Capitolo 15

Capitolo 15

La stanza circolare trattiene il respiro.

Giacomo tiene la pistola ferma. Il braccio non trema. Gli occhi scuri bruciano di una luce glaciale che non è più quella del maggiordomo impassibile.

"Giacomo Montesi," dice. La voce è la stessa, misurata, ma ora porta un peso diverso. "Figlio di Valeria Montesi. Promesso sposo di Beatrice Conti."

Luigi fissa l'uomo. I pezzi si muovono nella sua mente. Lento. Inesorabile.

"La messinscena," dice Luigi. Non è una domanda. "Tutto. Le lettere. Le invenzioni. Il video manipolato. Tu."

Giacomo annuisce. Un movimento impercettibile.

"Vent'anni," sussurra. "Vent'anni per raccogliere le prove. Per capire chi fosse qui quella notte. Chi firmò il testamento sotto minaccia. Chi spinse mia madre giù dalla scala."

Vittoria è appoggiata al muro. La mano stringe ancora il revolver, ma il braccio pende lungo il fianco. Il suo sguardo è fisso su Giacomo.

"Beatrice," dice Vittoria. La voce è roca. "Non doveva... non doveva ereditare."

Silenzio.

Tutti la guardano.

"L'eredità della zia americana," continua Vittoria. Gli occhi non si staccano da Giacomo. "Sarebbe bastata a comprare la Fontana Biotech. A fermare Marco. A esporre tutto."

Marco geme. La mano preme sulla spalla. Il sangue filtra tra le dita. Rosso scuro sul grigio della giacca.

"Elena," dice Vittoria. Un singhiozzo soffocato. "Elena propose il veleno. Lento. Indolore. Sarebbe sembrato un malore. Poi l'incendio... copriva tutto."

Carla emette un suono. Un lamento strozzato. Si porta le mani al viso.

"Tu," sussurra. "Tu eri lì. Quella notte."

Vittoria annuisce. Una lacrima scivola. Non la asciuga.

"Padre Alessandro lo sapeva," dice. "L'aveva capito. Stava per parlare. Doveva... doveva essere fermato."

Giacomo sposta la pistola. Puntata direttamente al cuore di Vittoria.

"Mia madre," dice. Ogni parola è un chiodo. "Chi?"

Vittoria chiude gli occhi.

"Elena," sospira. "Valeria minacciava di rivelare la frode testamentaria. Di annullare tutto. Elena la spinse. Io... io vidi. Non feci nulla."

Marco si raddrizza a fatica. Il dolore gli contrae il viso.

"Beatrice," dice. La voce è spezzata. "Io l'amavo. Davvero. Volevo lasciare tutto per lei."

Guarda Giacomo.

"Non sapevo," dice. "Giuro che non sapevo del veleno. Pensavo fosse un incidente. Per vent'anni ho creduto..."

Giacomo lo fissa. Il volto impassibile si incrina per un istante. Una fessura nel ghiaccio.

"Lo so," dice. "Le tue lettere. Le conservava. Le ho lette tutte."

Carla si avvicina. Passo incerto. Si ferma davanti a Giacomo. Lo guarda. Cerca nei suoi lineamenti qualcosa di familiare.

"Beatrice," dice Carla. "Ti amava?"

Giacomo abbassa la pistola. Solo di un centimetro.

"Mi aveva promesso di aspettare," dice. "Fino a quando non avrei avuto un nome. Un futuro. L'eredità... sarebbe stata nostra. Insieme."

Carla alza una mano. Toccargli il viso? Si ferma a mezz'aria.

"Grazie," sussurra. "Per aver cercato la verità. Per non averla dimenticata."

Luigi guarda Marco. L'uomo è pallido. Il sangue continua a scorrere.

"La ferita," dice Luigi. "Deve essere compressa."

Giacomo fa un cenno con la testa verso un angolo. Un kit di primo soccorso di metallo è appoggiato su un tavolino.

"L'arteria non è intaccata," dice. "Per il momento."

Luigi prende il kit. Si avvicina a Marco. Strappa la giacca. Applica una medicazione compressiva. Le mani lavorano veloci. Precise.

Marco fissa il soffitto.

"Giustizia," dice. Non a Luigi. A Giacomo. "Anche io la voglio. Per lei. Per quello che le hanno fatto."

Vittoria scivola a terra. Il revolver rotola sul pavimento di pietra. Si ferma ai piedi di Luigi.

"Chiamate la polizia," dice. La voce è piatta. Spenta. "È finita."

Giacomo estrae un telefono satellitare dalla tasca interna della livrea. Nero. Antenna estesa. Lo porge a Luigi.

"La linea funziona," dice. "Da sempre."

Luigi prende il telefono. Compone il 112. Le dita sono ferme.

"Pronto? Polizia."

Dà l'indirizzo. Breve. Conciso. Descrive la situazione. Feriti. Omicidi. Un arresto.

Riattacca.

"Mezz'ora," dice. "Forse meno."

Vittoria apre la borsa. La stessa da cui ha estratto il secondo revolver. Cerca qualcosa. Le mani tremano.

Trova una piccola fiala di vetro. Tappo di metallo. Liquido ambrato.

"Veleno," dice. Guarda la fiala. "Lo stesso che usammo per Beatrice. Più concentrato."

Porta la fiala alle labbra.

Luigi si muove.

Un balzo. La mano si schiaccia sulla sua. Le dita stringono il polso. Troppo forte.

"No."

Strappa la fiala. La lancia lontano. Si frantuma contro il muro. L'ambrato si sparge in goccioline che luccicano alla fioca luce.

Vittoria crolla in avanti. Singhiozzi silenziosi. Le spalle tremano.

Carla si inginocchia accanto a lei. Non la tocca. La guarda.

"Perché?" chiede Carla. "Perché Beatrice?"

Vittoria alza il viso. Gli occhi sono due pozzi vuoti.

"Paura," sussurra. "Paura di tornare a essere nessuno. Di perdere tutto. L'eredità... era una via d'uscita. Per entrambe. Elena ed io."

Giacomo si avvicina alla porta. La apre. Il corridoio buio è silenzioso.

"La polizia arriverà dal cancello principale," dice. "Li condurrò qui."

Esce. I passi non fanno rumore. La porta si chiude. Non si sente il chiavistello.

Marco respira a fatica. La medicazione è rossa.

"Morirò?" chiede. A nessuno in particolare.

Luigi controlla la pressione. Scuote la testa.

"No. Ma l'ospedale è necessario."

Minuti passano.

Il suono arriva da lontano. Prima solo un brusio. Poi distintamente. Sirene. Più di una.

Fari che tagliano la nebbia notturna oltre le finestre della stanza. Luci blu che danzano sulle pareti circolari.

Porte che sbattono. Voci. Passi veloci nel corridoio.

La porta si apre.

Non è Giacomo.

Dietro di lui, altri agenti in divisa. Giacomo è in fondo al gruppo. In piedi. Impassibile.

De Santis guarda la scena. Il sangue. Le armi a terra. Vittoria accasciata. Marco ferito.

"Chi è Vittoria Salvini?" chiede. Voce bassa. Professionale.

Vittoria alza la mano. Un movimento lento.

"Sono io."

De Santis fa un cenno. Due agenti si avvicinano. La sollevano. Le leggono i diritti. Le mettono le manette.

Le scintille d'argento luccicano al riflesso delle torce.

"Per gli omicidi di Beatrice Conti, Valeria Montesi, Elena Russo e Padre Alessandro Neri," dice De Santis. "Avete delle prove, immagino."

Giacomo fa un passo avanti.

"Tutte nella stanza accanto," dice. "Registrazioni. Diari. Documenti manipolati. Il testamento falso."

De Santis lo fissa. Studia il volto.

"E lei è?"

"Giacomo Montesi. Figlio di Valeria. Testimone. Complice per l'aggiramento della giustizia. Mi consegno."

Tende le mani. I polsi insieme.

De Santis esita. Guarda Luigi.

"È vero quanto ha detto al telefono? L'intera storia?"

Luigi annuisce.

"Tutto vero. Lui ha orchestrato la riunione. Per far confessare. Per avere prove che altrimenti non avreste mai trovato."

De Santis sospira. Un suono profondo. Stanco.

"Portatelo via," dice agli agenti. "Senza manette. Per il momento."

Giacomo viene scortato via. Prima di uscire, si volta. Guarda Carla.

Un cenno del capo. Quasi impercettibile.

Carla risponde con le lacrime che finalmente scorrono libere.

Gli agenti soccorrono Marco. Una barella. Flebo. Lo portano via.

De Santis rimane con Luigi.

"Avrà bisogno di fare una dichiarazione completa," dice. "A Siena. Domani."

Luigi annuisce.

"E il libro?" chiede De Santis. "Scriverà di tutto questo?"

Luigi guarda la stanza circolare. Le fotografie manipolate. Le pareti che hanno ascoltato confessioni.

"Sì," dice. "Ma non come un giallo. Come la verità."

L'alba arriva lenta.

La nebbia si dirada. Rivela i vigneti. Le colline. Il cielo che passa dal nero al grigio al rosa pallido.

Luigi esce dal portone principale. La borsa in spalla. Leggera. Quasi vuota.

Giacomo è già in un'auto della polizia. Il finestrino è chiuso. Guarda davanti a sé.

Carla viene aiutata da un'agente donna. Una coperta termica sulle spalle.

Si avvicina a Luigi.

"Grazie," dice. Semplicemente.

Luigi annuisce. Non trova parole.

L'auto di servizio per Luigi arriva. Una Fiat grigia. Motore acceso.

Si volta un'ultima volta.

Villa Belvedere si staglia contro il cielo mattutino. Imponente. Silenziosa. Piena di ombre che finalmente hanno un nome.

Sul sedile posteriore, Luigi apre il taccuino. Quello vero. Non quello della finzione.

Scrive la prima riga.

*La verità non è un puzzle da risolvere. È una ferita che sanguina finché qualcuno non decide di medicarla.*

Chiude il taccuino.

Guarda dal finestrino.

La villa scompare dietro una curva. Restano solo le colline. I filari di vite. La luce del nuovo giorno.

L'auto accelera. Prende la strada asfaltata. Verso Siena. Verso la dichiarazione. Verso la vita che ricomincia.

Luigi non si volta indietro.

Sa che alcune storie, quando finiscono, devono rimanere chiuse. Per sempre.

Il sole è completamente sorto quando attraversano il cancello. Le inferriate si chiudono alle loro spalle con un clangore metallico che echeggia nella campagna silenziosa.

È finita.

Davvero.