Confesso un piccolo conflitto di interessi. Di mestiere mi occupo della sicurezza perimetrale di un'infrastruttura di dati. Nelle ore libere sviluppo una piattaforma che usa modelli linguistici per aiutare la scrittura di narrativa. Quando il 25 maggio è uscita Magnifica Humanitas — prima enciclica di Leone XIV, firmata il 15 maggio nel 135° anniversario della Rerum Novarum — non potevo leggerla come un semplice osservatore.
L'incipit è netto:
«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l'umanità abitano insieme».
Cinque capitoli, 245 paragrafi, un capitolo specifico intitolato Tecnica e dominio. Non è un documento breve né cauto.
La tesi forte: la tecnica non è neutra
Il passaggio che vale la pena fissare è uno: la tecnica «assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la utilizza». È una frase che smonta la favola dello "strumento puro" — quella per cui un'IA sarebbe come un martello, può costruire una casa o spaccare una testa a seconda dell'uso. Falso. Un modello addestrato è il prodotto di una sequenza di scelte: quali dati, con quali pesi, ottimizzato per quale obiettivo, valutato da chi. Il "neutro" non esiste; esiste solo il design che nasconde meglio le proprie assunzioni.
Per chi sviluppa, questa è la parte da prendere sul serio. Non perché lo dice un Pontefice — perché è tecnicamente vera.
Dove l'enciclica regge
La parte più solida è quando applica la dottrina sociale tradizionale al digitale senza salti acrobatici. Il lavoro come bene fondamentale, il salario giusto come verifica dell'equità del sistema socio-economico, la destinazione universale dei beni estesa a brevetti, algoritmi e infrastrutture. Non sono novità teologiche: è la Rerum Novarum applicata al 2026 con un realismo che si nota.
Anche la sussidiarietà declinata in chiave digitale — trasparenza algoritmica, audit indipendenti, accesso ai dati, strumenti di ricorso — letta da informatico suona ragionevole. Sono cose che la letteratura tecnica seria chiede da anni. Trovarle in un documento magisteriale non le rende vere, ma le sposta in un'agenda politica diversa, e questo può contare.
Dove fa più rumore che sostanza
La metafora Babele/Gerusalemme funziona come predicazione. Come griglia analitica è binaria in un modo che lo sviluppo reale dell'IA non è. Tra l'idolatria del profitto e la città della comunione c'è un'intera zona grigia popolata da piccoli sviluppatori europei, ricercatori universitari, cooperative, founder solitari che provano a costruire qualcosa senza il capitale di Mountain View e — vorremmo sperare — senza la cattiveria di Mountain View. L'enciclica non li nomina. Li include implicitamente nell'esortazione finale, ma non li distingue dal nemico che sta combattendo. È un'omissione che pesa.
Secondo limite: si parla di "trasparenza" e "audit" senza dire chi li impone. È un vincolo strutturale del genere — non è il Papa che scrive l'AI Act — ma il lettore tecnico esce con la sensazione che la diagnosi sia corretta e l'implementazione lasciata a un'autorità non specificata. Quale? Con quale strumento legale? La concretezza si ferma sulla soglia.
Terzo: il rifiuto del transumanesimo è netto e prevedibile. «La vera realizzazione non nasce dall'eliminazione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa». Funziona come affermazione di principio. Diventa scivolosa appena si scende sui casi reali — protesi neurali per tetraplegici, editing genetico per malattie monogeniche, terapie di estensione della vita — su cui l'enciclica preferisce non scendere. Comprensibile, ma è lì che la dottrina si gioca, non nelle dichiarazioni.
La domanda che mi rimane
Da chi costruisce una piattaforma che usa IA per aiutare a scrivere romanzi, mi resta una domanda specifica. Leone XIV scrive che la tecnica deve servire l'umano e non sostituirlo. D'accordo. Ma cosa significa "sostituire" in un atto creativo? Se un autore genera una scaletta col modello, la riscrive, taglia, riarrangia, rimette — chi ha scritto il romanzo? La domanda non è retorica e non ha risposta nel documento. È giusto così: non è compito di un'enciclica risolverla. È compito di chi quei sistemi li progetta.
C'è poi una versione più scomoda della stessa domanda, di cui qui posso solo lasciare il segno. Un libro non è un prodotto come un altro: è un sedimento di chi siamo, qualcosa che la tradizione da cui parla l'enciclica non avrebbe difficoltà a chiamare anima. Per secoli darle forma è stato un privilegio di pochi — di chi aveva accesso alla scuola, al tempo, agli strumenti giusti. L'artigiano con un'epopea in testa, la donna con una vita straordinaria, il pastore che porta dentro un romanzo: morivano spesso senza riuscire a tirarlo fuori. Se Magnifica Humanitas ha ragione quando dice che la dignità della persona non dipende dal «rendimento» né dalle competenze accumulate, allora la possibilità di mettere la propria storia su carta non è un dettaglio di mercato — è un caso applicato di quella stessa dignità. Lo strumento giusto non sostituisce l'autore: apre la porta a chi finora era rimasto fuori. Ma è un discorso che merita un articolo a sé, e lo scriverò.
Quello che Magnifica Humanitas fa bene è ricordarci che il modo in cui rispondiamo a queste domande non è un dettaglio tecnico. È una scelta antropologica. La tecnica «assume il volto di chi la pensa». Compreso il mio.