manca. Una persona che era presente quella notte. Ma che tutti hanno dimenticato.”

Luigi fa scorrere il fascio di luce sulle foto. Si ferma su un angolo in basso a destra. Una piccola polaroid sbiadita.

Ritrae una giovane donna. Forse venticinque anni. Capelli castani legati in una coda. Un grembiule da domestica. Sta in piedi nell’ombra di un corridoio. Guarda verso la fotocamera con espressione seria.

Sotto, scritto a penna: “Giulia. La testimone.”

“Giulia,” dice la voce dagli altoparlanti. “La cameriera personale di Valeria Montesi. Quella che portava il tè. Che ascoltava alle porte. Che vide tutto.”

Una porta nascosta nella parete circolare si apre. Senza rumore.

Giulia Rossi entra nella stanza.

Indossa un abito semplice di lana grigia. I capelli sono legati come nella foto. Gli occhi grigi scrutano ognuno di loro.

“Ero nella stanza accanto,” dice. La voce è la stessa degli altoparlanti. Calma. Misurata. “Quella notte del 2003. Sentii ogni parola. Vidi il marito di Carla uscire dalla cucina con le mani sporche di fuliggine. Vidi Padre Alessandro inginocchiarsi a pregare invece di agire. Vidi Valeria Montesi firmare il nuovo testamento con le dita che tremavano. Vidi Marco Fontana piangere davanti al corpo di Beatrice.”

Si avvicina al tavolo. Appoggia una mano sul diario.

“Beatrice era la mia amica,” dice. “L’unica persona in questa villa che mi trattava come un essere umano. Mi insegnò a leggere. Mi regalò libri. Mi promise che, quando avrebbe ereditato, mi avrebbe mandata a scuola.”

Fissa Marco.

“Tu l’amavi. Lo so. Ma non foste abbastanza forte per proteggerla.”

Poi guarda Carla.

“E tu, che l’hai lasciata sola con quell’uomo. Per paura.”

Infine, Vittoria.

“E tu, avvocato, che hai redatto un testamento che era una condanna a morte.”

“E io?” chiede Luigi. La voce è più bassa di quanto intendesse.

Giulia lo fissa. Un lampo di qualcosa negli occhi grigi. Riconoscimento?

“Tu, scrittore,” dice. “Hai scritto di omicidi per anni. Ma quando tuo fratello morì per colpa di un farmaco di lui,” indica Marco, “non facesti nulla. Scrivesti un altro libro invece di cercare giustizia.”

Luigi sente le parole come pugni. Non risponde.

“Per vent’anni ho raccolto prove,” continua Giulia. “Ho lavorato in questa villa come governante. Ho assunto Giacomo. Ho preparato tutto. Le lettere di invito. Le camere. La cena.”

“Hai ucciso Elena?” chiede Vittoria. La voce è tagliente.

Giulia scuote la testa.

“No. Elena stava per rivelare tutto. Stava per pubblicare un articolo che collegava la morte di Beatrice al testamento di Valeria. A Marco. A tutti voi. Qualcuno non poteva permetterlo.”

Guarda Marco Fontana.

“Il tuo revolver,” dice. “È lo stesso che usasti per minacciare Valeria quella notte? Per costringerla a cambiare il testamento?”

Marco impallidisce. Stringe l’arma.

“Non ho ucciso nessuno,” dice. Ma la voce trema.

“Allora perché sei qui con una pistola?” chiede Giulia. “Perché hai paura che la verità venga fuori?”

Dal corridoio fuori dalla stanza, un rumore.

Passi. Lenti. Pesanti.

Tutti si voltano verso la porta aperta.

Giacomo riappare sulla soglia. Nella mano, tiene un oggetto lungo e sottile. Avvolto in un panno.

Lo srotola sul pavimento.

Un pugnale. L’elsa di ferro lavorato a forma di testa di serpente.

È identico a quello conficcato nel petto di Elena Russo.