Lo schermo si spegne.
Silenzio di tomba nella stanza circolare. Solo il ronzio spento del proiettore. Il video di Beatrice è finito, ma le sue parole rimangono sospese nell’aria, pesanti come piombo.
Luigi Milatti fissa il rettangolo nero. Il suo cervello, allenato a smontare trame, lavora a scatti. Occhi che si stringono dietro le lenti. Labbra che si muovono senza suono, come se stesse ricostruendo un puzzle.
“Qualcosa non torna in questa storia,” dice. Voce bassa, per sé stesso, ma tutti lo sentono.
Vittoria Salvini è già in piedi. Il pallore del video è diventato cera. Si volta verso la porta, il passo rapido, deciso. Fuga.
La maniglia non gira.
Giacomo è sulla soglia. Non è entrato. È semplicemente apparso. La livrea nera è impeccabile. Nella mano destra, tenuta bassa lungo la coscia, c’è una pistola semiautomatica. L’espressione del volto scavato è identica a quella che aveva quando serviva la cena: impassibile, professionale.
Vittoria si blocca. Un passo indietro.
Carla Benedetti geme sul pavimento. Si aggrappa al braccio di Luigi per rialzarsi. Respira affannosamente. I suoi occhi, ancora annebbiati dallo svenimento, si fissano sul punto dove c’era lo schermo.
“Beatrice,” sussurra. Poi scuote la testa, con violenza. “No. No.” Guarda Luigi, la presa sul suo braccio si fa più forte. “Beatrice aveva una voglia. Una voglia a forma di foglia, sulla spalla sinistra. Quella donna… quella donna nel video non ce l’ha. L’ho guardata. Non c’era.”
Luigi la fissa. Poi i suoi occhi scattano verso le pareti. Le migliaia di fotografie. Si avvicina a un gruppo che ritrae Beatrice giovane. In giardino. A cena. La spalla sinistra è sempre coperta da vestiti, da capelli, da un braccio.
Si sposta verso un’altra sezione. Fotografie più recenti. Marco Fontana che entra in un hotel. Vittoria Salvini che esce dal tribunale. Carla che compra il pane in un paese. Immagini rubate, sorveglianza.
Si china su una foto di Elena Russo, scattata forse un anno fa. La tiene sotto la luce fioca di un applique a muro. Le dita sfiorano i bordi dell’immagine.
“Qui,” mormora. “Il pixel… è strano. Una sfocatura innaturale.” Alza lo sguardo, li abbraccia tutti con uno sguardo gelido. “Queste fotografie. Sono state tutte ritoccate. Manipolate digitalmente. I vestiti, gli sfondi… pezzi di immagini diverse cucite insieme.”
Marco Fontana non ha ascoltato. È ancora inginocchiato davanti allo schermo spento, le spalle curve. Le lacrime si sono asciugate, lasciando solchi lucidi sulle guance. Si alza. Lentamente. Si gira verso Vittoria. Il suo volto si trasforma. Il dolore evapora, sostituito da un furore primitivo.
“Tu,” ringhia. La voce è roca, spezzata. “Sei tu dietro tutto questo! Hai scritto quel testamento maledetto! Hai manipolato Elena! Hai ucciso lei… e il Padre! Perché sapeva troppo della tua complicità!”
Vittoria lo fissa. Non nega. Non conferma. La sua mano scivola lentamente verso la borsa di pelle nera appoggiata a terra vicino a una poltrona.
“Elena,” dice Vittoria, la voce stranamente piatta, “doveva morire. Non per l’eredità. Non per i soldi.” La sua mano afferra qualcosa nella borsa. La estrae. È un secondo revolver, più piccolo, lucido. Lo punta non verso Marco, ma verso il centro della stanza, in una posizione di difesa. “Doveva morire perché aveva una crisi di coscienza. Voleva confessare tutto. Voleva scrivere un articolo che raccontava non solo di Beatrice, ma di me. Di come ho redatto un testamento che sapevo essere una condanna a morte. Mi avrebbe distrutta.”
Luigi annuisce lentamente, come se i pezzi finalmente combaciassero. Toglie gli occhiali, li pulisce con il lembo della camicia. Un gesto meccanico, da professore.
“Quindi Beatrice,” dice Luigi, rimettendosi gli occhiali, “è davvero morta nel 2003. Il corpo carbonizzato era il suo. Padre Alessandro non la salvò. La vide morire, e il suo silenzio fu comprato dalla tua minaccia di rivelare qualche altro suo peccato.” Si gira verso Vittoria. “E tu, avvocato Salvini. Hai ereditato tutto, vero? Non direttamente. Attraverso fondazioni, tramite fideiussioni. Elena era il tuo burattino, il beneficiario di facciata. Ma con la sua morte, tutto è filtrato verso di te. Fingendo innocenza. Fingendo di essere un’altra vittima.”
Un urlo straziato squarcia l’aria.
Carla Benedetti. I suoi occhi dolci sono pozzi di odio puro. Fissa Vittoria. “Tu…” il respiro è un rantolo. “Tu sapevi. Sapevi che mio marito l’avrebbe uccisa. Gli hai dato il pretesto. La motivazione. L’hai spinto!” Non è un’accusa. È un urlo dell’anima. “TU HAI UCCISO MIA SORELLA!”
Si lancia. Non verso la pistola. Verso Vittoria. Un corpo rotondo che si trasforma in un proiettile di dolore e rabbia accumulata per vent’anni.
Vittoria, sorpresa dall’assalto, indietreggia. Il revolver le sfugge di mano. Le due donne rotolano a terra tra poltrone e cavi del proiettore. Un groviglio di arti, di urla soffocate, di graffi.
“Carla! No!” grida Luigi, ma è troppo lontano.
Marco Fontana si muove per aiutare, per separarle.
**SPARO.**
Il lampo acceca nella penombra. Il boato rimbomba nella stanza circolare, amplificato dall’acustica.
Marco si blocca. Uno sguardo di stupore. La mano sinistra si alza, si posa sulla spalla destra. Tra le dita, scarlatto. Scivola lungo la giacca di lino chiaro. Bagna la stoffa. Bagna le dita. Bagna il tappeto persiano.
Cade in ginocchio. Un gemito strozzato.
Sul pavimento, Vittoria ha la mano ancora tesa, il dito sul grilletto del revolver più piccolo che ha recuperato durante la colluttazione. Il suo sguardo è selvaggio, pieno di panico, non di trionfo.
Giacomo, sulla soglia, non si è mosso di un millimetro. La sua pistola è ancora puntata verso il pavimento. Osserva.
Luigi è immobilizzato, il cervello che cerca di processare il lampo, il suono, il sangue.
È Giacomo a rompere l’incantesimo. Fa un passo avanti. Un solo passo. Silenzioso. La sua voce esce, piatta, monotona, come se leggesse un menu.
“Il signor Fontana è stato colpito alla spalla. L’arteria non è stata intaccata. Per il momento.”
Tutti lo guardano. L’anziano maggiordomo con la pistola in mano che fa una diagnosi medica.
Poi Giacomo alza finalmente la pistola. Non la punta più a terra. La punta dritta al cuore di Vittoria Salvini.
“La mia vendetta,” dice Giacomo, “non è per Beatrice Conti.”
Un silenzio più profondo del precedente.
“Mia madre,” continua, ogni parola un chiodo battuto nella bara, “si chiamava Valeria Montesi. Mi diede in adozione alla nascita, per proteggermi da un mondo che considerava pericoloso. Ma mi seguiva. Mi mandava soldi. Lettere. Fotografie di questa villa.” I suoi occhi scuri, sempre così vuoti, ora brillano di un’emozione antica, glaciale. “Quella notte del 2003, io ero qui. Nascosto nei passaggi di servizio. La vidi firmare quel testamento sotto coercizione. La vidi piangere dopo. Sentii le minacce. Vidi la paura.”
Fa un altro passo. Vittoria, ancora a terra vicino a Carla che geme, alza il revolver verso di lui. Ma la sua mano trema.
“Voi,” dice Giacomo, il canne della pistola che passa da Vittoria, a Marco sanguinante, a Luigi, a Carla. “Tutti voi. Siete venuti nella sua casa. Avete usato la sua gentilezza. Avete tramato nella sua biblioteca. E qualcuno di voi… quella stessa notte… la spinse giù da quella scala.”
La sua voce si incrina, per la prima volta. “Io non ero abbastanza forte per fermarlo allora. Ero solo un ragazzo spaventato nascosto in un armadio. Ma per vent’anni ho imparato. Ho aspettato. Ho raccolto prove. Ho assunto l’identità di un maggiordomo. Ho trovato Giulia Rossi, l’unica che amava davvero mia madre, e l’ho convinta ad aiutarmi. Lei credeva di usarmi per la sua vendetta per Beatrice. Io usavo lei per avvicinarmi a voi.”
Punta la pistola dritta tra gli occhi di Vittoria. “Tu, avvocato Salvini, hai redatto l’arma del delitto. Quel testamento. Ma non sei stata tu a spingerla. La tua colpa è diversa. La tua punita sarà diversa.”
“E allora chi?!” urla Marco, stringendosi la spalla, il volto contratto dal dolore. “Chi l’ha uccisa?!”
Giacomo sorride. Un’espressione strana, innaturale sul suo volto impassibile.
“La stanza della verità,” sussurra, “ha più di una porta.”
I suoi occhi scuri si spostano. Non su Vittoria. Non su Marco.
Si fermano su Luigi Milatti.
“Lo scrittore di gialli,” dice Giacomo. “L’osservatore. Colui che guarda tutto e non fa mai nulla. Che trasforma il dolore reale in finzione per vendere libri. Tu, signor Milatti. Sai dov’è la seconda serratura.”
Luigi sente il gelo salirgli lungo la schiena. Guarda le pareti coperte di foto. Guarda il proiettore spento. Guarda la porta dietro Giacomo. Guarda l’altra porta, quella nascosta dietro il pannello di libri da cui sono entrati.
E poi vede ciò che non aveva notato prima. Nella parete curva, tra una foto di Elena e una di Valeria Montesi giovane, c’è una sottile linea verticale. Una fessura quasi invisibile. Una seconda porta.
“La chiave,” dice Giacomo, la sua pistola ancora ferma su Vittoria, ma le sue parole sono per Luigi, “non è un oggetto. È una verità. La verità che tuo fratello Andrea non morì per la leucemia. Morì per il farmaco sperimentale che Marco Fontana stava testando. E tu lo sapevi. E scrivesti un libro invece di denunciarlo.”
Luigi non respira.
“Apri la porta, signor Milatti,” ordina Giacomo, la voce di nuovo piatta, mortale. “Apri la porta e guarda cosa c’è davvero dietro questa farsa. La mia vendetta attende. E ha bisogno di uno spettatore che capisca.”