Il fango era ghiaccio tra le dita. Marco le conficcò più a fondo, sentendo le nocche schiacciarsi contro pietre e radici. Il terreno francese, o forse già tedesco, non lo sapeva più, succhiava il calore dal corpo come un parassita.
Un sibilo. Poi il mondo esplose venti metri a sinistra.
Terra, schegge, buio. Il boato lo colpì nel petto prima che il suono raggiungesse le orecchie. Si ritrovò con la faccia nel fango, la bocca piena di sapore di metallo e marcio. Il silenzio che seguì era peggiore: un ronzio acuto, e dentro, il battito folle del suo cuore.
“Bellini!”
La voce di Luca arrivava ovattata, come da sotto l’acqua. Marco si sollevò sui gomiti, sputò. La trincea era un solco di ombre danzanti, illuminate a intermittenza dai razzi illuminanti che salivano nel cielo notturno. Vide la sagoma di Luca strisciare verso di lui, il viso una maschera bianca di terrore nel buio.
“Stai bene? Marco, parla!”
“Sto,” gracchiò Marco. Le costole dolenti, ma tutto a posto. Sempre tutto a posto, miracolosamente. “Sto.”
Luca annuì, un movimento rapido, nervoso. Teneva stretto il fucile come un crocifisso. “Morrison ti vuole. Al comando.”
Un groppo di gelo, diverso da quello del fango, gli serrò lo stomaco. Morrison non mandava a chiamare per offrire thé.
Il rifugio del comando era una buca più profonda, tappezzata di carte topografiche stese su cassette di munizioni. L’odore era diverso: fumo di sigaretta, caffè freddo, sudore aspro di paura trattenuta. Il tenente Morrison era in piedi, la schiena dritta nonostante il soffitto di travi basse. Accanto a lui, l’uomo che tutti chiamavano solo Müller. L’ex tedesco. Le cicatrici sul suo collo luccicavano alla fioca luce della lanterna.
“Bellini,” disse Morrison. Non un saluto. Una constatazione. “Siediti.”
Non c’era dove sedere. Marco rimase in piedi, le braccia rigide lungo i fianchi. Sentiva lo sguardo grigio-acciaio di Müller su di lui, come una mano che tastasse il polso prima di un taglio.
“Hai sentito parlare del nido di vespe a tre chilometri da qui,” continuò Morrison. Non era una domanda. Indicò una mappa. Un punto cerchiato in rosso. “Bunker di comando, comunicazioni. Presumibilmente evacuato ieri.”
*Presumibilmente*. La parola rimase sospesa nell’aria umida.
“Il colonnello Ashford vuole che sia neutralizzato. Confermato. Prima dell’alba.” Morrison incrociò le braccia. La sua uniforme era l’unica cosa pulita in quel buco. “Servono occhi dentro. Non radio. Occhi.”
Marco sentì le proprie viscere contrarsi. Capì prima che le parole arrivassero.
“Tu. Santoro. Piovesan e Conti.” Morrison elencò i nomi come ingredienti di una ricetta. “Müller vi condurrà fino all’ingresso. Conosce la struttura. Entrate, confermate l’abbandono, segnalate con razzo verde. Uscite.”
Il silenzio che seguì fu riempito dal gocciolare costante dell’acqua attraverso le fessure del legname. Marco cercò il respiro. “Signore. Noi… siamo solo soldati semplici. Non addestrati per…”
“Appunto,” lo interruppe Morrison. Lo sguardo azzurro era piatto, senza sfumature. “Addestrati no. Disponibili sì. La missione è a basso profilo. Non possiamo rischiare squadre speciali per un bunker vuoto.”
*Un bunker vuoto*. Marco guardò Müller. L’uomo teneva gli occhi bassi sulla mappa, le labbra serrate in una linea sottile. Non disse nulla. Non confermò, non smentì.
“E se non fosse vuoto?” La voce di Marco era un filo di suono.
Morrison estrasse una sigaretta, la accese con gesti lenti, esagerati. Il fumo salì a formare nuvole sporche sotto il soffitto. “Allora Müller vi farà uscire. È il vostro lasciapassare. Lui conosce le uscite secondarie.”
Müller alzò finalmente lo sguardo. Incontrò quello di Marco per un secondo. Poi lo distolse. Un nodo quasi impercettibile. Non era rassicurante. Era un cenno tra complici di qualcosa di marcio.
“Preparatevi. Si parte in venti minuti.” Morrison diede loro le spalle, segnale che l’udienza era finita.
Fuori, nella trincea, l’aria gelida parve una boccata di libertà. Breve. Luca lo afferrò per un braccio.
“È una condanna a morte,” sussurrò Luca, gli occhi neri dilatati. “Ci mandano a frugare in un buco nel buio. Con un disertore come guida. È una follia.”
Marco guardò le sue mani. Callose, unghie rotte, piene di quella terra che non era la sua. Pensò a Elena. Alla grafia sottile delle sue lettere, sempre più rade. Alla fabbrica tessile, al rumore monotono e sicuro dei telai. A tutto ciò che era pulito e ordinato.
“Non possiamo rifiutare,” disse, la voce più calma di quanto si sentisse.
“Possiamo ammalarci. Possiamo farci male *ora*.” La disperazione di Luca era acuta, infantile.
Marco scosse la testa. Un movimento lento, pesante. “Loro sanno. Morrison sa. Se ci ammaliamo, ci fucilano per viltà. Se ci feriamo, ci lasciano sanguinare.” Prese un respiro che gli bruciò i polmoni. “È solo un bunker, Luca. Forse è davvero vuoto.”
Mentiva. E Luca lo sapeva. Ma era una menzogna necessaria, un fragile ponte gettato sopra l’abisso. Luca annuì, le spalle che si incurvavano sotto un peso improvviso. “Allora prendo il mio taccuino. Se… se devo scrivere l’ultima pagina, che sia chiara.”
***
Il bosco inghiottiva ogni suono. Avanzavano in fila indiana, ombre tra gli alberi scheletrici. Müller in testa, un fantasma che si muoveva senza rumore. Poi Marco, il fucile una protesi fredda tra le mani. Luca dietro di lui, il respiro affannoso. Piovesan e Conti in coda, due ragazzi del sud di cui Marco conosceva solo i nomi e la paura che puzzava di sudore acido.
Nessuno parlava. Il rombo dell’artiglieria era lontano, un brontolio di tuono costante all’orizzonte. Qui, solo il scricchiolio di un rametto sotto gli scarponi, il fruscio del giaccone contro i rovi. E l’odore. Un odore dolciastro, di marcio e calce spenta, che si faceva più forte ad ogni passo.
Müller si fermò. Alzò un pugno. Davanti a loro, seminascosta da un tumulo di terra e cespugli strappati, una porta di cemento. Sgangherata, di sbieco. Sembrava la bocca di una tomba.
“Ingresso secondario,” mormorò Müller, la sua prima parola da un’ora. La voce era roca, senza inflessione. “La principale è minata. Questa conduce ai livelli inferiori. Alle comunicazioni.”
“Luminosi,” ordinò Marco, la voce che gli tremava solo un poco.
Accesero le torce. I fasci di luce tagliarono il buio, esitanti, rivelando un corridoio che scendeva nell’oscurità. Pareti di cemento grezzo, condutture arrugginite che pendevano dal soffitto. L’aria era ferma, morta, e quell’odore dolciastro era ora soffocante.
Scesero. I gradini erano viscidi, irregolari. Il respiro di Luca si fece un fischio dietro di lui. Il raggio della sua torcia ballava sulle pareti.
Il corridoio si aprì in una stanza più ampia. Macchinari abbandonati, scatoloni marciti, carte sparse sul pavimento come foglie morte. Una mappa tattica era ancora appesa a un muro, strappata in un angolo. Tedesco. Marco non capiva le scritte, ma riconosceva i simboli: unità, posizioni. Datati di due settimane prima.
“Vedi?” sussurrò Luca, un filo di speranza nella voce. “Sono andati via. In fretta.”
Müller si era avvicinato a un pannello di controllo, osservando i cavi strappati. Annuì, una volta. “Sembra.”
Marco non si fidò. Quel silenzio era troppo spesso. Troppo carico. Sentiva il peso della terra sopra di loro, centinaia di tonnellate di roccia e radici. Un sudore freddo gli colò lungo la schiena.
“Controlliamo il livello inferiore,” disse Müller. “Conferma totale. Poi segnale.”
Trovarono la scala. Più stretta, più ripida. L’odore qui era diverso. Oltre al marcio, c’era una punta chimica, metallica. Come la fabbrica, ma guasta. Pericolosa.
Il livello inferiore era un labirinto di piccole stanze e corridoi a raggiera. Uffici, dormitori, un’infermeria con le brande sfondate. E poi, una porta d’acciaio. Chiusa, ma non sigillata. Un lucchetto giaceva spezzato a terra.
Müller si fermò davanti ad essa. La sua torcia illuminò la maniglia. “Deposito. O forse sala comandi secondaria.” Guardò Marco. “Tu e Santoro. Io controllo l’altro corridoio con gli altri. Più veloci.”
Una scossa di panico, pura e elettrica, attraversò Marco. *Non separarci*. La regola non detta, la sola che teneva in piedi la pazzia. Ma Morrison aveva detto che Müller comandava la missione. Marco annuì, la gola troppo stretta per parlare.
Müller, Piovesan e Conti svanirono nel buio di un corridoio laterale, i loro fasci di luce che si allontanavano, si restringevano, scomparivano.
Il silenzio ritornò, assoluto.
Marco e Luca rimasero davanti alla porta d’acciaio. Il lucchetto spezzato sembrava sorridere con la sua bocca di ferro storta.
“Apriamo?” chiese Luca, la voce un soffio.
Marco mise una mano sulla maniglia. Freddo metallo. Girò. La porta cedette con un gemito basso, lamentoso.
L’odore li colpì per primi. Non più solo marcio e chimico. Carne. Carne andata a male, dolciastra, con sotto il tanfo acre della cordite. Fresca.
La torcia di Marco tagliò l’oscurità della stanza.
Non era un deposito. Non una sala comandi.
Era una camera mortuaria di fortuna.
Corpi. In uniforme tedesca. Forse sei, sette. Ammucchiati in un angolo come sacchi di iuta. Non morti da settimane. Morti da giorni, forse meno. Ferite da arma da fuoco, precise. Esecuzioni.
“Cristo,” gemette Luca, portandosi una mano alla bocca.
Ma non era quello il peggio.
La luce di Marco scivolò oltre il muculo, verso il centro della stanza. Attrezzature. Casse aperte. Non munizioni. Strumenti. Fiale, contenitori metallici, pompe a mano. E una serie di tavoli, su cui erano distesi altri corpi. In abiti civili. Uomini, una donna. Pallidi, rigidi. Accanto a ciascuno, una scheda con numeri. E un simbolo, nero, stilizzato.
Marco non sapeva cosa fosse. Ma l’istinto, un istinto antico e viscerale, gli urlò dentro che era male. Male puro. L’odore chimico qui era opprimente, bruciava le narici.
“Non è un bunker di comando,” sussurrò Luca, il terrore che gli rendeva la voce acuta. “È un laboratorio. Hanno… li usavano come cavie.”
Un rumore.
Debole. Metallicò. Proveniente da uno dei corridoi laterali della stanza, un’apertura che conduceva a un’altra oscurità.
Non erano soli.
Il cuore di Marco esplose in un galoppo folle. Spense la torcia con un gesto brusco, afferrò Luca per un braccio, lo trascinò dietro una colonna di cemento. Buio pesto.
Il rumore si ripeté. Un passo. Poi un altro. Lento. Misurato. Non il passo frettoloso di Müller e degli altri. Questo era diverso. Cauto. In esplorazione.
Un raggio di luce lampeggiò dall’apertura del corridoio. Si spostò lentamente per la stanza, sfiorò il muculo di corpi, si soffermò sui tavoli. La luce era fioca, una torcia a batteria quasi scarica.
Marco trattenne il respiro. Sentiva il tremore violento di Luca contro di sé. Guardò oltre il bordo della colonna.
La figura entrò nella stanza.
Non era un soldato tedesco in ritirata. Indossava una tunica bianca, sporca, macchiata di marrone e verde. Portava occhiali spessi, un lente rotto. In mano non una pistola, ma una cartella di metallo. La teneva stretta al petto, come un bambino.
Un civile? Uno scienziato? Abbandonato qui?
L’uomo si avvicinò a uno dei tavoli, posò la cartella, iniziò a frugare tra le fiale con gesti metodici, frettolosi. Mormorava qualcosa in tedesco. Una parola ripetuta: *vernichten*, *vernichten*. Distruggere.
Doveva uscire. Doveva portare via le prove. Doveva…
Un altro rumore. Da dietro di loro. Dalla porta attraverso cui erano entrati.
Il suono di uno scarpon che strusciava sul cemento. Poi la voce di Piovesan, bassa, carica di panico: “Bellini? Santoro? Dove siete?”
L’uomo alla tavola si irrigidì. Il suo mormorio cessò. Si voltò di scatto, la torcia che cercava nella direzione della voce.
Marco vide i suoi occhi, ingranditi dalle lenti. Non paura. Allarme. E una determinazione fredda, folle.
L’uomo afferrò qualcosa dal tavolo. Una fiala. Poi si lanciò verso una leva sul muro, vicino all’apertura da cui era entrato.
“*Halt!*” urlò Marco, uscendo dall’ombra, alzando il fucile. Non sapeva perché urlasse in tedesco. Istinto.
L’uomo lo guardò. Per un secondo, i loro occhi si incontrarono. In quelli dello scienziato, Marco non vide umanità. Vide un calcolo. Vide la stessa espressione piana, distante, che a volte vedeva negli occhi di Morrison quando guardava la mappa.
L’uomo tirò la leva.
Un clangore metallico risuonò nel corridoio alle sue spalle. Una saracinesca d’acciaio, nascosta, precipitò dall’alto, sbattendo con un fragore assordante che rimbombò nella stanza. Bloccando l’apertura. Bloccando la sua via di fuga, e la loro.
Poi l’uomo alzò la fiala. La luce fioca della sua torcia la attraversò, rivelando un liquido ambrato.
“*Vergeltung*,” disse, chiaro, in un tedesco che Marco, incredibilmente, capì. Vendetta.
Lasciò cadere la fiala.
Il vetro si infranse sul pavimento di cemento con un tonfo soffice.
Un sibilo. Sottile, come di aria che fugge. E un odore nuovo, dolce, di mandorla amara, si diffuse nell’aria, mescolandosi a quello della morte.
“Maschera!” urlò Luca, il terrore che gli dava una forza disumana. Si strappò la maschera antigas dal fianco, se la calò sul viso con gesti convulsi.
Marco fece lo stesso, le dita che diventavano artigli, impacciate dal panico. Il caucciù freddo gli aderì al volto. Il mondo si restrinse al ronzio del proprio respiro, alla visione limitata attraverso le lenti.
Attraverso il vetro appannato, vide l’uomo in tunica bianca barcollare. Portarsi le mani alla gola. Un rantolo. Poi si accasciò vicino al tavolo, il corpo scosso da spasmi.
Il gas. Si diffondeva. Invisibile. L’odore di mandorla era ovunque, penetrante, anche attraverso il filtro.
“La porta!” gridò Piovesan, la voce ovattata dalla maschera. Erano tutti e quattro nella stanza ora, torce che danzavano impazzite. Conti correva verso la porta d’acciaio attraverso cui erano entrati. La spinse. Niente. “Bloccata! Dall’esterno!”
*Dall’esterno*. Le parole echeggiarono nel cervello di Marco. Müller. Li aveva lasciati. Li aveva chiusi dentro.
“Il corridoio! La saracinesca!” urlò Luca, puntando la luce verso la barriera d’acciaio che lo scienziato aveva calato. Era massiccia, senza maniglie, incassata nelle pareti.
Marco ci si avvicinò, colpì il metallo con il calcio del fucile. Un suono sordo, senza speranza. Ermetica.
Erano in trappola. In una tomba di cemento, con un gas che uccideva e i corpi di cavie umane come compagnia.
Il respiro di Marco si fece affannoso dentro la maschera. Il panico, un animale nero e viscido, gli si arrotolava nelle viscere, pronto a mordere. Guardò i volti dei suoi compagni, distorti dalle lenti e dall’ombra. Luca, gli occhi spalancati dietro il vetro. Piovesan, che tremava tutto. Conti, che picchiava pugni insensati contro la porta.
Poi la sua luce, per caso, cadde su qualcosa. Nell’angolo opposto alla saracinesca, dietro un armadio rovesciato. Una grata. Di ventilazione. Circa sessanta centimetri per sessanta. Vite di fissaggio arrugginite.
Un condotto.
“Là!” gracchiò, la voce che sembrava provenire da chilometri di distanza.
Si precipitarono. Conti e Piovesan afferrarono l’armadio, lo trascinarono via con un grido di sforzo. Il metallo scricchiolò sul cemento.
La grata era vecchia, la ruggine aveva fuso i bordi al muro. Ma non era sigillata. Era una via d’uscita. Stretta. Angusta. Un tunnel nella pietra.
“Dove porta?” ansimò Luca.
“Non importa,” ringhiò Conti, già al lavoro con la baionetta per allentare le viti. “Porta fuori da qui.”
Marco lo aiutò. Le viti cedettero con gemiti metallici. Una, due. L’odore di mandorla sembrava farsi più forte. La sua testa cominciava a pulsare, un dolore sordo alle tempie, nonostante la maschera. Il filtro non era nuovo. Non era progettato per questo.
La grata cadde con un tonfo. Davanti a loro, un buco nero. Un flusso d’aria fredda, viziata, ma aria, usciva dall’oscurità. Il condotto saliva. Ripido. Rivestito di tubature e cavi.
“Io primo,” disse Marco. Non era coraggio. Era la necessità di muoversi, di fare qualcosa, di non guardare in faccia la paura negli occhi degli altri. Si infilò dentro. Il metallo gli strizzò le spalle. Si spinse su, usando gomiti e ginocchia, la torcia stretta tra i denti. Il fascio di luce rimbalzava sulle pareti strette, mostrando ragnatele, polvere, escrementi di ratto.
Sentì gli altri entrare dietro di lui. I gemiti, i respiri affannosi amplificati dall’eco metallico del condotto. Salivano. Il condotto piegava, si restringeva in alcuni punti. Il fucile di Marco si impigliava, lo doveva spingere e tirare con bestemmie mute.
Poi, davanti, la luce mostrò un’altra grata. Chiusa, ma dall’altro lato si intravedeva un debole chiarore. Non luce elettrica. Luna.
“Qui!” chiamò, la voce soffocata dal tubo.
Lavorarono di nuovo sulle viti, dall’interno, più difficili. Le mani di Marco scivolavano sul metallo sudato. Finalmente, la grata cedette, si aprì verso l’esterno.
L’aria. Fredda, pulita, della notte. Marco ne bevve una boccata profonda, anche se filtrata, e per un secondo credette di svenire dal sollievo. Si trascinò fuori, rotolò su un terreno umido, erboso.
Erano in una radura. Dietro di loro, la collina che nascondeva il bunker. Sopra, il cielo nero, punteggiato di stelle indifferenti. A qualche centinaio di metri, il bosco.
Uno dopo l’altro, emersero dal ventre della terra. Luca, bianco come un cencio, si inginocchiò subito, vomitando dentro la maschera. Piovesan e Conti caddero a terra, ansimanti.
Marco si strappò la maschera dal volto. L’aria gli bruciò i polmoni, ma era aria viva. Si guardò intorno, cercando punti di riferimento, cercando Müller.
Il bosco era silenzioso. Troppo silenzioso.
“Dove… dove sono gli altri?” gemette Piovesan, riferendosi a Müller. “Dove ci hanno lasciati?”
Marco non rispose. Si alzò in piedi, le gambe che tremavano. Guardò verso la direzione da cui erano venuti. Niente. Poi guardò verso il bunker, la collina. Vide qualcosa muoversi. Più in alto, su un crinale.
Una figura. In piedi, contro il cielo. La sagoma di un uomo che osservava. Poi, una piccola luce rossa. Una sigaretta che si accendeva. Un punto di fuoco che brillò per un momento, poi si spense.
Müller.
Li guardava. Li aveva chiusi dentro, ed ora li guardava uscire.
E in quel momento, inginocchiato nel fango, con l’odore di mandorla amara ancora attaccato ai vestiti e il sapore della paura in bocca, Marco Bellini capì. Capì tutto.
La missione non era mai stata confermare se il bunker era vuoto.
Era stata confermare *cosa* c’era dentro. E assicurarsi che nessuno che non fosse *sacrificabile* ne uscisse vivo per raccontarlo.
Lui, Luca, Piovesan, Conti. Erano le cavie umane di un esperimento diverso. Quello per testare quanto lontano poteva spingersi l’orrore, e quanti soldati semplici, insignificanti, potevano essere mandati a ingoiarlo perché la verità non uscisse mai da quel buco nel terreno.
Si alzò. Guardò i suoi compagni, sopravvissuti per miracolo, per un condotto di fortuna. Guardò la collina, dove la sagoma di Müller era ormai scomparsa.
Non disse nulla. Non c’erano parole per quello che sapeva.
Ma nelle sue tasche, le mani si chiusero a pugno. E nelle sue ossa, nel posto dove prima c’era solo paura e obbedienza, qualcosa di duro e freddo si era formato.
Era la consapevolezza.
Era il primo, vero, istinto di vendetta.