La voce di Beatrice si spegne.
Silenzio nella stanza circolare. Solo il ronzio basso dell’impianto audio.
Poi, un sibilo meccanico. Un pannello di legno scuro sulla parete opposta alla porta si illumina dall’interno. Diventa uno schermo. Si accende.
Un video.
La qualità è granulosa, anni Novanta. Una stanza. Un salotto modesto, pareti gialline, una poltrona di velluto verde sbiadito. Una donna è seduta.
Carla emette un suono strozzato. Le mani si stringono alla gola.
La donna nel video ha i capelli bianchi, corti e ondulati. Il viso è segnato da rughe profonde, soprattutto attorno agli occhi, ma la struttura è inconfondibile. Gli stessi occhi chiari. Lo stesso sorriso timido, anche se stanco. Indossa un cardigan di lana beige. Ha sessantasette anni.
È Beatrice Conti. Vent’anni più vecchia di come la ricordano tutti.
La donna nel video si schiarisce la voce. Guarda fisso in camera. Le sue mani, nodose, sono intrecciate in grembo.
“Mi chiamo Beatrice Benedetti,” dice. La voce è più roca, consumata dal tempo, ma il timbro è quello. “E sono viva.”
Carla barcolla. Le gambe cedono. Cade all’indietro, pesante come un sacco.
Vittoria si muove. Afferra Carla per le braccia prima che la testa colpisca il pavimento di pietra. La fa scivolare a terra con un tonfo sordo. Si inginocchia accanto a lei, le appoggia una mano sulla fronte. “Carla. Respira.”
Carla non respira. Gli occhi sono sbarrati, fissi sul soffitto a volta. Il suo petto non si muove.
“Carla!” La voce di Vittoria è tagliente. Le dà un leggero schiaffo sulla guancia.
Nessuna reazione.
Luigi non si volta. Fissa lo schermo. Le sue dita si stringono attorno al bordo del tavolo di quercia. Le nocche sono bianche.
Marco Fontana è immobile. Il suo volto, solitamente controllato, è una maschera di incredulità. Le labbra sono leggermente dischiuse. Un tremito impercettibile attraversa la sua mano destra.
Sullo schermo, Beatrice continua.
“Ho inscenato la mia morte vent’anni fa. La notte del 3 agosto 2003, a Villa Belvedere.” Fa una pausa. I suoi occhi sembrano guardare oltre la telecamera, nel passato. “Elena Russo mi avvelenò. Un veleno a lento rilascio, nel vino. Lo scoprii troppo tardi. Sentii le fiamme, il fumo… ma il veleno mi paralizzava. Non potevo muovermi. Non potevo urlare.”
Vittoria, inginocchiata accanto a Carla, alza lo sguardo verso lo schermo. Il suo volto è improvvisamente pallido. Le sue mani, che stavano cercando il polso di Carla, si fermano.
“Fu Padre Alessandro a salvarmi,” dice Beatrice. “Mi trovò nella cucina in fiamme. Mi portò via, attraverso i passaggi di servizio. Mi portò in un ospedale a Siena, in segreto. Usò i suoi contatti. Fece credere a tutti che il corpo carbonizzato fosse il mio.” Abbassa lo sguardo sulle sue mani. “Dovevo sparire. Elena voleva la mia eredità. Se fossi sopravvissuta, mi avrebbe finita.”
Marco fa un passo avanti. Le lacrime gli solcano le guance, tracciando sentieri lucidi nella sua abbronzatura artificiale. Non cerca di asciugarle.
“Marco,” dice Beatrice nello schermo, e la sua voce si fa più tenera, spezzata. “Ti ho amato. Veramente. Ma dovevi credere che fossi morta. Era l’unico modo per proteggerti da lei. Da loro. Se avessi saputo che ero viva, non avresti mai smesso di cercarmi. E loro ti avrebbero distrutto.”
Marco scuote la testa. Un movimento lento, ipnotico. “No,” sussurra. La parola è appena udibile.
Sullo schermo, Beatrice cambia tono. Diventa più ferma, più accusatoria.
“Elena Russo e Vittoria Salvini cospiravano. Da mesi. Vittoria redasse il testamento di Valeria Montesi con una clausola segreta. In caso di mia morte, tutto sarebbe passato a Elena, non come erede diretto, ma come prima beneficiaria di una fondazione fasulla. Una fondazione che Elena avrebbe controllato. Vittoria sapeva che Valeria era nervosa, che stava per cambiare tutto a mio favore dopo che scoprii dell’eredità dalla zia in America. Così accelerarono i tempi.”
Vittoria si alza di scatto. Lascia Carla distesa sul pavimento. Il suo volto è una lastra di ghiaccio incrinata. “È una menzogna,” dice, ma la sua voce non ha forza. È piatta. Vuota.
Lo schermo cambia. Il video di Beatrice si riduce in un angolo. Il resto dello schermo si riempie di documenti scannerizzati. Lettere dattiloscritte. Appunti manoscritti con una calligrafia aggressiva, angolosa – la grafia di Elena Russo. Ci sono bozze di articoli mai pubblicati, con il nome di Vittoria evidenziato. Ci sono estratti conti di una banca svizzera, con movimenti tra un conto intestato a una società offshore collegata a Elena e uno studio legale di Roma.
Uno dei documenti è una mail. Data: 15 luglio 2003. Mittente: un indirizzo anonimo. Destinatario: l’indirizzo privato di Vittoria Salvini. Il testo è breve: *«Il testamento è pronto. La clausola è attiva. Aspetta il mio segnale per la firma. – E.»*
Vittoria impallidisce. Il colore abbandona le sue guance, le sue labbra. Si appoggia al tavolo per non cadere. Fissa il documento sullo schermo come se potesse cancellarlo con la forza del pensiero.
“Ho organizzato questa riunione,” riprende Beatrice, il suo video torna a schermo intero. “Ho aspettato vent’anni. Ho raccolto prove. Ho osservato ognuno di voi. Ho visto le vostre carriere fiorire sulle menzogne, sul sangue della mia vita passata. Questa cena, queste morti… era l’unico modo per riunirvi. Per costringere la verità a venire a galla.”
Si sporge in avanti. I suoi occhi chiari bruciano attraverso lo schermo, attraverso gli anni.
“Non voglio vendetta. Voglio giustizia. Voglio sapere chi, quella notte, spinse veramente Valeria Montesi giù dalla scala della biblioteca. Perché Elena voleva l’eredità, sì. Vittoria voleva la sua percentuale. Ma qualcuno agì prima di loro. Qualcuno che Valeria aveva minacciato di esporre. Il suo segreto era più grande del mio. Più pericoloso.”
Fa una pausa drammatica. Il silenzio nella stanza è tombale.
“Sono qui. A Villa Belvedere. Da vent’anni. Vi ho osservati stanotte. Vi ho guidati qui.”
Marco Fontana esplode. Un urlo rauco, primitivo, gli strappa la gola. Si avventa verso lo schermo, i pugni alzati.
“DOVE SEI, BEATRICE? MOSTRATI! MOSTRATI, DANNAZIONE!”
Colpisce lo schermo. Il pannello di legno trema sotto i pugni. L’immagine di Beatrice sussulta, distorta.
“TI HO PIANTO PER VENT’ANNI! TI HO CERCATO DOVUNQUE!”
Colpisce di nuovo. Un rumore sordo, di legno che si fende.
Luigi si stacca dal tavolo. Afferra Marco per un braccio. “Basta!”
Marco si divincola. La sua forza è sorprendente. Spinge Luigi via. Luigi inciampa contro una sedia, la rovescia con fracasso.
Sullo schermo, Beatrice non sembra turbata. Lo guarda con infinita tristezza.
“La stanza della verità ha più di una porta, Marco,” dice dolcemente. “Cerca. Trova la seconda serratura. La chiave la hai tu. L’hai sempre avuta.”
Poi, il video si interrompe.
Lo schermo diventa nero.
Il ronzio cessa.
Nella stanza circolare, rimane solo il respiro affannoso di Marco, il suono dei suoi pugni che ancora premono contro il legno, e il silenzio di Carla, ancora svenuta sul pavimento freddo.